Rossi Gino

Gino Rossi. Primavera in Bretagna. Tecnica: Olio su cartone, 28,5 x 37,5 cm
Primavera in Bretagna. Tecnica: Olio su cartone

Biografia

Gino Rossi (Venezia, 1884 – Treviso, 1947) nasce da una famiglia borghese di Venezia e comincia ad interessarsi alla pittura da autodidatta, durante gli anni del ginnasio. Abbandonata la scuola nel 1898 per dedicarsi allo studio dell’arte, nel 1907 compie un viaggio a Parigi insieme ad Arturo Martini (1889-1947).

Si sa poco degli anni che intercorrono tra l’abbandono del ginnasio e il 1907. È sicuro, però, che nel 1905 abbia preso uno studio a Ca’ Pesaro, entrando in contatto con l’ambiente secessionista veneziano.

Il viaggio formativo in Francia

Gino Rossi a Parigi si lega subito a Medardo Rosso (1858-1928) e soprattutto studia approfonditamente Cézanne, per poi avvicinarsi all’Espressionismo Fauve e a Matisse. Ma ciò che lo attira di più è la bidimensionalità della pittura nabis, con i suoi riferimenti simbolisti, fino a giungere al linguaggio di Gauguin, che prenderà come suo principale riferimento.

Nel 1909, si reca nei luoghi vissuti e battuti proprio da Gauguin in Bretagna, facendosi interprete di una pittura dai contorni forti e dalla tavolozza accesa, espressionista. Nel frattempo, si lega molto a Nino Barbantini, che dirige le mostre Bevilacqua La Masa a Ca’ Pesaro.

L’isola di Burano

Gino Rossi espone a Ca’ Pesaro a partire dal 1908 e fino al 1911, anno in cui vi tiene una importante personale. Contemporaneamente, si stabilisce a Burano, isola che lo ospiterà per diversi anni e che sarà per lui il luogo dell’anima, quello che la Bretagna era per Gauguin.

Questa esperienza lo accomuna agli altri rappresentanti espressionisti della cosiddetta “Scuola di Burano”, tra cui Luigi Scopinich (1886-1957), Umberto Moggioli (1886-1919) e Pio Semeghini (1878-1964). L’Espressionismo rimane per Gino Rossi il principale linguaggio di riferimento, per diversi anni.

Campiture piatte di colore violento sono contenute in forti linee nervose e spezzate, come negli spazi degli smalti cloisonnées studiati gli anni precedenti nelle cattedrali gotiche francesi.

Il tutto viene accompagnato da un netto richiamo al primitivismo, specialmente nella realizzazione di uomini e lavoratori del mare o della campagna di Burano. Anche Asolo diventa un luogo importantissimo in cui dedicarsi al paesaggio composto da un susseguirsi di linee e colori disposti arbitrariamente.

La guerra e la follia

Il pittore veneziano compie ulteriori viaggi a Parigi tra il 1912, quando espone al Salon d’Automne, e il 1914, quando approfondisce con maggiore intensità il segno cézanniano. Nel frattempo, viene lasciato dalla moglie e questo evento ha delle importanti ripercussioni nella sua pittura.

Il colore si spegne e dalle accensioni fauve passa a tonalità più tenui e allo stesso tempo costruttive venendo meno pian piano il ruolo della linea. Va via da Burano per trasferirsi prima a Ciano sul Montello, in provincia di Treviso e poi a Noventa padovana.

La sua pittura si fa più inquieta e tormentata: questa condizione diventa ancore più dura quando viene imprigionato in Germania durante la Prima guerra mondiale.

Da questo momento in poi, lo stile di Gino Rossi non sarà più lo stesso. Le sue opere conservate a Ciano vengono quasi tutte disperse a causa di un bombardamento, quindi, negli anni Venti, al disagio psicologico si aggiunge anche una forte difficoltà economica che lo costringe a lavorare come ceramista.

Ciononostante, continua a dipingere incessantemente. Ormai il suo modo è nettamente cézanianno: il colore duro e sofferto costruisce plasticamente il dipinto, attraverso volumetrie cubiste che si intersecano nei paesaggi e nelle nature morte degli ultimi anni, esposte a Treviso.

A partire dal 1926, l’attività pittorica di Gino Rossi può considerarsi conclusa: i problemi psicologici degli anni Dieci si trasformano definitivamente in manifestazioni di pazzia. Finisce la sua vita a Treviso passando da un manicomio all’altro e morendo pressoché dimenticato, nel 1947.

Gino Rossi: la pittura espressionista a Burano

L’esperienza formativa francese rimane un punto fondamentale nella storia di Gino Rossi. Nel suo linguaggio, Gauguin si unisce a Matisse e poi a Cézanne. La carica cromatica dei primi anni si svela nei dipinti presentati alle mostre capesarine, tre cui La fanciulla del fiore, Il muto e Case a Burano.

Il colore viene steso in campiture piatte e contenute da contorni presenti, seguendo lo stile dei nabis. Il decorativismo della linea si unisce a tematiche forti, come quella della vita dei pescatori e della quotidianità di Burano, città del cuore che lo ispira per lungo tempo con i sui colori e umori.
Ne sono esempio dipinti quali Mestizia, Tina, Maria e Pina, Il bevitore e Il vecchio pescatore.

Dopo i viaggi a Parigi del 1912 e del 1914, poco prima dello scoppio della guerra, Gino Rossi subisce l’abbandono da parte della moglie. Ciò corrisponde ad un periodo di crisi esistenziale che si riflette nella sua pittura più malinconica, meno decorativa.

I contatti con Cézanne e il cubismo

Il segno si fa meno potente e il colore più spento, ma allo stesso tempo creatore di forme e dimensioni geometriche che costruiscono la scena. Alla Secessione romana del 1914 si notano i segni di questo cambiamento nei dipinti La buona pesca, Notturno, Il fiore, Il porto di Douarneney, Il bruto, Descrizione e Paesaggio.

Nel 1921 partecipa alla Mostra Arte Italiana Contemporanea a Milano, presentandovi L’orto del convento, Paesaggio, Fanciulla bretone e Paese. Diverse opere dal titolo Composizioni cominciano a comparire alle Mostre d’Arte Trevigiana nella prima metà degli anni Venti.

Si tratta di tele profondamente ispirate alle geometrie cézanniane, ma anche alla dimensione cubista, architetture delle forme che si intersecano a costruire paesaggi, ritratti e nature morte.

Sempre rifiutato alle Biennali di Venezia, Gino Rossi ormai ricoverato in manicomio, dopo la traumatica esperienza della guerra, non riuscirà a vedere le sue opere esposte proprio alla Biennale nel 1926 e nel 1928. Invece, al 1933 risale una sua antologica tenutasi alla Mostra d’Arte Trevisana, comprendente quaranta opere.

Tra di esse compaiono Maternità, Paese bretone, Poemetto della sera, Figura di donna seduta, L’uomo dal canarino, Le cupole del Santo, Riposo, Paesaggio asolano e una serie di diesgni e di incisioni degli ultimi anni.

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