" /> Nicola Palizzi, Pittore | Biografia, Valutazione Gratuita, Acquisto Quadri

Palizzi Nicola

La caccia. Palizzi Giuseppe
La caccia. Tecnica: Olio su Tela

Nicola Palizzi (Vasto, 1820 – Napoli, 1870) lavora a Vasto come fabbro e armiere. Nel 1842 si trasferisce a Napoli, seguendo i fratelli Giuseppe (1812-1888) e Filippo (1818-1899).

Si iscrive al Real Istituto di Belle Arti, dove si forma frequentando i corsi di Gabriele Smargiassi (1798-1882). Nel 1848 vince il pensionato a Roma e non riesce a spostarsi da Napoli a causa dei moti rivoluzionari.
Approfondisce la pittura dal vero recandosi a Cava, Sorrento e nel 1854 ad Avellino per dedicarsi a diversi studi all’aria aperta.

Il viaggio a Parigi

A questo punto Nicola Palizzi, indirizzato verso una pittura verista, decide di partire per Parigi. Sente la necessità di un confronto con gli sviluppi della pittura francese anticipatigli dai fratelli.

Compie una breve sosta a Roma e Firenze e poi parte alla volta della Francia. Qui troverà le basi per un  fertile arricchimento nello scambio con la Scuola di Barbizon e con Camille Corot, ma anche con il realismo di Gustave Courbet.

Dopo pochi mesi Nicola Palizzi torna a Napoli e nel 1859 viene nominato professore del Real Istituto di Belle Arti. Nel 1861, dopo l’Unità d’Italia, si iscrive alla Società Promotrice di Belle Arti di Napoli, esponendovi nel 1862, nel 1866 e nel 1867.

La maggior parte delle sue opere sono conservate al Museo Civico di Vasto, sua città natale, e alla Galleria dell’Accademia di Napoli. Muore in questa città nel 1870.

La pittura della realtà

Gli esordi nel segno di Smargiassi

Fin dal 1843 Nicola Palizzi inizia ad esporre alla Biennale Borbonica con una Veduta di Pietrafracida in Abruzzo, mentre due anni dopo presenta una Veduta di Napoli da Mergellina.

Già da questi giovanili paesaggi si può notare l’influenza di Gabriele Smargiassi, suo maestro in Accademia e originario di Vasto come Nicola. I segni smargiassiani emergono soprattutto dalla limpidezza delle vedute, retaggio del linguaggio della Scuola di Posillipo.

Esempi di questa eredità sono alcuni studi di piante e lo Studio di una quercia, ma anche Sarra nelle vicinanze di Cava (Napoli, Museo di Capodimonte).

Il paesaggio

Nel 1851 si presenta alla Biennale Borbonica con quattro tele, tra cui Avanzo di un’antica città con tramonto di sole.
In questo dipinto si evidenzia il lato ufficiale della pittura di Nicola Palizzi, quello della produzione di opere di grandi dimensioni che potevano essere facilmente vendute a collezionisti o addirittura alle casate reale.

Ma questo tipo di lavoro viene condotto di pari passo con una ricerca più intima e vera. Quella dei piccoli studi estremamente moderni, caratterizzati da un linguaggio così rapido e compendiario da far differenziare Nicola da tutti i suoi fratelli pittori.

Sempre dal 1851 inizia a dedicarsi anche a dipinti che raccontino la quotidianità del meridione. Un esempio è il dipinto Terremoto di Melfi. In altre tele racconta eventi politici e sociali del Regno Borbonico, come Manovre militari al poligono di Bagnoli dirette da Ferdinando II del 1854.
Questa opera richiama l’intento cronachistico e celebrativo delle opere dello stesso genere di Salvatore Fergola (1799-1874).

Nicola Palizzi. Il verismo “sintetico”

Nel 1854, Palizzi si reca ad Avellino per dedicarsi ad alcuni studi dal vero. Realizza opere come Veduta di Avellino al chiaro di luna o Paesaggio di composizione, quest’ultima acquistata da Pietro V re del Portogallo per il Palazzo reale di Lisbona.

La realtà è resa mediante un’interpretazione sintetica e veloce di macchie di colore accostate le une alle altre. Il paesaggio è molto moderno e simile alle istanze e ai tagli luminosi e quasi fotografici di Camille Corot.

Nel 1856 Nicola Palizzi è a Parigi dove risente certamente dell’influenza del fratello Giuseppe, soprattutto nella trattazione di paesaggi animati da figure o animali, come Paesaggio con cervi.

Il dialogo più fruttuoso è quello con le opere dei Barbizonnieres e con quelle di Corot e di Courbet, come dimostra il dipinto la Foresta di Fontainebleau. Questa opera racchiude in pieno lo sviluppo della maniera sintetica e veloce delle pure macchie di luce ravvicinate.

Negli anni Sessanta e Settanta il suo spiccato e particolare utilizzo della luce, la ricerca prospettica e spaziale, nella piena adesione alla realtà lo avvicinano alla Scuola di Resina e in particolare a Marco De Gregorio (1829-1876).
Questa influenza si rintraccia in dipinti come Piazza Orsini a Benevento (Vasto, Pinacoteca civica) e Studio di rocce con pantano. 

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