Achille Perilli

Achille Perilli. La Minaccia, 1957. Tecnica mista su tela
La Minaccia, 1957. Tecnica mista su tela

Biografia

Achille Perilli (Roma, 1927) studia al liceo classico Giulio Cesare insieme a Piero Dorazio (1927-2005), con cui frequenta lo studio di Aldo Bandinelli (1879-1977). Iscrittosi a Lettere alla Sapienza, si laurea con Lionello Venturi, con una tesi sulla pittura metafisica di Giorgio De Chirico (1888-1978).

Al termine della Seconda guerra mondiale, insieme agli artisti Piero Dorazio, Renzo Vespignani (1924-2001) e Mino Guerrini (1927-1990), agli architetti Clemente Busiri Vici (1887-1965) e Carlo Aymonino (1926-2010), al giornalista Lucio Manisco (1928), fonda il Gruppo Arte Sociale.

Il suo linguaggio pittorico si contraddistingue subito per l’orientamento astrattista, grazie anche allo speciale impatto che ha su di lui ha la visita alla mostra Pittura francese d’oggi del 1946, presso la Galleria Nazionale di Roma, che è stata fondamentale per tutta la generazione di astrattisti romani del dopoguerra.

Insieme a Turcato e Dorazio, Achille Perilli partecipa alla nascita dell’Art Club, punto di riferimento fondamentale, voluto da Enrico Prampolini (1894-1956), per i contatti tra le nuove espressioni artistiche italiane e quelle internazionali coeve.

Forma 1

Il 1947, per l’artista è un anno cruciale: partecipa alla creazione del gruppo Forma 1, che presenta, insieme al Fronte Nuovo delle Arti a Milano, uno dei primi manifesti dei nuovi linguaggi ispirati al Neo Cubismo e all’Astrattismo europeo.

Si inoltra in questa avventura insieme ai compagni di viaggio Antonio Sanfilippo (1923-1980), Carla Accardi (1924-2014), Piero Dorazio, Giulio Turcato (1912-1995), Ugo Attardi (1923-2006), Mino Guerrini, Concetto Maugeri (1919-1951).

Sempre nello stesso anno, compie il primo viaggio a Parigi, in cui, come Dorazio e Turcato, ha modo di vedere dal vivo i capolavori dell’Astrattismo del primo Novecento europeo e del Cubismo. Nel 1950, è di nuovo a Parigi per due mesi grazie ad una borsa di studio. Questa volta, ha modo di confrontarsi con i rappresentanti dell’Informale europeo , come Hans Hartung (1904-1989), Wols (1913-1951), Jean Dubuf­fet (1901-1985).

Un linguaggio nuovo

Rientrato in Italia, fonda in collaborazione con Dorazio e Guerrini, la Libreria-Galle­ria Age d’Or per cui scrive anche un testo sulle grafie di Kandinskij. Infatti, sin dagli anni Cinquanta in poi, la pittura di Achille Perilli si contraddistingue per il profondo interesse nei confronti del segno, in una modalità stilistica che lo accomuna all’amico Gastone Novelli (1925-1968), con il quale instaura un sodalizio artistico che durerà per diversi anni e che, di fatto, lo allontanerà dall’Informale più puro.

Entrambi, insieme al pittore americano Cy Twombly (1928-2011), affrontano la sperimentazione di nuove modalità comunicative, attraverso una vera e propria formulazione di una scrittura su tela che segua il gesto istintivo e naturale della mano, con andamenti a tratti geometrici, a tratti irregolari.

Il suo, non è un calligrafismo arabescato come quello di Carla Accardi, né un segno violento e gestuale, ma un’esigenza estetica di conferire alla tela una struttura architettonica, solo apparentemente disordinata: sono un alfabeto e una simbologia personali e interiori, enigmatici come le figure che emergono da queste costruzioni ideali, che sembrano richiamare l’automatismo surrealista.

Nei suoi frequenti viaggi a Parigi e in Europa, si interessa alla calligrafia zen e alla psicanalisi, portando avanti una serie di scambi e connessioni tra la nascita del segno e le emozioni nel loro nascere e divenire.

Gli anni Sessanta

Negli anni Sessanta, la collaborazione con Novelli – prima della sua prematura morte – e con Twombly, diventano sempre più assidue, come si può notare dalle diverse mostre che organizzano insieme. Nel 1962, tiene la sua prima personale alla Biennale di Venezia e l’anno seguente alla Galleria Bonino di New York, dove ottiene un grande successo.

Importante è anche la sua partecipazione alla rassegna L’Art et l’Écriture alla Kunsthalle di Baden Baden e allo Stedelijk Mu­seum di Amsterdam. Negli anni Settanta, nelle tele di Achille Perilli si fa sempre più viva una dimensione geometrica che dà vita a polimorfismi fatti di blocchi che si espandono nello spazio della tela e che trovano spiegazione nel Manifesto, scritto nel 1972 Manifesto della Folle Immagine nello Spa­zio Immaginario.

Il geometrismo delle linee e delle forme viene portato avanti sino alle opere più recenti degli anni Novanta e del Duemila, che si esprimono con un Astrattismo vivace e razionale, ma anche fatto di sottili imprecisioni, come se si aprissero scatole e origami su un piano orizzontale, in quella che l’artista stesso ha definito “geometria mia”. Attivo fino al 2014, Achille Perilli ha novantasette anni.

Achille Perilli: un Astrattismo segnico e geometrico

Achille Perilli è un artista originale, soprattutto per la componente prima segnica e poi geometrica che caratterizza le sue tele dagli anni Cinquanta ad oggi. Le primissime espressioni, come Paesaggio astratto e A di spazio, dell’inizio degli anni Cinquanta, si collocano a pieno nell’esercizio stilistico di Forma 1.

Ma dall’opera I miei amici poeti del 1958, il pittore sembra già guardare a Dubuffet e all’Informale francese, con forti accenni all’Art Brut, che si esprimono nella libertà del segno e nel gesto istintivo nella mano, elementi che caratterizzano altre opere come Testo apocrifo, Il concetto di libertà e Il sigillo, realizzate tra il 1958 e il 1960.

A questo punto, netta è la vicinanza anche a Twombly e Novelli, grazie a quell’interpretazione sciolta e automatica della traccia sulla tela, che fa emergere calligrafie infantili ed irregolari. Nella personale alla Biennale di Venezia del 1962 vengono esposte alcune opere legate a questo contesto, tra cui La civiltà del ragno, Il consumo della follia, Oggetti e argomenti per una disperazione, I dialoghi delle ombre, L’occupazione delle terre lunari e Rapporto sulla paura.

Si tratta di grandi tele in cui i grafismi spontanei appaiono allo spettatore come simboli criptici e iniziatici, che ci troviamo a seguire ed interpretare mentalmente, in una definizione complessa del “cartoon painting”: spesso, gli ampi spazi vengono sfruttati dall’artista mediante l’uso di un approccio fumettistico e la divisione in vignette vivaci e mute.

Dalla fine degli anni Sessanta il geometrismo delle forme prende il sopravvento, lasciando però sempre uno spiraglio di imperfezione, di asimmetria e scarto quasi allucinatorio, come si nota nel Ratto d’Europa del 1967 e in Nadja del 1970.

Parallelepipedi non perfetti si aprono e fluttuano sulla tela come scatole sghembe e creano un rapporto poetico con il colore acceso, che si fa sempre più fluorescente con il passare degli anni, come si legge nelle opere Trippete, Tipo, Sussulto di colore.

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