Pellizza da Volpedo Giuseppe

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Membra stanche, 1905-106 | Tecnica: olio su tela, 127 x 164 cm
Membra stanche, 1905-106. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Giuseppe Pellizza da Volpedo (Volpedo, 1868 – 1907) nasce in provincia di Alessandria da una benestante famiglia di agricoltori. Il padre era un fervente garibaldino e aveva sempre contribuito ad aiutare la società di Mutuo Soccorso della sua cittadina.

È per questo che sin da bambino Pellizza vive in un clima politico legato alla protezione degli ultimi. In casa dimostra una precoce attitudine al disegno che continua anche durante gli studi tecnici.

I genitori ben presto appoggiano il suo desiderio di dedicarsi all’arte e decidono di iscriverlo all’Accademia di Brera. Trasferitosi a Milano nel 1883 comincia ad esercitarsi nello studio del pittore Giuseppe Puricelli (1825-1894) per poi entrare in Accademia l’anno successivo fino al 1887.

Qui frequenta i corsi di Raffaele Casnedi (1822-1892), di Giuseppe Bertini (1825-1898) e di Luigi Bisi (1814-1886). Completati gli studi in Accademia, comincia a dedicarsi alla copia dal vero frequentando lo studio di Pio Sanquirico (1847-1900). Espone per la prima volta a Brera nel 1885.

Tra Roma e Firenze

Dopo gli studi milanesi Giuseppe Pellizza sente il desiderio di completare la sua formazione frequentando altre città italiane. Così prova a trasferirsi a Roma per soddisfare la sua passione per l’antico, ma l’insegnamento rigido dell’Accademia di San Luca non lo stimola come vorrebbe.

Quindi si sposta a Firenze dove diviene allievo di Giovanni Fattori (1825-1908) all’Accademia di Belle Arti e stringe amicizia con Plinio Nomellini (1866-1943). Deciso a perfezionare il disegno di figura, nel 1889 si trasferisce a Bergamo per seguire le lezioni di Cesare Tallone (1853-1919) all’Accademia Carrara.

Il viaggio a Parigi e il ritorno a Volpedo

Finalmente completati gli studi nel 1890, dopo aver fatto un viaggio a Parigi per visitare l’Esposizione Universale, torna a Volpedo per dedicarsi alla pittura. Partecipa alle prime esposizioni riscuotendo un notevole successo.

Ciò lo porta a farsi conoscere da critici, collezionisti e artisti, in particolare da Angelo Morbelli (1853-1919), con cui stringe una forte e duratura amicizia. Ne abbiamo testimonianza grazie ad un fitto epistolario che li vede protagonisti di scambi di idee sull’arte, la politica, il Divisionismo e la scienza ottica.

In questi anni Giuseppe Pellizza avvicina temi simbolici a temi legati alla difesa dei ceti più disagiati, dando vita ad una ricerca che dura per circa dieci anni. Sarà in questo momento che darà vita ai suoi più grandi capolavori, intessuti di un socialismo sentito e concepito come chiave di liberazione del popolo.

Spesso intervalla la sua vita in Piemonte con piccoli viaggi a Roma. Ad esempio, in quello del 1906 entra in contatto con Umberto Boccioni (1882-1916), Giacomo Balla (1871-1958) e Gino Severini (1883-1966).
Nel 1907, dopo la morte dell’amata moglie, si suicida impiccandosi nel suo studio di Volpedo.

 Giuseppe Pellizza da Volpedo. Gli esordi veristi

Dopo l’esperienza fiorentina accanto a Fattori, Giuseppe Pellizza una volta tornato nella sua città natale, si dedica completamente alla ricerca artistica. Prima affronta il genere del ritratto con un’impronta intimista, come in Ritratto del padre e Ritratto della madre o Ritratto di Giuseppe Giani mediatore.

Poi si dedica allo studio del paesaggio dal vero. In un secondo momento coniuga la sapienza ritrattistica a quella naturalistica, dando vita a opere come Mammine, presentata alla Promotrice di Genova del 1892. Nel dipinto si nota già uno spiccato utilizzo della luce abbagliante.

Essa genera ombre sull’erba e sui volti non caratterizzati perché rappresentazioni generali dell’umanità e non di persone ben identificate, cifra caratteristica dei suoi dipinti successivi.

Un esempio simile è Sul fienile, questa volta già realizzato con la tecnica divisionista a cui Giuseppe Pellizza è stato introdotto dall’amico Nomellini. Il dipinto è totalmente in ombra perché i contadini sono ritratti in controluce, quasi a dimostrare che ognuno di noi è narratore della storia dell’umanità. Anche da un piccolo fienile anonimo dove risiede un malato.

Il Divisionismo

Parallelamente allo studio e all’utilizzo della tecnica divisionista condivisa con i suoi amici di Brera Morbelli ed Emilio Longoni (1859-1932), approfondisce la tematica sociale. Decide di frequentare a Firenze l’Istituto di Studi Superiori, approdando a conclusioni che vedono il socialismo come mezzo per veicolare attraverso l’arte problematiche sociali. Così nasce Speranze deluse presentata alla seconda Triennale di Milano, opera che lo fa riconoscere da critici e artisti divisionisti come Giovanni Segantini (1858-1899).

Giuseppe Pellizza da Volpedo approda definitivamente al Divisionismo con Processione e Lo specchio della vita esposto a Torino nel 1898. Il famoso dipinto rappresenta un gregge di pecore che forma una linea che si rispecchia nel fiume Curone, nella pianura non distante dalla sua abitazione.

Il tempo che scorre inesorabile, il destino dell’uomo e il suo cammino incessante si rispecchiano nella natura che osserva tutto grazie alla sua sapienza secolare. I significati simbolici e spirituali del dipinto attraggono l’attenzione di scrittori come Fogazzaro e anticipano il ciclo dedicato al tema dell’amore Idilli, completato nel 1903.

La tematica sociale

Le lunghe e approfondite ricerche portano Giuseppe Pellizza da Volpedo a dare vita a composizioni solennemente equilibrate. In esse esiste un grande dialogo tra natura e uomo che fa emergere contenuti simbolici e universali.

La tematica che più interessa l’artista negli ultimi anni della sua attività è quella dei lavoratori, degli emigranti, del popolo stanco e vessato. Tutto egregiamente trattato con la materia pittorica divisionista nella sua più alta espressione.

Le figure statuarie continuano ad avere un significato assoluto che parte dal particolare della vita di ogni uomo. Così avviene in dipinti come Ambasciatori della fame, Fiumana e Quarto Stato, opera conosciuta in tutto il mondo, simbolo completo della poetica di Pellizza.

Anche l’emozionante Membra stanche, realizzato negli ultimi due anni della sua vita, è un dipinto estremamente poetico. Un gruppo di persone che si confondono al tramonto con la natura circostante, riposano i loro corpi sfiniti dal lavoro o dal cammino.

I piccoli tratti virgolettati del pennello dimostrano l’immensa capacità espressiva dell’unione tra colori caldi e freddi, che ricongiungono uomo e natura in un tutt’uno.

Questo dipinto corrisponde anche alle ultime indagini paesaggistiche di Giuseppe Pellizza da Volpedo, quella del Tramonto del 1901 o del Sole del 1906.
Dipinto questo dall’intenso significato simbolico e sicuramente fiducioso in una società nuova che sta nascendo all’inizio del secolo. Qui la natura assorbe completamente lo spettatore nella luce abbagliante del sole che comprende in sé tutti i colori.

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