Oscar Ghiglia

Oscar Ghiglia. Calle, 1921. Tecnica: Olio su tela
Calle, 1921. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Oscar Ghiglia (Livorno, 1876 – Firenze, 1945) nasce da una famiglia di modeste condizioni economiche. Quindi, il piccolo Oscar deve, sin da subito, intraprendere diversi mestieri, soprattutto dopo la morte del padre. Si avvicina casualmente alla pittura e capisce immediatamente di voler intraprendere la strada dell’arte.

Inizialmente si forma da autodidatta, poi frequenta lo studio di Guglielmo Micheli (1866-1926) a Livorno. Questi lo introduce alla pittura verista di eredità fattoriana, ma lo presenta anche ad artisti quali Amedeo Modigliani (1884-1920), con cui stringe una forte amicizia.

Ne abbiamo testimonianza grazie allo scambio epistolare tra i due in cui si manifesta, da parte di entrambi, l’insofferenza nei confronti della piccola Livorno e la voglia di emergere anche all’estero.

Gli anni fiorentini

All’inizio del Novecento si trasferisce a Firenze con Modigliani, condividendo un piccolo appartamento in Via San Gallo. Firenze è importantissima per Oscar Ghiglia, non solo perché visita musei e gallerie in cui passa lunghe ore di studio, ma anche perché conosce direttamente Giovanni Fattori (1825-1908) alla Scuola Libera del Nudo. Nel 1901, grazie a lui, espone per la prima volta alla Biennale di Venezia.

Ciononostante, per Oscar Ghiglia la pittura di macchia rappresenta solo una base da cui partire. A Firenze, infatti, entra in contatto con l’arte internazionale e si avvicina in particolar modo al Simbolismo. È attratto da Arnold Böcklin (1827-1901), dalle Secessioni europee e dall’influenza lasciata a Firenze da Nino Costa (1826-1903), fondatore a Roma di In Arte Libertas.

Si avvicina, inoltre, al simbolismo misterioso di Giovanni Costetti (1874-1949) che lo introduce a quello di autori nordici come Franz von Stuck (1863-1928). Sono gli anni in cui Oscar Ghiglia si occupa soprattutto del ritratto in chiave introspettiva.

L’interesse per la pittura Nabis

Grazie al contatto con Ardengo Soffici (1879-1964), appena rientrato da Parigi nel 1903, si interessa al paesaggio e alla natura morta elaborati in chiave Nabis.

Félix Vallotton (1865-1925) e Maurice Denis (1870-1943) divengono i riferimenti principali per l’artista livornese nei primi dieci anni del Novecento. È come se il pittore portasse una parte del gruppo raccolto attorno alla rivista “Revue Blanche” a Firenze.

Con le sue stesure bidimensionali e un poetico e semplice arcaismo formale, raccolto all’interno di linee secessioniste, Oscar Ghiglia sembra reinterpretare il colore di Fattori in chiave sintetica e simbolista.

Il rapporto con Gustavo Sforni e gli ultimi anni

Nel 1909 Oscar Ghiglia incontra per la prima volta Gustavo Sforni, ex pittore che diventerà il suo principale collezionista. Tramite un accordo non ufficiale, infatti, il pittore lavora per Sforni, che lo avvicina alla materia di Cézanne, dato che ne è un importante collezionista.

Dopo aver preso parte alle Secessioni romane, Oscar Ghiglia, si ritira a Castiglioncello, come da tradizione macchiaiola. Qui la sua poetica subisce una svolta: si dedica soprattutto alle nature morte, i cui oggetti acquistano un valore plastico prima assente, accompagnato da un rigoroso accento formale.

Un’eleganza quasi laccata e lontana dalla bidimensionalità di matrice Nabis lo caratterizza per gli ultimi anni, quando espone anche con Novecento, apprezzato per l’essenzialità classica e volumetrica. Con le sue personali alla Galleria Pesaro di Milano e con la II Quadriennale di Roma del 1935 si chiude la stagione espositiva di Oscar Ghiglia. Fino agli anni Quaranta vive una vita appartata e muore a Firenze nel 1945.

Oscar Ghiglia: dal verismo al simbolismo Nabis

Da toscano, e soprattutto dopo il trasferimento a Firenze, Oscar Ghiglia non può che ricevere l’influenza della pittura di macchia di Fattori. Ciò che gli interessa è il valore poetico e intimista che si produce tramite il giusto accostamento tonale che già procede verso quel valore à plat degli anni successivi.

A Firenze, si interessa subito al simbolismo internazionale, accostandolo dunque al cromatismo fattoriano. È attratto soprattutto dalle derivazioni simboliste di Costa e di Böcklin, per cui, l’Autoritratto inviato alla Biennale di Venezia del 1901 riflette proprio queste prime influenze. Anche il Ritratto presentato sempre alla Biennale del 1903 è chiaramente ispirato ad un irrequieto Simbolismo nordico.

Nel 1904 a Firenze espone Giovane fiorentino, Ritratto di signora, Venezia (macchia di colore). È in questi anni che all’interesse per il simbolismo si unisce quello per una forma e un colorismo Nabis, che lo spinge ad usare tinte piatte ed una linea di contorno sinuosa che permette incastri di forme e colori, proprio come Vallotton o Denis.

È a questo punto che per Oscar Ghiglia viene coniata l’espressione che lo classifica come un tosco-nabis. Ne scaturiscono opere come Paradiso d’Erasmo, Ritratto di donna, Ritratto di un pittore, La noia, La veglia. Ma anche Gustavo Sforni e la sua cavalla, Donna che si pettina, La toelette e Nobildonna, Donna che scrive e La signora Ojetti al piano.

Natura morta: il ritorno al valore plastico

Quando, intorno al 1914 Oscar Ghiglia si ritira a Castiglioncello, comincia ad abbandonare quella bidimensionalità Nabis che lo aveva caratterizzato fino a quel momento. Si dedica con passione e studio alla natura morta, prediligendo soprattutto i fiori.

Essi acquisiscono una plasticità prima assente, il colore viene steso in modo da divenire quasi levigato, laccato, per mettere in risalto riflessi e volumetrie piene e sincere. Così, nel 1921 espone alla mostra milanese Arte Italiana Contemporanea Calle: i fiori sono al centro di tutto, l’importanza formale e plastica dell’oggetto fa avvicinare Oscar Ghiglia alle contemporanee ricerche del ritorno all’ordine novecentista.

Alla Personale presso la Galleria Pesaro del 1929 presenta sette opere che seguono questo indirizzo: Accordi di bianchi, Le conchiglie, Lo strettoio, Mucca alla mangiatoia, Natura morta, Cinese e Autoritratto.  Alla Quadriennale di Roma del 1935 invia Magnolie, Zuccaio, Pesci, La coltre, Arance e Ritratto di signora.

Come un maestro de Seicento, nelle sue nature morte è attentissimo ai valori cromatici, ai riflessi nel vetro, alla chiarezza formale. Passa gli ultimi anni nella quasi totale lontananza dalla vita pubblica, dipingendo solo per i collezionisti a lui affezionati.

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