Montanari Giuseppe

Giuseppe Montanari. Trebbiatura, 1935. Tecnica: Olio su tela, 306 x 250 cm
Trebbiatura, 1935. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Giuseppe Montanari (Osimo, 1889 – Varese, 1976) compie gli studi classici nella sua città natale, ma nel 1906 si trasferisce a Milano. Vuole assecondare le sue doti artistiche iscrivendosi all’Accademia di Brera, dove ha come insegnante di pittura Cesare Tallone (1853-1919).
A Milano si lega agli ambienti della Famiglia Artistica e stringe amicizia con Aroldo Bonzagni (1887-1918) e con Guido Cinotti (1870-1932).

Prima della guerra, i soggetti di Giuseppe Montanari richiamano costantemente le usanze della sua terra, le Marche. Contadini, tradizioni popolari, processioni, ma anche soggetti della Bibbia sono trattati con una pennellata veloce dal contorno importante.

Si potrebbe affermare che, nella sua prima fase, Montanari sia influenzato dagli sviluppi secessionisti. I colori accesi, le tinte piatte e quello spiccato valore simbolico delle tradizioni ancestrali emergono dai primi dipinti. Nel 1916, prende parte alla prima guerra mondiale e al termine del conflitto decide di spostarsi da Milano.

Un’appartata vita a Varese

È il 1919, infatti, l’anno in cui si trasferisce definitivamente a Varese, dove conduce la sua carriera pittorica dalla tranquillità della provincia.
In ogni caso, Giuseppe Montanari non mancherà di partecipare alle più importanti rassegne italiane, come la Biennale di Venezia, la Quadriennale di Roma e il Premio Bergamo. Numerosi sono i premi che il pittore riceve nel corso degli anni, grazie alla sua pittura sincera, piena, tornita.

Ma dopo la guerra è inevitabile, come per molti altri artisti, la scelta del ritorno all’ordine. Si fa promotore di una pittura solida, monumentale, ma allo stesso tempo intima e delicata, dedicata alla vita quotidiana.

Il ritorno all’ordine

Corpi e volti sinceri, un tratto disegnativo elegante e raffinato, un colore del tutto personale non descrivono soltanto attimi della quotidianità, ma anche soggetti più alti.

Come un pittore antico, infatti, Giuseppe Montanari realizza imponenti tele di conversazioni campestri, i cui protagonisti sono gli dei, nudi nella loro purezza, soggetti di miti e leggende. Chiaro è il riferimento al Rinascimento italiano di Tiziano e Raffaello, mediato naturalmente dalle esperienze di Novecento, gruppo a cui è molto vicino, pur se non ne fa ufficialmente parte.

Vicino alla poetica di Felice Carena (1879-1966), Giuseppe Montanari si fa interprete di una pittura pura, chiara, in cui la linea di contorno presente si unisce ad un tonalismo delicato e leggermente colto dal chiaroscuro.

L’attività decorativa e gli ultimi decenni

Negli anni Trenta, Giuseppe Montanari si dedica anche alla pittura murale, decorando diversi palazzi di Varese, non soltanto con la tecnica dell’affresco, ma anche con il mosaico. Per tutti gli anni Trenta l’artista affianca questa attività di decoratore a quella di pittore da cavalletto.

Matura un segno forte e vigoroso e i soggetti sono spesso classiche allegorie, ma anche gli sportivi ritratti durante i loro allenamenti o gare. Sembra incarnare a pieno lo spirito di propaganda del regime, ma dagli anni Quaranta e Cinquanta la sua pittura si fa più sfaldata.

C’è una sorta di ritorno alle prime espressioni, in cui Giuseppe Montanari, con colori accesi e tinte strazianti, descriveva la sua terra.Dipinge intensamente agli anni Settanta, muore a Varese nel 1976.

Giuseppe Montanari: un novecentismo solido e raffinato

Come accennato, Giuseppe Montanari, negli anni Dieci del Novecento e prima della guerra, è protagonista di un linguaggio ancora poco definito, aspro. Composizioni mosse ed emozionanti richiamano un certo simbolismo secessionista, che vede come protagonisti contadini e usanze di Osimo o delle Marche in generale.

Sono esempi di questa fase Contadina picena e Benedizione del mare. La prima tela, chiamata anche madonna del pentolino rappresenta una generosa contadina marchigiana con un bimbo in braccio. Come una moderna Vergine col bambino, si staglia simbolicamente nel paesaggio piceno, tra colori accesi e infuocati.

Ma è dagli anni Venti che si fa strada la vera intenzione pittorica di Giuseppe Montanari: le figure si fanno tornite, i volumi acquistano un valore prima assente e i colori si fanno più caldi, ispirati al Rinascimento italiano. Alla Biennale di Venezia del 1924 invia Madre d’eroe e La colazione, a quella del 1926 La fruttivendola.

Un ritorno all’ordine fatto di volumetrie piene e contorni netti

Al 1928 risale un’altra Contadina picena diversissima dalla prima. La tradizione è sempre alla base del dipinto, viene celebrata con intensità e esaltazione delle origini contadine e primitive del nostro paese. Ma la figura appare piena, così come il bambino, moderno e paffuto, in braccio alla contadina.

Risale alla fine degli anni Venti anche la tela Il Pomo, in cui quelle che sembrano tre dee nude che conversano in campagna, vengono raggiunte da un contadino che porge loro una mela. In questo meraviglioso dipinto Giuseppe Montanari unisce il classico al moderno, così come avviene ne La sonata a Venere, del 1926.

La linea di contorno gioca un ruolo da protagonista nei suoi dipinti, così come le masse che si uniscono tra di loro a formare composizioni ampie e monumentali. Così avviene nei dipinti presentati alla Biennale di Venezia del 1930, Al mare, Campagna marchigiana, Calciatori e Casetta sul poggio.

Nel 1932 gli viene dedicata una personale alla Biennale, comprendente trentadue dipinti. Tra di essi compaiono Ragazzo che legge, Sacro monte di Varese, Nello studio, Ritorno dalla pesca, Pugilatore in riposo, Montefortino e Bimbi in bicicletta.

Partecipa alla II Quadriennale di Roma del 1935 con l’epico dipinto Trebbiatura, in cui viene presentato, come se fosse una processione sacra, il momento della trebbiatura, in cui i contadini vengono descritti nella loro accezione eroica e monumentale.

La pittura murale

Dal dipinto La trebbiatura si può notare come Giuseppe Montanari metta in relazione il linguaggio legato alla pittura murale con quello delle sue tele. C’è la stessa monumentalità e imponenza dei personaggi, lo stesso carattere narrativo e quasi “didascalico”. Basta confrontare La trebbiatura con l’Esaltazione della pace e del lavoro, affresco realizzato nel Palazzo della Camera di Commercio di Varese.

Decora poi lo stabilimento Oppliger di Varese, ma purtroppo gli affreschi sono andati oggi perduti. Raffiguravano ed esaltavano le attività contadine, attraverso un linguaggio allegorico e celebrativo. Gli sfondi della porzione dedicata alla Famiglia del contadino riportano elementi del paesaggio marchigiano uniti a quelli della campagna di Varese, due luoghi carissimi al pittore.

Nel 1939 partecipa alla Quadriennale romana con Fanciulle al balcone, Figliuol prodigo e Interno, mentre Ponte romano a Castiglione Olona compare al Premio Bergamo dello stesso anno. L’ultima apparizione importante risale alla Quadriennale di Roma del 1943, dove Giuseppe Montanari invia Comunicanda, Alla finestra e Ragazzo con cane.

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