Rosai Ottone

Ottone Rosai. Paesaggio in Primavera, 1933. Tecnica: Olio su Tela
Paesaggio in Primavera, 1933. Tecnica: Olio su Tela

Biografia

Ottone Rosai (Firenze, 1895 – Ivrea, 1957) proviene da una modesta famiglia fiorentina. Sin da piccolo però, essendo suo padre falegname ed intagliatore, viene abituato a progettare e disegnare.

Viene iscritto dunque all’Istituto di Arti Decorative di Santa Croce, ancora molto piccolo. Ciononostante, sono questi gli anni in cui Ottone Rosai inizia a comporre i primi paesaggi, purtroppo andati perduti.

Nel 1910, continuando ad assecondare l’attitudine artistica, inizia a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Firenze, da cui viene cacciato molto presto a causa del suo carattere inquieto e ribelle.
È un periodo particolarmente stimolante per il ragazzo, che comincia ad avvicinarsi all’avanguardia europea, leggendo Mallarmé, Baudelaire, Dostoevskij.

“Lacerba” e l’amicizia con Papini

Realizza disegni e schizzi di carattere erotico, ma anche scenette provocanti e divertenti, che lo fanno avvicinare all’ambiente antiaccademico animato da Giovanni Papini (1881-1956), suo primo estimatore ed amico, da Ardengo Soffici (1879-1964) e da Aldo Palazzeschi (1885-1974).

Nel 1913 esordisce in una mostra in via Cavour, visitata in particolare dagli artisti futuristi, su consiglio di Papini. A questo punto, Ottone Rosai, dopo aver conosciuto Umberto Boccioni (1882-1916), Carlo Carrà (1881-1966) e Gino Severini (1883-1966), si avvicina al Futurismo e all’ambiente di “Lacerba”.

A questa fase appartengono pochi ma ben studiati dipinti futuristi, in un flusso subito interrotto dallo scoppio della guerra, cui l’artista partecipa come volontario tra il 1915 e il 1918. Prima di partire per il fronte, aveva visitato per la prima volta Assisi, ammirando gli affreschi di Giotto.

Durante gli anni della guerra, comincia a comporre paesaggi e scene, ma anche ritratti che risentono sicuramente dello studio della pittura primitiva, in particolare giottesca, pur non tralasciando del tutto l’ispirazione cubo futurista.

Come il suo amico Achille Lega (1899-1934), Ottone Rosai, rientrato dalla guerra aderisce immediatamente al Fascismo, entrando proprio nelle squadre d’azione.

Gli anni Venti e “Strapaese”

Verso il 1919, si può dire che Ottone Rosai si sia ormai allontanato definitivamente dal Futurismo. Risale a questi anni una serie di nature morte in cui l’autore cerca di analizzare la forma nella sua accezione più semplice e archetipica.

Questo tipo di sperimentazione viene mantenuta poi anche nei dipinti di figura e nei paesaggi, eseguiti nell’estremo studio della semplicità formale e primitiva. Sono di questi anni i primi, caratteristici “omini” che contraddistinguono la poetica di Ottone Rosai da questo momento in poi.

Figure scure e spesso solitarie anche se rappresentate in gruppo, caratterizzate da primordiale semplicità compositiva. Il Trecento di Giotto ritorna nel paesaggio, a cui l’artista approda intorno al 1922, sotto la spinta dell’amico Ardengo Soffici.

Le sue opere diventano silenziose e rarefatte, caratterizzate da un colore spento e cupo, ma molto corposo e ricco di passaggi chiaroscurali, in cui le volumetrie acquisiscono importanza fondamentale.

Nel 1928, partecipa alla sua prima Biennale di Venezia e nello stesso periodo collabora alla rivista “Il Selvaggio”, rivista di forte identità fascista, per poi entrare nella corrente di “Strapaese”, che mette in risalto la dura e fiera ruralità italiana.

Nel 1930, in seguito alla mostra personale presso la Galleria Il Milione a Milano, ottiene un giudizio negativo da parte della critica che lo allontana per un periodo dalla pittura. Ciò porta anche alla rottura con gli amici Soffici, Papini e Carrà che non lo difendono.

Ottone Rosai: la maturità artistica

Pressoché isolato, ricomincia a dipingere intorno al 1932, inaugurando una nuova fase artistica che comprende ariosi paesaggi e scene di giocatori in interni. Dopo numerose personali a Milano e Firenze, riprende in pieno l’attività artistica, sostenuto questa volta anche dalla critica, in particolare da Edoardo Persico.

Continua a partecipare regolarmente alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali romane per tutti gli anni Trenta, prendendo anche parte al Premio Bergamo. Nel 1942 ottiene la cattedra di pittura presso l’Accademia di Firenze.

Nell’immediato dopoguerra, Ottone Rosai vive un periodo difficile, perseguitato dagli antifascisti, consapevoli della sua attività fascista degli anni Venti e Trenta.

Gli anni Cinquanta, invece, rappresentano una sorta di rinascita, in cui l’artista si concentra soprattutto sul tema dell’autoritratto e delle drammatiche crocifissioni. Espone a livello internazionale in mostre a New York, Parigi, Zurigo e Londra. Nel 1952 si tiene l’antologica dell’artista alla Biennale di Venezia e nel 1957 al Centro Culturale Olivetti di Ivrea.

Recatosi all’inaugurazione di questa sua ultima e importante mostra, Ottone Rosai muore all’improvviso nel maggio del 1957, colpito da un infarto a sessantadue anni.

Ottone Rosai: dalle sperimentazioni futuriste alla pittura “primitiva”

Tra le prime opere certe di Ottone Rosai compare il disegno acquarellato Il teppista, elaborato negli anni di ribellione antiaccademica. Dopodiché, avvicinatosi, come anticipato, al Futurismo di “Lacerba”, realizza alcune composizioni come Dinamismo Bar San Marco.

Ma quella del Futurismo è un’esperienza molto breve. Nel 1919, rientrato dalla guerra e carico di ideali identitari, il giovane Ottone Rosai si schiera al fianco di un intransigente Fascismo, insieme ai toscani Soffici, Papini e Primo Conti (1900-1988).

Una fiera italianità semplice e rurale, a tratti idilliaca, entra a far parte della produzione dell’artista, ispirato costantemente dalle forme pure e semplici dei primitivi, Giotto e Masaccio. Entra in questo modo nella corrente di “Strapaese”, fortemente e saldamente legata a quel Fascismo rurale e oltranzista.

Le immagini di una Toscana forte e pura, realizzata attraverso l’esame sincero della forma, studiata nella sua resa primordiale, risultano monumentali e archetipiche allo stesso tempo. Le forme architettoniche sono imponenti e scure, le figure degli “omini” anonime e fredde, drammatiche allo stesso tempo.

Così compaiono ne I giocatori di Toppa, presentato alla Sindacale toscana del disegno del 1927. Sempre pieni e assoluti sono i dipinti esposti nel 1928 alla Mostra Regionale Toscana, Paese, Interno di bottega, testa di ragazzo, Il chitarrista, Uomo che prega, Ortolana. Nello stesso anno partecipa alla sua prima Biennale con Il riposo e Paesaggio toscano.

Un linguaggio sintetico, cupo e primigenio

Dopo la crisi del 1930, Ottone Rosai riprende a dipingere ed esporre, continuando sempre con i costanti riferimenti alle forme volumetriche e possenti di Giotto e Masaccio. Partecipa alla Quadriennale romana del 1934 con Felice sera, Il vecchio, Vecchio Eliseo, Uomo seduto e Il capoccia.

A quella del 1939 presenta, invece, Natura morta (mele), Natura morta (fichi), Paesaggio fiorentino, La Badiaccia e Paesaggio a Greve. Sull’Arno sera, Strada toscana, Tavoli e figure e Interno di un caffè compaiono al Premio Bergamo del 1939, 1940 e 1941.

Negli anni Quaranta, la pittura di Ottone Rosai comincia ad acquisire un’intensità quasi tragica data da un crescente sintetismo cromatico. Con una pennellata vibrante e opaca, in cui il paesaggio e le figure degli “omini” sembrano avvolte in una atmosfera sospesa e crepuscolare, si rivela la costante sensazione di dramma imminente.

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