" /> Vinicio Paladini, Pittore | Acquisto Opere, Biografia, Quotazione Gratuita

Paladini Vinicio

Vinicio Paladini. Ritmi Meccanici, 1923. Tecnica: Olio su tela
Ritmi Meccanici, 1923. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Vinicio Paladini (Mosca, 1902 – Roma, 1971), figlio di un italiano e di una russa, nasce a Mosca. Con la Russia, l’artista avrà un legame sottile che farà sempre da sostrato alla sua avventura pittorica.

Trasferitosi a Roma adolescente, inizia a frequentare, grazie all’intervento di suo padre, Giacomo Balla (1871-1958) e anche l’architetto futurista Virgilio Marchi (1895-1960), proprio mentre sta allestendo il Teatro degli Indipendenti di Anton Giulio Bragaglia (1890-1960).

Quindi, a cominciare dagli anni Venti, Vinicio Paladini si trova spesso nella Casa d’Arte Bragaglia, dove entra in contatto con la folta compagine futurista romana. In questi primi, giovanili anni, l’artista, influenzato particolarmente dalla poetica di Balla, realizza opere afferenti al primo futurismo, dinamiche e legate al concetto di movimento.

Nel 1922, il giovane pittore partecipa all’Esposizione di Arte Italiana Futurista organizzata da Tato (1896-1974) a Bologna. Nel frattempo, stringe amicizia con quello che resterà per molti anni il suo principale compagno e collaboratore artistico, il coetaneo Ivo Pannaggi (1901-1981).

Tra Futurismo e Bolscevismo

Sono gli anni in cui Vinicio Paladini si interessa con sempre maggiore cura al Costruttivismo russo e all’orientamento comunista. Dunque, la prima influenza balliana che riguarda sia Pannaggi che Paladini si trasforma piano piano in una ricerca nuova e peculiare, che sfocia nell’elaborazione di un futurismo bolscevico, in contrasto con il consueto abbinamento del futurismo con i Fasci di combattimento a partire dal 1919.

A questo punto, il pittore trae inevitabilmente spunto dal neo plasticismo astratto, unendolo al cubo futurismo, in composizioni che risultano perciò legate all’arte russa. Tutta questa tendenza di Vinicio Paladini, unita alla simile azione di Ivo Pannaggi, conduce alla pubblicazione del Manifesto dell’Arte Meccanica Futurista nel 1922.

Una seconda versione apparirà nel 1923 sulla rivista “Noi” e verrà firmata anche da Enrico Prampolini (1894-1956). Amore per il movimento meccanico e visioni che uniscono Futurismo a Cubismo a Dada costituiscono la base del Manifesto.

La produzione dell’artista comincia ad essere sempre più orientata verso il costruttivismo russo soprattutto a partire dalla metà degli anni Venti. Nel frattempo, svolge con fervore la sua attività teorica di impianto marxista, collaborando a riviste come “Pagine rosse” e “Avanguardia”, su cui pubblica testi quali Arte comunista, Appello agli intellettuali! e Arte d’avanguardia e Futurismo.

L’allontanamento dal Futurismo

Verso la fine degli anni Venti, Vinicio Paladini si allontana sempre di più dalle dinamiche futuriste, ormai completamente immerso nel clima culturale europeo. Si lega alla Nuova Oggettività tedesca per unirla, in un felice connubio, alla Metafisica dechirichiana, senza tralasciare il collage Dada.

Contemporaneamente, la sua attività espositiva si intensifica sempre di più, soprattutto a livello internazionale: espone a Belgrado, a Vienna, a New York e a Venezia, ottenendo sempre un notevole successo.

È questo il periodo dell’Immaginismo, che si sviluppa in ambiente romano e ha come organo di diffusione la rivista “La Ruota dentata”. Questo fervore che unisce arte italiana alle maggiori correnti europee si spegne intorno al 1927, ma Vinicio Paladini continua ad esporre e dipingere fino agli anni Trenta inoltrati.

Durante gli anni Quaranta, invece, si trasferisce negli Stati Uniti, dove si dedica soprattutto all’architettura e al design, senza mai allontanarsi dalla sua attività teorica che lo identifica con la cultura comunista e costruttivista europea. Muore a Roma nel 1971, a sessantanove anni.

Vinicio Paladini: l’Arte Meccanica Futurista

L’inizio dell’attività artistica di Vinicio Paladini corrisponde sicuramente con l’estetica di Balla. Purtroppo, di questa prima fase ci sono pervenute pochissime opere dell’artista, ma siamo certi che, nel 1921, abbia realizzato una serie di opere chiaramente futuriste, Camioncorsa, Oggetti di vetro, Mia madre legge il giornale, Treno in corsa e Uomo controvento.

Nella mostra Futurista organizzata da Tato a Bologna nel 1922, il pittore espone Paesaggio, Bicchiere-pipa-asso di fiori e Natura morta. Queste opere risultano ancora legate al futurismo di stampo classico, quello ispirato da Balla e da autori più particolari come Julius Evola (1898-1974).

Invece, con il sodalizio artistico con Ivo Pannaggi e dopo la pubblicazione del Manifesto dell’Arte Meccanica Futurista, la pittura di Vinicio Paladini si fa molto più personale e ricercata. Ne sono esempio le opere Proletario della Terza Internazionale, che evidenzia anche il suo orientamento bolscevico, e Composizione plastica scenica, realizzati tra il 1922 e il 1923.

Risale invece alla Biennale del 1926 Equilibrismi che rivela una chiara ispirazione costruttivista russa e rappresenta una delle ultime sperimentazioni in questo senso. Lo stesso vale per le opere presentate alla mostra presso la Galleria del Milione a Milano nel 1932, tutti bozzetti di scenografie teatrali, tra cui Anticamera magica.

Per poi procedere, nel corso degli anni Trenta, nel campo della Nuova Oggettività unita alla Metafisica, con opere come Prove di carnevale, esposta alla II Quadriennale di Roma del 1935.

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