" /> Renato Paresce, Pittore | Acquisto Opere, Biografia, Valutazione Gratuita

Paresce Renato

Renato Paresce. Il Faro. Tecnica: Olio su tela
Il Faro. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Renato Paresce (Carouge, 1886 – Parigi, 1937) nasce in Svizzera, da una famiglia di agiate condizioni. Il padre, palermitano e fervente socialista era stato costretto a trasferirsi in Svizzera, dove insegnava matematica all’Università.

Ma quando Renato è ancora piccolo, si trasferisce con la famiglia a Firenze, dove compie la sua prima formazione. Cresciuto in un ambiente intellettuale molto fertile, si avvicina sin da piccolo alla pittura, incoraggiato anche dai genitori, che notano le sue precoci propensioni verso il disegno.

Ciononostante, sceglie di continuare gli studi canonici e frequenta la facoltà di Fisica prima all’Università di Bologna, poi a quella di Palermo. Nel 1911, Renato Paresce, dopo essersi laureato, inizia ad insegnare fisica in un collegio di Firenze, ma contemporaneamente si avvicina all’ambiente pittorico ed in particolare si lega a Baccio Maria Bacci (1888-1974).

Il trasferimento a Parigi

L’anno successivo, ottiene un incarico come fisico a Parigi, presso il Boureau International des Poids et Mesures. Il trasferimento in Francia segna un nuovo e definitivo avvicinamento di Renato Paresce alla pittura, prodotto anche dal fertile clima culturale in cui si ritrova ad immergersi.

A Parigi lo raggiunge il suo amico Bacci, con cui frequenta gli ambienti artistici più in voga a Montparnasse, entrando a far parte di quella cerchia di pittori che poi ha preso il nome di “Italiens de Paris”.

Stringe amicizia con diversi pittori, tra cui Picasso (1881-1973) e Modigliani (1884-1920), ma allo scoppio della guerra decide di allontanarsi da Parigi. Si rifugia a Londra, dove lavora come assistente al National Physical Laboratory.

Lavora di giorno, ma di notte dipinge incessantemente, ed inizia ad esporre ai Salon des Independants. Il linguaggio di Renato Paresce, in questa prima fase, risulta ancora caratterizzato dalla vicinanza ai modi di Cézanne, con l’accezione costruttiva e ritmata del colore steso con piccoli tasselli sfaccettati.

Londra e Parigi: il definitivo passaggio dalla fisica alla pittura

Nel corso degli anni Dieci, durante e dopo la guerra, la pittura diviene per lui essenziale. Piano piano, abbandona il mondo della fisica, per dedicarsi esclusivamente all’attività artistica. Per mantenersi senza legami con gallerie e collezionisti, inizia a scrivere per la “Stampa” come inviato tra Parigi e Londra.

Intorno al 1918 si distacca gradualmente dal linguaggio cézanniano per inoltrarsi prima verso un Espressionismo di matrice fauve, poi verso le atmosfere naïf e surreali di Henri Rousseau (1844-1910).

Dal 1920 al 1925 vive a Londra con la moglie, una pianista russa. In questi anni non espone, ma conduce un’esistenza isolata e lontana dai riflettori delle esposizioni. È un momento cruciale: passa dalle elaborazioni cubiste dei papier collé allo studio dei maestri del Quattrocento italiano.

Le mostre con gli “Italiens de Paris”

Trasportato ed influenzato soprattutto dalle correnti di ritorno all’ordine, sviluppa una pittura che si inserisce tra i riferimenti ad una cultura primitiva e mediterranea e spiccati richiami alle atmosfere surrealiste e metafisiche, con la presenza di donne-manichini e oggetti enigmatici.

Il Realismo magico diviene la cifra caratteristica di Renato Paresce intorno alla metà degli anni Venti, quando viene invitato ad esporre con Novecento a Milano nel 1926 e nel 1929. Il suo idealismo, tra la metafisica dechirichiana e i richiami ad un mondo ancestrale, lo accompagna per tutta la sua restante produzione degli anni Venti e Trenta e lo avvicina moltissimo allo stile di Mario Tozzi (1895-1978), italiano a Parigi come lui.

Infatti, insieme agli “Italiens de Paris” espone in diverse occasioni in tutta Europa, da Parigi, ad Amsterdam, a Londra e alla Biennale di Venezia. La sua pittura opaca tende ora ad imitare l’affresco antico, sulla scia delle derivazioni primitiviste dell’amico Massimo Campigli (1895-1971).

La dimensione onirica di Tozzi e quella arcaizzante di Campigli si uniscono in una particolare rielaborazione da parte di Renato Paresce, che sembra creare palcoscenici teatrali con oggetti e manichini, in scenografie stranianti e poetiche. Verso la metà degli anni Trenta, sembra spingersi anche verso la creazione di paesaggi cosmici, intimi e desolati. Ammalatosi, muore in una casa di cura parigina nel 1937, a soli cinquantuno anni.

Renato Paresce: il Realismo Magico e “mediterraneo”

Dopo le prime esperienze cézanniane e cubiste, Renato Paresce approda ad un suo particolare linguaggio nel corso degli anni Venti. Anche tra Parigi e Londra vive intensamente il passaggio a quel rappel à l’ordre che in Italia si esprime con Novecento e con Valori Plastici.

Ma l’artista non si ferma ad una rielaborazione del linguaggio solido e formale del Quattrocento italiano, anzi, si inoltra verso iconografie che sfiorano il mondo silenzioso della Metafisica, spingendosi verso soluzioni misteriche che si avvicinano moltissimo a quell’idea di cultura mediterranea primitiva, mitica ed indispensabile perché fondante quella attuale.

Il suo quindi, più che essere un Realismo Magico, è un Realismo Mediterraneo, come quello di Tozzi e Campigli, “Italies de Paris” come lui. Un neo Quattrocentismo sospeso ed enigmatico caratterizza le atmosfere dei dipinti di Renato Paresce della metà degli anni Venti.

Sagome volumetriche e plastiche compaiono in scenografie teatrali indisturbate e imperscrutabili, tra la riscoperta dei valori formali della pittura antica e una dimensione surreale e visionaria. Balconi o archi aperti su paesaggi tipicamente italiani ospitano nature morte come nel dipinto La loggia, esposto alla Biennale di Venezia del 1928.

Paesaggio e Paesaggio marino compaiono invece alla Biennale successiva e Il castello, La città morta e La statua alla Quadriennale di Roma del 1931. Alla Biennale di Venezia del 1932, Renato Paresce si presenta con Paesaggio notturno e Paesaggio italiano, dipinti che virano verso la sospensione lei paesaggi cosmici prampoliniani, seppur con esiti diversi.

Nel 1933, l’artista tiene una personale alla Galleria del Milione di Milano, in cui espone più di quaranta opere, tra cui Sirene, L’addio, Conchiglia navigatrice, Il faro, La notte, La nebulosa, Il sogno del naufrago, Costellazioni, Il tempio, Lo studio e Partenze.

Tre le ultime apparizioni pubbliche del pittore vi è quella alla Quadriennale di Roma del 1935, in cui presenta L’attesa e I giorni e le notti.

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