Romeo Gregori

Romeo Gregori. Convegno d’Amore. Scultura in bronzo
Convegno d’Amore. Scultura in bronzo

Biografia

Romeo Gregori (Carrara, 1900 – Roma, 1940), a quindici anni, inizia a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Carrara sotto la guida di Carlo Fontana (1865-1956). Interrotti gli studi a seguito dell’arruolamento durante la Prima guerra mondiale, ritorna in Accademia nel 1917. Questa volta segue le lezioni di Arturo Dazzi (1880-1966) che lo introduce all’equilibrio classico delle anatomie e alle potenzialità espressive del verismo.

Il trasferimento a Roma

Nel 1921, Romeo Gregori si trasferisce a Roma per perfezionarsi. Come prima esperienza, affianca il maestro Fontana nella realizzazione della Quadriga per l’Altare della Patria. Contemporaneamente, frequenta la Scuola dell’Arte della Medaglia della Zecca di Stato.

Vista la ferma volontà di rimanere a Roma, il giovane scultore partecipa al concorso per il pensionato dell’Accademia di Carrara, vincendo e riuscendo quindi ad assicurarsi la permanenza nella Capitale per altri tre anni.

Le prime opere di Romeo Gregori sono infatti saggi di pensionato che ancora presentano una lavorazione giovanile e legata agli ultimi esiti della scultura simbolista di Adolfo Wildt (1868-1931), ma anche alle tematiche di matrice classicista, che muteranno ben presto in una precisa attenzione verso la realtà quotidiana e retorica degli anni del Ventennio.

Una scultura legata alla propaganda di regime

Nel 1927, Romeo Gregori compie un soggiorno a Venezia. Rientrato a Roma, si indirizza verso una scultura dai toni celebrativi e monumentali. Figure che seguono l’estetica della perfezione fisica promossa dal regime cominciano a costellare la sua produzione, a partire dall’atleta eseguito per lo Stadio dei Marmi nel Foro Mussolini.

Allo stesso tempo, inizia ad occuparsi di una serie di ritratti popolari che presentano una romanità verace e paradigmatica, nell’intenzione di creare una sorta di dizionario per immagini delle fisionomie dei lavoratori romani.

Perseguendo questo particolare intento, Romeo Gregori adotta anche il felice connubio tra un ardente primitivismo che guarda ad Arturo Martini (1889-1947) e un verismo a tratti crudo e drammatico, capaci di rendere le sue sculture modelli figurativi immobili e senza tempo, attraversati da una lavorazione palpitante e grave.

Negli anni Trenta, partecipa con regolarità alle mostre del Sindacato Fascista di Belle Arti, di cui fa parte anche in qualità di revisore dei conti, ma anche alle Quadriennali romane fino al 1939, un anno prima della sua morte.

Intorno al 1935, inizia a collaborare con la Cooperativa artieri alabastro di Volterra e con l’ENAPI (Ente nazionale artigianato e piccole industrie), progettando alcuni modelli di carattere decorativo che mantengono comunque quella salda interconnessione tra classicismo e riferimento alla scultura arcaica, etrusca in particolare.

Dopo aver partecipato all’Esposizione italiana di New York nel 1939, Romeo Gregori riceve la nomina di membro onorario dell’Accademia di Carrara. Attivo fino agli ultimi giorni, muore giovanissimo, a soli quarant’anni, nel 1940, lasciando incompiute diverse opere.

Romeo Gregori: tra solida monumentalità e arcaica rappresentazione del popolo laziale

Romeo Gregori, carrarese, ma romano d’adozione, porta avanti tutta la sua breve carriera basandosi su una produzione a metà tra la retorica di regime e la volontà di dare voce ai volti di una “latinità” moderna ancestrale e vera, negli anni del Ventennio.

Dopo le prime espressioni giovanili, tra cui si segnala una Cleopatra morente come saggio di pensionato del 1926, lo scultore presenta il suo stile più identificativo, a partire dal Fiondatore per il Foro Mussolini, eretto nel 1932. Nello stesso anno, espone alla Mostra Sindacale la Testa di cavatore apuano ed esegue il busto del Duce aviatore, commissionato da Italo Balbo per il Ministero dell’Aeronautica.

La monumentalità classica e solenne che pervade le sculture celebrative ufficiali, nei ritratti popolari viene sostituita da un verismo ancestrale e pungente, come si riscontra efficacemente nella Testa di macellaio romano in bronzo, presentata alla Sindacale di Firenze del 1933.

Compare insieme alla Bambina che sogna, che invece rimane profondamente legata a quell’arcaismo di reminiscenza etrusca che investe tutta la produzione non monumentale di Romeo Gregori. Ne sono esempio diverse opere, tra cui La donna del popolo esposta alla Sindacale del Lazio del 1934, insieme alla più retorica Mietitrice Littoria.

II Quadriennale romana

Nel 1935, partecipa alla II Quadriennale romana con Il contadino in gesso patinato e con il bronzo Ritratto di combattente. La ricerca di verità e sincera narrazione quotidiana e popolare si riscontra nella Testa di pugilatore e nel Boscaiolo della Sindacale d’Arte Sportiva del Lazio del 1936. Il legionario compare alla Mostra Sindacale del 1937 e La famiglia del contadino a quella del 1938.

Nel 1939, partecipa alla Quadriennale di Roma con una piccola personale di dieci opere, tra cui il primitivo Convegno d’amore in bronzo, l’arcaico e selvaggio Nuotatore, la Madre prolifica in pietra, la primigenia Fanciulla d’Ostia in ceramica e l’Uomo del Tirreno in marmo.

Tra i piccoli soggetti decorativi che Romeo Gregori esegue per la Cooperativa di Volterra vi sono i Cavalli in corsa e Le colombe, soprammobili di gusto decorativo e arcaizzante allo stesso tempo. Alla mostra di New York dello stesso anno invia i pannelli celebrativi del Regime Lavori pubblici e L’agricoltura – bonifica integrale.

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