Romanelli Romano

Romano Romanelli. Il Frantoio. Bassorilievo in bronzo
Il Frantoio. Bassorilievo in bronzo

Biografia

Romano Romanelli (Firenze, 1882 – 1968) figlio di Raffaello (1856-1928) e nipote di Pasquale (1812-1887), entrambi scultori, viene avviato sin da giovanissimo allo studio del disegno e del modellato.

Prima di approdare definitivamente alla carriera artistica, dopo un’estate passata a Viareggio, decide di intraprendere la carriera militare in marina. Si iscrive quindi all’Accademia Navale di Livorno, per diventare ufficiale di marina.

Per diversi anni, questo lavoro si affianca alla passione per la scultura, che matura sempre di più, quando Romano Romanelli ha modo di viaggiare proprio grazie alla sua carriera. Visita l’Africa, il Medio Oriente ed infine l’Estremo Oriente, rimanendo particolarmente affascinato dalla Cina.

Durante questi viaggi, l’artista porta con sé una serie di suggestioni e impressioni che, di lì a poco, caratterizzeranno la sua poetica, fatta di riferimenti alle immagini arcaiche e di un monumentalismo secco e sintetico, che passa, però, dalle fluide linee decorative della scultura della Secessione.

I soggiorni fuori da Firenze

Se nei primi anni il linguaggio stilistico di Romano Romanelli si rifà a quello di suo padre, all’inizio del Novecento, dopo aver compiuto un soggiorno a Napoli e dopo aver frequentato per qualche tempo lo studio di Vincenzo Gemito (1852-1929), comincia ad allontanarsi dagli stilemi giovanili, per inoltrarsi in una scultura più personale.

Tra il 1910 e il 1911, l’artista, non ancora ventenne, si reca a Parigi per perfezionarsi. Frequenta infatti gli studi di diversi scultori, tra cui quello di Rodin. È proprio a questo punto che inizia a formarsi la vera cifra stilistica del giovane, che nel 1911 esordisce alla Mostra Internazionale di Roma, con un gruppo decisamente ispirato alla forza michelangiolesca dei corpi, filtrata naturalmente dalla sensibilità muscolare e luministica di Rodin.

A questo punto, Romano Romanelli si fa interprete di una linea decorativa ed accurata, che sfocia in alcuni gruppi di forza plastica e allo stesso tempo di eleganza ritmica che afferiscono al linguaggio secessionista.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale viene nominato ufficialmente Comandante di vascello e per questo la sua attività scultorea subisce un arresto, per riprendere poi ufficialmente negli anni Venti.

Tra le due guerre

Nel dopoguerra, lo scultore abbandona definitivamente la carriera in marina e continua il suo percorso artistico assorbendo le influenze più primitiviste del Ritorno all’ordine italiano, dando la luce ad alcune opere estremamente intense e dotate di una trascendenza solenne e solida, dovuta all’energetica sintesi e a evidenti tratti arcaici nelle possenti figure scolpite nel marmo o nel bronzo.

Nel corso degli anni Venti e Trenta, partecipa alle Biennali di Venezia, alle Sindacali fasciste e alle Quadriennali di Roma, dove, nel 1931, viene allestita una sua personale che lo consacra definitivamente agli occhi della critica.

Contemporaneamente, Romano Romanelli lavora a numerosi monumenti pubblici, caratterizzati da esaltazione celebrativa ed eroica e da un’idealizzazione delle masse che risultano vigorose e ricche di forza fisica.

Nel 1930, affianca l’attività di scultore a quella di insegnante, quando ottiene la cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Gli anni successivi alla seconda guerra mondiale sono caratterizzati da una vita appartata e dalla prosecuzione della sua attività scultorea, insieme a quella della produzione di vini in Toscana. Muore a Firenze nel 1968, ad ottantasei anni.

Romano Romanelli: un arcaismo elegante e vigoroso

Le prime prove scultoree di Romano Romanelli sono legate alla cultura impressionista di Rodin e allo stesso tempo ad una cifra già personale, caratterizzata dalla forza delle masse e dalla potenza plastica delle figure, come si nota nell’Ercole e il leone dell’Internazionale di Roma del 1911 e nelle due opere esposte alla Secessione romana del 1914, Narciso – Scherzo e Preludio di Chopin.

Dopo l’interruzione della guerra, ricomincia la sua attività artistica nel 1920, in occasione dell’Esposizione Artistica Lombarda a Milano, dove presenta quattro sculture: Bambino con uva, Eva, Donna e pesci e Idolo del sarcasmo.

Le sue sculture, a questo punto, risultano già permeate da quell’elegante arcaismo delle pose, ieratiche e piene, che riportano alla solidità decisa delle statue della Grecia dei kouroi e delle korai, ma anche alla più vicina e locale scultura etrusca, cui l’artista è profondamente legato.

Il significativo Romolo compare alla Biennale di Venezia del 1926 e a quella del 1928 espone invece Preghiamo, Signora seduta, Sorriso d’Egina, Risveglio di Brunilde e Giovanni Papini.

Quest’ultimo ritratto, insieme a quello di Randall Davies, traduce la sensibilità primitivista (si veda la realizzazione della barba a piccoli tratti incisivi e ritmici) con una resa veristica ed espressiva, che consegna alle figure una realtà intima e vitale.

Alla Biennale di Venezia del 1930 espone Ardengo Soffici, Pugilatore seduto, Domenico Giuliotti e Il frantoio. Mentre alla I Quadriennale romana del 1931 tiene una personale in cui espone più di quaranta opere, tra disegni e sculture, tra cui La marchesa, Crocifisso per la tomba del maresciallo Cadorna, Testa di cavallo, Ritratto di un inglese, Ascoltando la IX di Beethoven, Ragazza fiorentina e Fumatrice.

Nel frattempo, si occupa di alcune opere pubbliche come il Pugile Seduto del Foro Italico e l’altorilievo in marmo con la Giustizia di Traiano per il palazzo di Giustizia di Milano.

Il riferimento eroico e secco alla scultura romana della Repubblica è sempre presente, come si nota da alcune opere come Un pugilatore della Biennale del 1932 e Donna sdraiata della Quadriennale del 1939. Accenti di sincero verismo e di vibrante partecipazione emergono dai ritratti degli anni Quaranta, tra cui quello del Conte Paolo Guicciardini.

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