Moggioli Umberto

Umberto Moggioli. Casa con Albero. Tecnica: Olio su cartone, 50 x 71 cm
Casa con Albero. Tecnica: Olio su cartone

Biografia

Umberto Moggioli (Trento, 1886 – Roma, 1919) si trasferisce a diciotto anni da Trento a Venezia per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Qui è allievo di Guglielmo Ciardi (1842-1917), con cui instaura un rapporto privilegiato, ma anche di Ettore Tito (1859-1941) e di Augusto Sezanne (1856-1935).

Quest’ultimo lo chiama a decorare insieme a lui la Cassa di Risparmio di Rovereto e a restaurare un palazzo in Val di Fiemme. Ciononostante, il giovane Umberto Moggioli, invece di abbandonarsi al gusto liberty, rimarrà sempre fedele a quel naturalismo ereditato dal maestro prediletto Guglielmo Ciardi.

Naturalmente, il linguaggio del pittore risente degli influssi simbolisti che caricano il paesaggio di valori intimi e lirici, ispirati dalla letteratura di Pascoli. Sono gli anni in cui i suoi soggetti prediletti sono la Laguna con le sue barche e i suoi emozionanti colori crepuscolari.

Tra Roma ed Assisi

Dopo aver esposto alla Biennale del 1907, mostrando anche l’inclinazione per una Divisionismo intimo e poetico, Umberto Moggioli compie un importante viaggio a Roma. Il soggiorno gli permette di venire a contatto con una luce diversa, quella della campagna romana, che lo stimola verso la realizzazione di paesaggi dall’ampio respiro.

Una luminosità intensa e lirica permea non solo le vedute romane, ma anche quelle eseguite dal vero ad Assisi, città che visita tra il 1910 e il 1911. Il solenne silenzio di questi luoghi gli garantisce un affinamento del linguaggio simbolico, pregno di evocazioni quasi ascetiche.

Il periodo più felice: il trasferimento a Burano

Rientrato a Venezia, Umberto Moggioli continua ad esporre alle Biennali del 1909, 1910, 1912 e 1914. Ma nel frattempo prende parte anche alla Secessione di Ca’ Pesaro, invitato da Nino Barbantini. Il suo divisionismo si carica sempre di più di suggestioni simboliste, che lo portano ad esporre anche a tre edizioni della Secessione romana.

Proprio grazie all’amicizia con Barbantini, tra il 1911 e il 1915 si stabilisce a Burano, isola da cui riesce a trarre un’ispirazione feconda e profonda. Si lega a Gino Rossi (1884-1947) e si avvicina al suo espressionismo di matrice gauguiniana.

La linea jugendstil entra a far parte finalmente del linguaggio del pittore, che abbandona il divisionismo per favorire l’uso di tinte pure e piene, ancora più cariche di significati spirituali e solenni. Un silenzioso stile cloisonné, decorativo ma allo stesso tempo personalissimo emerge dalle opere degli anni Dieci, a cavallo della prima guerra mondiale.

Durante il conflitto si trasferisce a Cavaione Veronese, dove approfondisce, come mai prima, il rapporto plastico tra figura umana e paesaggio, attento anche al fascino della pittura di Tullio Garbari (1892-1931) altro secessionista di Ca’ Pesaro.

Roma e Villa Strohl-Fern

Nel 1916, Umberto Moggioli è di nuovo a Roma per decorare le lunette del Monumento a Vittorio Emanuele II. Soggiorna in uno degli studi di Villa Strohl-Fern, avvicinandosi piano piano a quella che poi sarebbe diventata la poetica del ritorno all’ordine di Valori Plastici.

Anticipando questa stagione e non vivendola poi a pieno a causa della sua prematura morte, approfondisce il ruolo volumetrico delle figure all’interno di spazi intimi e poetici, ormai lontani da quelle suggestioni simboliche e a tratti anche astratte degli anni precedenti. Si avvicina, infatti, ad autori come Armando Spadini (1883-1925) e Ferruccio Ferrazzi (1891-1978).

Nel 1919, colpito da febbre spagnola, muore all’età di soli trentatré anni, lasciando incompiuto il suo passaggio verso la poetica del ritorno all’ordine, che già lo caratterizzava negli ultimi mesi.

Umberto Moggioli: un naturalismo sentito e ricco di evocazioni simboliche

I primi anni della produzione di Umberto Moggioli sono indissolubilmente legati al naturalismo lirico del maestro Guglielmo Ciardi. Il 1907, anno in cui il ragazzo termina gli studi accademici, lo vede anche partecipare, ventunenne, alla sua prima Biennale veneziana.

Il dipinto presentato, Giardino di sera, presenta già una sorprendente separazione dal maestro e la scelta divisionista della stesura cromatica. Il suo Divisionismo è personale e poetico, non scientifico, ma profondo, come del resto tutta la sua produzione. Un latente Decadentismo ricco di suggestioni letterarie, e pascoliane in particolare, permea i dipinti di questa fase.

L’approdo a Roma e poi ad Assisi apre ad Umberto Moggioli un’infinità di nuove suggestioni. La luce e l’ampiezza del paesaggio dell’Italia centrale, come si nota da Sole d’inverno, presentato alla Biennale del 1909. L’anno successivo espone invece A Villa Glori, dipinto ancora divisionista, che anticipa il suo soggiorno a Murano e l’ulteriore sviluppo della sua poetica.

Al periodo buranese si possono ascrivere alcuni dipinti di intenzione addirittura astratta o antinaturalistica, per combaciare con un espressionismo in cui le pennellate si intersecano tra di loro, mettendo sempre al centro il sentimento dell’autore.

Alla Biennale del 1912 risale Paesaggio di sera, mentre alla Secessione romana del 1913 invia Campagna a Tre Porti e Mattino d’inverno. Quest’ultimo viene riproposto all’edizione del 1914 della Secessione, insieme all’evocativo Primavera. Un’impostazione cromatica luminosissima caratterizza le opere di questo periodo, come Sera di primavera, presentata alla Biennale di Venezia del 1914, la sua ultima da vivente.

Gli ultimi sviluppi romani: il dialogo plastico tra figure e natura

Infine, alla Secessione romana del 1916, presenta Studio, Primavera nella campagna lagunare e Autunno. È proprio il 1916 l’anno in cui Umberto Moggioli giunge a Roma, per rimanervi fino alla morte, tre anni dopo. Sono gli anni che rappresentano gli ultimi suoi sviluppi in senso narrativo, lontani dalle suggestioni simboliste di pochi anni prima.

Il suo intento è quello di studiare la figura e il suo rapporto con l’ambiente, dando maggior valore al disegno e alla presenza fisica, più che evocativa. Ne sono esempio dipinti che subiscono l’influenza di Ferrazzi, come La moglie al sole, del 1917.

Dopo la sua prematura morte, la Biennale gli dedica una retrospettiva nel 1920. Tra i ventitré dipinti esposti, compaiono: I pagliai, Pioggia a Rocca di papa, Biancospino, Primavera a Tre Porti, Primavera nel veronese, A Villa Strohl-Fern, L’eremita ortolano, Case e orti a Burano, La casa dell’artista, L’aratura, Il mormorio del ruscello e Bambina a lavoro.

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