Tancredi Parmeggiani

Tancredi Parmeggiani. Senza titolo, 1952. Tecnica: Tempera su Carta
Senza titolo, 1952. Tecnica: Tempera su Carta

Biografia

Tancredi Parmeggiani (Feltre, 1927 – Roma, 1964), conosciuto anche solo come Tancredi, rimane orfano di padre molto precocemente e, anche a causa della malattia della madre, viene trasferito, insieme al fratello, nell’Istituto salesiano di Belluno, dove rimane fino ai primi anni del liceo classico.

L’insofferenza verso gli studi classici, di cui si accorgono anche gli stessi padri salesiani, accompagnata da una spiccata vocazione artistica, conduce il giovane ad iscriversi al liceo artistico di Venezia.

Nel 1946, entra nell’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove frequenta la Scuola Libera del Nudo sotto la conduzione di Armando Pizzinato (1910-2004) e dove stringe amicizia con Emilio Vedova (1919-2006), entrambi futuri protagonisti del Fronte Nuovo delle Arti.

Da Venezia a Roma

Nel 1947, decide di partire a piedi verso la Francia, per raggiungere Parigi. Dopo questa esperienza, rientra in Italia e vive tra Feltre e a Venezia. Nel 1948 visita la sua prima Biennale, dove ha modo di confrontarsi con i maestri delle avanguardie che ammira nella sezione dedicata alla collezione Peggy Guggenheim.

Nel 1949, Tancredi Parmeggiani tiene la sua prima personale alla Galleria Sandri di Venezia, presentato in catalogo da Virgilio Guidi (1891-1984), suo insegnante in Accademia. Con un testo dell’artista stesso, inoltre, compare per la prima volta la firma “Tancredi” priva del cognome, che lo accompagnerà per tutta la sua carriera.

Negli anni Quaranta, la sua pittura è ancora molto legata all’influenza degli espressionisti e secessionisti di Ca’ Pesaro, come Gino Rossi (1884-1947) e Guido Cadorin (1892-1976), come si nota dai colori piatti e accesi e dalla linea di contorno molto marcata.

Ma con l’arrivo del decennio successivo, la pittura di Tancredi Parmeggiani si fa sempre più rarefatta, attraversata da segni flebili e colori tenui e sembra sentire l’influenza di quella di Filippo De Pisis (1896-1956) nella sua ultima fase.

Nel 1950 si trasferisce a Roma, inserendosi immediatamente nell’ambiente artistico legato all’Astrattismo di Forma 1. Per un certo periodo viene ospitato da Giulio Turcato (1912-1995), che lo introduce alla Galleria-Libreria L’Age d’Or.

Con le sue prime tele astratte, caratterizzate da vortici di segni, a tratti più delicati, a tratti più gestuali, l’artista, nel 1951, viene invitato a partecipare alla rassegna Arte Astratta e Concreta in Italia alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, insieme ai suoi amici di Forma 1.

L’importanza di Peggy Guggenheim

Durante lo stesso anno, rientra a Venezia, dove conosce Peggy Guggenheim, che lo definisce il “mio nuovo Pollock” e lo promuove proprio come Emilio Vedova e Giuseppe Santomaso (1907-1990).  Dalla collezionista, Tancredi Parmeggiani riceve subito uno studio nel suo palazzo, in cui può lavorare senza sosta alla sua ricerca pittorica.

Tra il 1953 e il 1954, compie un viaggio a New York, dove ha modo di scoprire da vicino l’Action Painting di Jackson Pollock (1912-1956). Come aveva individuato Peggy Guggenheim, i due artisti condividono l’idea della tela come campo d’azione ed entrambi eliminano il cavalletto per posizionarla a terra.

Rientrato in Italia nel 1954, l’artista tiene una personale organizzata dalla collezionista, che ormai lo ha accolto sotto la sua ala protettiva. Nello stesso anno, è presente alla mostra Tendances Actuelles alla Kunsthalle di Berna, insieme ad artisti come Pollock e Wols (1913-1951).

Al 1957 risalgono due partecipazioni fondamentali a New York, alle mostre Italy. The new vision alle World House Galleries e Trends in watercolors Today nel Brooklyn Museum, dove viene presentato in catalogo da Lionello Venturi.

Le sue personali si susseguono ininterrottamente nel corso di tutti gli anni Cinquanta. Da segnalare sono quelle alla Saidenberg Gallery di New York e alla Hanover Gallery di Londra. All’iniizio degli anni Sessanta, inizia ad avere una serie di crisi nervose dovute forse all’eccessiva esposizione pubblica e alle recenti accuse sulla contraffazione di alcune sue opere comparse sul mercato. L’ultima sua esposizione risale alla Biennale di Venezia del 1964, anno in cui muore suicida a Roma.

Tancredi Parmeggiani: un Informale magico e poetico

Tancredi Parmeggiani, o meglio, Tancredi è protagonista di una pittura informale in cui la tela è protagonista del campo d’azione dell’artista, che con i suoi movimenti e i suoi gesti lavora in comunione fisica con essa.

La base ideologica del suo lavoro è percepibile grazie alla cospicua quantità di scritti che l’artista accompagna alla realizzazione delle opere. Negli anni Cinquanta, elabora la personale sperimentazione del “punto circondato dal vuoto”, su cui scrive: «Il punto è l’elemento geometrico meno misurabile che ci sia, ma il più immediato da ideare: qualunque punto realizzato formalmente è geometria, qualunque forma relativa alle dimensioni del mio quadro ha per legge il vuoto da tutte le parti».

Questo avviene, ad esempio, nella tela Il gioco della palla del 1953, in cui i punti neri dialogano con forme simili caratterizzate da un cromatismo gioioso, ma che rispetta un regolare ritmo in cui emerge in primo piano quella macchia nera ripetuta che sembra governare tutte le altre.

Gran parte della produzione di Tancredi è sparsa in collezioni private, ma è particolarmente presente al Guggenheim di Venezia, dove sono esposte composizioni senza titolo che riassumono tutto il suo breve ma prezioso contributo all’Informale.

Dal gesto più deciso che lo avvicina all’Espressionismo Astratto americano a costellazioni variegate di segni che trasmettono la creazione di un immaginario poetico, l’artista si è fatto protagonista di una pittura sapiente e ricercata, in cui ogni esplosione di colore e ogni approccio intimo o deciso, ha dato vita a definizioni spaziali dense e magiche.

Ne sono esempio Paesaggio di spazio del 1953, opera su carta definita da un intreccio di segni che definiscono il vicino ed il lontano, in una ambientazione mentale, ma anche Trasparenze degli elementi e Composizione, conosciuto anche come Giornali senza parole, presentato alla Biennale del 1964.

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