Olivero Matteo

Matteo Olivero. Monviso. Tecnica: Olio su tela
Monviso. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Matteo Olivero (Acceglio, 1879 – Verzuolo, 1932) nasce da un’umile famiglia piemontese. Rimesto orfano di padre molto giovane, si trasferisce a tre anni a Dronero, dove passerà gran parte della sua infanzia. Nel 1891, segue la madre a Cuneo e frequenta l’Istituto Tecnico, dove inizia a manifestare eccellenti doti disegnative.

Diplomatosi nel 1895, Matteo Olivero si trasferisce dunque a Torino per frequentare l’Accademia Albertina, con impegno e determinazione. I premi e i riconoscimenti si susseguono negli anni di studio, quando si dedica nei primi tempi alla scultura.

Esordisce, infatti, alla Promotrice torinese del 1900 con un busto in gesso. Conosciuto l’artista francese Alexis Mérodack-Jeanneau (1873-1919), inizia a collaborare alla sua rivista “Tendences Nouvelles” con lo pseudonimo di “Leonardo”.

L’interesse per la questione sociale

Ci troviamo nella Torino dell’inizio del Novecento: i problemi sociali legati al lavoro lo colpiscono nel profondo, così inizia ad interessarsi alle teorie divisioniste e socialiste di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907), con cui intraprende un fitto scambio epistolare.

È a questo periodo che risale il suo passaggio dalla scultura alla pittura, legata alla questione sociale e al paesaggio delle montagne e delle valli piemontesi, ed elaborata in chiave divisionista. Partecipa alla Biennale di Venezia del 1905 ottenendo un grande successo di pubblico, tanto che i suoi dipinti vengono immediatamente venduti.

Un artista irrequieto

La luce e l’atmosfera sono gli elementi che più interessano a Matteo Olivero, ormai riconosciuto dalla critica italiana ed europea. Abilissimo anche nella resa della figura, viene però soprattutto per i suoi paesaggi ricchi di luce e per i dipinti dedicati al lavoro.
Riceve diversi riconoscimenti alle Esposizioni e la sua carriera cresce fino alla grande personale che tiene al Salon de l’Union Internationale des Beaux-Arts di Parigi nel 1910.

Dopo la prima guerra mondiale, Matteo Olivero continua a dipingere e ad esporre quadri divisionisti, sempre più tormentati. Il suo carattere irrequieto e ribelle gli permette comunque di ricevere il forte apprezzamento del senatore Burgo, di Cuneo. Questi sarà per tutti gli anni Venti il suo mecenate e protettore.

Nel 1930, il carattere già inquieto si acuisce ancora di più, con la morte dell’amata madre. questo lo getta in una crisi fortissima. Si sposta da Torino a Verzuolo, ospitato proprio da Burgo. Si allontana dalla vita pubblica e le sue opere non vengono accettate dalla Biennale del 1932. Sfinito e amareggiato, si suicida gettandosi dalla finestra del suo studio, a soli cinquantatré anni.

Matteo Olivero: un intenso divisionismo, tra questione sociale e paesaggi piemontesi

Come accennato, esordisce nel campo della scultura alla Promotrice di Torino del 1900. Il gesso rappresenta un Reietto: dimostra già così di essere sensibile alla vita e al destino degli ultimi. Ma il contatto e la conoscenza di Pellizza lo avvicinano potentemente alla pittura e al Divisionismo in particolare.

Nel 1901 alla Promotrice torinese esordisce in pittura con una grande tela dal titolo Lunedì. Ma il vero successo giunge quando partecipa alla Biennale di Venezia del 1905 con il suggestivo paesaggio Ultimi raggi e con il dipinto a sfondo sociale E maledice il giorno che rimena il servaggio.

Si tratta di un dipinto dalla pennellata divisionista allungata e sfilacciata, ricca di una luce crepuscolare che accompagna la natura e i lavoratori nella fucina di Dronero. Alla Mostra di Milano per il Traforo del Sempione del 1906 espone Salita al castello, mentre alla Biennale del 1907 l’emozionante dipinto Dopo la neve il sole, dai forti riferimenti al Sole di Pellizza.

Al 1909 risale la sua partecipazione sia alla Biennale con Pace vespertina – La Spinetta di Cuneo si alla Nazionale di Rimini con Sotto la luna (autoritratto), Tramonto (Ussolo, Valle Maira), Il sole e Dopo la neve.

Alla Biennale del 1910 espone invece Primi baci di sole. Nello stesso anno, Solitudine, dipinto in cui luce e neve sono le protagoniste, gli fa ottenere la medaglia d’oro all’Internazionale di Bruxelles.

Con Nevicata e Giorno di sole partecipa alla Biennale del 1912, mentre al 1913 risale l’iconico ritratto Mia madre, conservato al Museo Civico di Torino. Durante gli anni della guerra si interrompe l’attività espositiva di Matteo Olivero, ripresa nel 1920, quando a Venezia espone il bellissimo autoritratto Uno strambo in Piazza San Marco, insieme a Suburbio.

Nell’autoritratto, compare fotograficamente sulla destra, mentre nello sfondo compaiono le luminose cupole di San Marco. Il divisionismo è ancora presente, con le sue luci e i suoi colori accesi.

Partecipa alla sua ultima Biennale di Venezia nel 1926, con Primo Sole. Nel frattempo partecipa alla Biennale romana del 1925 con Funerali a Casteldelfino e poi con L’attesa alla Promotrice di Torino del 1927, che gli garantisce la medaglia d’argento.

Gli ultimi anni sono dolenti e difficili: un suo grande dipinto, Mattino, alta valle Macra viene acquistato dall’amico e mecenate Burgo, ma ormai Matteo Olivero si ritira dalla vita pubblica e si chiude in una dura crisi fino alla morte.

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