Noci Arturo

Arturo Noci. Mattino. 1916 (dettaglio). Tecnica: Olio su Tela. Firmato e datato in alto a sinistra «Arturo Noci 1916»
Mattino. 1916 (dettaglio). Tecnica: Olio su Tela

Biografia

Arturo Noci (Roma, 1874 – New York, 1953), figlio del pittore e scultore Ercole Noci e della pittrice Tecla Monacelli, cresce in un ambiente artisticamente fecondo. Sono proprio i genitori, infatti, ad iscriverlo nel 1887 all’Accademia di Belle Arti di Roma. Qui studia disegno sotto la guida di Filippo Prosperi (1831-1913).

Influenze artistiche

In un secondo momento, entra nell’Accademia di San Luca, dove ottiene il pensionato artistico per la pittura di paesaggio al Pio Istituto Catel. Sono gli anni in cui si dedica con passione allo studio del disegno, del ritratto, della prospettiva.

Anche i paesaggi vengono sperimentati da Arturo Noci in modo assiduo, come testimonia il premio ricevuto e i numerosi schizzi sui taccuini che ci sono pervenuti. Non è un caso che in questo periodo sia vicino ad artisti come Giulio Aristide Sartorio (1860-1932), Enrico Coleman (1846-1911) e Onorato Carlandi (1848-1926).

Con loro entra a far parte, nel 1904, del gruppo dei XXV della Campagna Romana.  È proprio in questa prima fase che la sua pittura risente molto del clima Simbolista che pervade la Capitale.

Altra figura importantissima per la formazione di Arturo Noci e di altri artisti della sua generazione come Camillo Innocenti (1871-1961), è quella di Antonio Mancini (1852-1930). Il tormentato artista legato a Mariano Fortuny (1838-1874) e particolarissimo nella resa cromatica e quasi materica dei suoi originali soggetti, attirava moltissimi i giovani artisti romani.

Lo andavano a visitare nel suo studio e ne lodavano la sua immensa modernità. In ogni caso è il paesaggio il genere più trattato nella prima fase artistica di Noci.

Il successo come ritrattista

Solamente in un secondo momento si dedica al ritratto, quando viene richiesto dalla borghesia romana dopo il successo ottenuto alla Biennale di Venezia del 1901.

È infatti dalla Biennale successiva che Arturo Noci comincia a presentare ritratti, riscuotendo una serie di lodi dalla critica e un notevole esito commerciale. Fino al 1922 partecipa costantemente alle Biennali veneziane, presentando ritratti e nudi muliebri, soprattutto a pastello, di spiccato gusto whistleriano.

Se in queste prime opere l’uso della tecnica divisionista è soltanto accennato, si fa più pregnante nei ritratti che vanno dal 1910 agli anni Venti circa, in corrispondenza della nascita della Secessione romana. Il successo artistico di Arturo Noci aumenta a dismisura.

Addirittura viene richiesto da giovani attrici affinché le immortali nei suoi ritratti introspettivi e senza tempo. Nel 1920, quando ormai ha abbandonato il Divisionismo in favore di un linguaggio tutto personale, viene nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia da Vittorio Emanuele III.

Gli anni americani

Nel 1923, al culmine del successo in Italia, ormai consapevole di un proprio originalissimo stile, parte per New York. Forse ha già dei contatti e dei committenti, forse gli va stretto il fascismo, fatto sta che si stabilisce in America fino alla fine dei suoi giorni.

Come ritrattista ha un successo subitaneo. Ha tantissimi incarichi dalla borghesia italo-newyorkese. Arturo Noci comincia a lavorare da modelli fotografici per poi riportare le impressioni sulla tela, dando vita a ritratti che ormai hanno perso la vena sperimentale degli anni precedenti.

Con il tempo si ritira a vita privata, ormai nella completa agiatezza, anche se ha sempre moltissime committenze, covando anche il desiderio di fare ritorno a Roma. Purtroppo il suo sogno non vedrà mai compimento, perché muore nel 1953 dopo essere stato investito da una macchina a New York.

Gli esordi: tra Mancini e il Simbolismo

Come accennato, la fortissima passione provata da Arturo Noci per Mancini si riflette nelle sue prime opere dove i colori puri e caldi vengono stesi con una pennellata corposa. Esempi di questi richiami si trovano in opere come Villa Borghese, del 1896, Un fervente del 1900 o Baccante del 1901.

Opera questa in cui si trova anche già un certo richiamo nei confronti delle espressioni simboliste europee. Il riferimento va soprattutto ai preraffaelliti inglesi come Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne Jones o William Waterhouse.

In questo contesto, Noci non è nemmeno indifferente al linguaggio di Giulio Aristide Sartorio, basta far riferimento ad opere come Donna che coglie i fiori.

Suggestioni simboliste

È proprio grazie al contatto con Sartorio che Arturo Noci, insieme ad Innocenti ed altri, si dedica alla decorazione della Sala del Lazio alla Biennale del 1903. La serie di putti del fregio ben si collega alla fase in cui l’artista si dedica a ritratti infantili.

Ne abbiamo un esempio nel Grappolo d’uva del 1905 o in Un amore di bambino poi comprato dalla regina Elena, o L’amico indivisibile. In queste prove giovanili già si fa spazio un divisionismo lievemente accennato e caratterizzato da un tratto del pastello molto allungato.

In questo periodo si susseguono le esposizioni alla Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma, ma anche le committenze private. Il culmine del successo arriva con la partecipazione alla Biennale del 1901, quando presenta Giardino abbandonato.

Qui ancor di più si sentono gli echi di quel vero unito al sentimento diffuso da Nino Costa (1826-1903) nell’ambito prima della Scuola Etrusca, poi di In Arte Libertas. Gli stessi accenti si trovano nei paesaggi degli anni Novanta come Veduta di Villa Madama sul Tevere o in Veduta della casa del Lorenese sul Tevere, entrambi del 1892.

Dopo questa prima impostazione che contiene sia suggestioni manciniane che simboliste, Arturo Noci comincia a dedicare completa attenzione al ritratto.

Il ritratto

Il ritratto Mia madre viene esposto alla Biennale di Venezia del 1903. Toni scuri, austeri, ma allo stesso tempo espressivi di un’eleganza senza tempo. Si presenta al pari di Mancini, Whistler, Sargent, Giovanni Boldini (1842-1931) con questo ritratto che non abbandonerà mai il suo studio, perché carico di valenza affettiva.

Dall’inizio del Novecento quindi Arturo Noci comincia a dedicarsi alla figura umana, in particolare a quella femminile. Diventa autore di delicatissimi nudi di donne intente in attività per lo più estetiche: si specchiano, si pettinano, leggono.

Il sapore simbolista rimane come un sostrato indelebile in alcuni ritratti, spesso realizzati a partire da fotografie. In Nudo del 1904, una fanciulla seminuda sta raccogliendo delle rose, effimero simbolo della caducità della vita.

Nel Riflesso d’oro, presentato alla mostra degli Amatori e Cultori del 1905 e poi acquistato dalla Galleria Nazionale di Roma, una candida donna nuda di spalle, sta sistemando un vaso di fiori sul davanzale. Il timbro acceso della luce dorata, già divisionista, pervade il dipinto, lodato, tra gli altri, da Innocenti.

L’impronta whistleriana

Si sussegue per Arturo Noci una serie di successi ottenuti grazie a ritratti anche ufficiali, come quello di Rama V, re del Siam. Ma la vera esplosione giunge con Ritratto in giallo esposto alla Biennale di Venezia del 1905.

Nel pastello, la giovane donna è rappresentata immersa nei suoi pensieri, raggiungendo i più introspettivi ritratti di Whistler. Da qui, una serie di ritratti aristocratici sempre realizzati a pastello, con una tecnica dai lunghi tratti che tra pochi anni si trasformeranno in tasselli divisionisti.

Ne abbiamo diversi esempi in Ritratto della contessa Gianotti, in quello del principe Viktor Gagarin del 1907 e di Miss Beatrice Thaw dell’anno successivo.

Divisionismo

Arturo Noci aderisce completamente al Divisionismo dal 1911, con il dipinto Nella cabina. Questo momento corrisponde alla nascita del gruppo Secessionista romano, sorto per svecchiare le antiquate posizioni della Società degli Amatori e Cultori.

La Secessione romana

Noci è uno dei protagonisti della “Mostra del ritratto” secessionista, del 1912. Alla seconda mostra della Secessione presenta il manifesto del suo Divisionismo dalla accesa gamma cromatica: L’arancio.

Attrici, modelle, donne aristocratiche si fanno ritrarre da Arturo Noci: sono attirate dai suoi meravigliosi accordi cromatici accentuati dal tocco divisionista.

L’artista dimostra di essere aggiornato alle più moderne espressioni internazionali, pur riuscendo sempre a dare un tocco personale e sperimentale alle sue prove.

Si fa protagonista così della Secessione, indirizzandola verso un Divisionismo tipicamente romano e di carattere, per così dire, mondano. Questa fase termina all’inizio degli anni Venti e corrisponde al momento in cui rinsalda i rapporti con la Società degli Amatori e Cultori.

Abbandona il Divisionismo per raggiungere una pittura tutta personale, sperimentata nel 1919 in un soggiorno a Positano. L’ultimo olio italiano, Tombolo, legato al lavoro e dunque a tematiche più serie e intime gli garantisce la medaglia d’oro alla promotrice di Torino, poi partirà per New York.

Arturo Noci a New York

Il 1923 segna la svolta: Noci va a New York. Qui diventerà uno dei più affermati ritrattisti della borghesia imprenditoriale americana. Immortalerà Mrs. Guggenheim, Julia Currey, Il baritono Giuseppe De Luca.

In questi anni la sperimentazione di Arturo Noci si assopisce in favore di una ritrattistica basata principalmente su foto dei soggetti. I ritratti appaiono maestosi, eleganti, sobri, proprio come chiede la committenza americana.

Si fa dunque interprete di un’arte che piace moltissimo. Ottiene un immenso successo, ma continua a sperimentare diverse tecniche pittoriche soprattutto nelle varie vedute di Central Park che esegue dal suo appartamento. La pennellata, negli anni Trenta, si fa ampia, distesa, modernissima e sciolta da qualsiasi canone.

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