Sartorio Giulio Aristide

Giulio Aristide Sartorio. Tra Monfalcone e Duino. Tecnica: Olio su tela 61x81cm. "Firmato in basso a sinistra G. A Sartorio".
Tra Monfalcone e Duino. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Giulio Aristide Sartorio (Roma, 1860 – 1932) nasce da una famiglia di artisti. Riceve le prime lezioni di disegno dal padre e solo in un secondo momento si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Roma.

La sua prima attività pittorica nasce nel solco della tradizione del colore sgargiante e del tocco vibrante. Eredità questa lasciata da Mariano Fortuny (1838-1874), come testimonia l’autobiografia di Sartorio.

Viaggia molto in Europa e partecipa a diverse esposizioni. Comincia ad affermarsi come pittore legato a quella corrente simbolista e nuova che si andava formando attorno alla figura di Nino Costa (1826-1903).

Le sue città predilette sono Parigi e Londra dove si ferma negli anni Novanta, visitando anche Liverpool e Manchester. È qui che stringe una duratura amicizia con William Morris (1834-1896) e con James Webb (1825-1895).

La poetica preraffaellita

In questa occasione si lega molto alla poetica preraffaellita tanto da scrivere un saggio su Dante Gabriel Rossetti (1828-1882) sulla rivista “Il Convito” di Adolfo De Bosis.

Studia e approfondisce i pittori del Romanticismo inglese e nel 1893 scrive un articolo su John Constable sulla rivista “Nuova Rassegna”. Qui espone le sue idee sul paesaggio in relazione alle opere del pittore.

Nel 1896 il granduca di Weimar lo invita ad insegnare alla Scuola di Belle Arti. In Germania Giulio Aristide Sartorio ha la possibilità di avvicinarsi alle Secessioni e di dedicarsi all’esecuzione di diversi dipinti.

Partecipa alle Biennali veneziane fino alla Prima Guerra Mondiale e nel 1915 si arruola come volontario. In battaglia viene catturato dagli austriaci e rimane loro prigioniero a Mathausen per quasi due anni per poi essere liberato grazie all’intervento del Papa.

All’inizio degli anni Venti compie prima un viaggio in Oriente e poi in America Latina per esporre le sue opere.  Contemporaneamente si occupa della regia del film Il mistero di Galatea. Coordina queste sue ultime attività con quella di scrittore, componendo Sibilla, un poema da lui illustrato e La favola di Sansonetto Santapupa (1929), testo autobiografico. Muore a Roma nel 1932.

Il simbolismo

Nonostante Giulio Aristide Sartorio esordisca all’Esposizione Internazionale di Belle Arti del 1883 con il dipinto La Malaria (Dum Romae consulitur morbus imperat) di drammatica matrice verista, in un secondo momento si fa subito promotore delle istanze preraffaellite e simboliste europee in Italia.

Questo primo dipinto viene acquistato da Angelo Sommaruga, direttore e fondatore nel 1881 di “Cronaca Bizantina”. Proprio su questa rivista, nel 1882, Sartorio aveva esordito come illustratore.
Assiduo frequentatore del Caffè Greco, l’artista entra in contatto con la cerchia di artisti che gravitano attorno alla figura di Gabriele D’Annunzio.

L’illustrazione dell’Isaotta Guttadauro

Nel 1886 viene chiamato proprio da D’annunzio ad illustrare la sua raccolta di poesie, insieme a Mario De Maria (1852-1924), Enrico Coleman (1846-1911), Alfredo Ricci (1864-1889), Onorato Carlandi (1848-1939), Giuseppe Cellini (1855-1940), Cesare Formilli (1860-1942) e Vincenzo Cabianca (1827-1902).

Per l’editio picta realizza quattro illustrazioni dal sapore delicato, fiabesco, ma allo stesso tempo gotico e perturbante che unisce le immagini dai contorni fini e leggeri a scritte dai caratteri spigolosi ed estremamente moderni.

In Arte Libertas

Quando si reca a Parigi nel 1889 con Francesco Paolo Michetti (1851-1929), Giulio Aristide Sartorio viene attratto dai paesaggi evocativi, intimi e allo stesso tempo veristi degli esponenti della Scuola di Barbizon.
Proprio in questo periodo comincia a lavorare alla resa della natura e degli animali, attraverso numerosi studi e bozzetti.

Pur non partecipando alle prime esposizioni della società In Arte Libertas, vi prende parte nel 1890. In questo periodo si interessa sempre di più all’idea di paesaggio vero unito al sentimento.
Questa visione era stata promossa e auspicata da Nino Costa e dai suoi confratelli e conteneva in nuce il significato del Simbolismo poi rappresentato da Sartorio.

Il trittico delle Vergini savie e le Vergini stolte

Nel 1890 il conte Gegè Primoli gli commissiona il trittico delle Vergini savie e le Vergini stolte (Roma, Galleria Comunale d’Arte Moderna), come regalo di nozze per il suo matrimonio che poi non si è tenuto.

Anche se il contatto con il fotografo e collezionista è estremamente importante per Giulio Aristide Sartorio, il loro rapporto si deteriora proprio a causa degli accordi per il pagamento del trittico.
In ogni caso questo è il manifesto del preraffaellismo trapiantato in Italia. L’utilizzo della struttura a trittico è un chiaro richiamo al Quattrocento.

Gli angeli del pannello centrale hanno lo stesso sapore di quelli di Pisanello osservati da Sartorio negli affreschi veronesi quando compie un viaggio in Veneto finanziato e incoraggiato da Primoli stesso.

Le vergini savie e le vergini stolte dei pannelli laterali, in abiti moderni, sono i ritratti delle più belle donne dell’alta società romana, seguendo il più diretto precedente di Giuseppe Cellini nelle decorazioni di Galleria Sciarra (1888).

Ovviamente i riferimenti maggiori vanno ai preraffaelliti Edward Burne Jones e a Dante Gabriel Rossetti, ma anche al Simbolismo francese e tedesco per l’ambientazione, il trattamento della linea e del colore e più in generale per il revival dell’arte rinascimentale.

Giulio Aristide Sartorio. Le Opere

Il viaggio in Inghilterra

Ovviamente queste influenze si fanno ancora più marcate quando negli anni Novanta Sartorio compie il fondamentale viaggio in Inghilterra. Al suo ritorno in Italia è carico di novità e arricchito dagli intensi studi compiuti intorno al paesaggio romantico e ai pittori preraffaelliti.

All’Esposizione degli Amatori e Cultori di Belle Arti del 1895-96 Giulio Aristide Sartorio partecipa con Sirena, L’Aniene, A ponte Salario, Ninfa, oli e pastelli dall’intensa notazione simbolista e dai forti richiami a Nino Costa.

Questi si possono notare sopratutto nella tematica del paesaggio arricchito di elementi evocativi e poetici. Proprio Costa, in questi anni, sta portando a termine il dipinto La Ninfa che aveva iniziato negli anni Sessanta a Fontainebleau.

Il viaggio in Germania e gli inizi del Novecento

Quando Giulio Aristide Sartorio si reca a Weimar per insegnare ha tempo di lavorare a diversi dipinti. Si occupa del dittico Diana d’Efeso e gli schiavi e La Gorgone e gli eroi, conservati a La Galleria Nazionale di Roma.

Tele che derivavano dalla precedente e molto più grande Gli uomini e le Chimere del 1890 poi divisa in due parti esposte alla Biennale di Venezia del 1899 e che secondo Sartorio servivano ad illustrare «due aspetti della profonda vanità dell’esistenza umana».

Le opere testimoniano il culto della bellezza mitologica, di un passato ideale e rincuorante, nell’unione tra elementi rinascimentali, classici e simbolisti. Il soggetto era stato tratto da Giulio Aristide Sartorio dal brano della Tempesta di Shakespeare citato da D’Annunzio nel Trionfo della morte (1889).

Nel 1904 è tra i fondatori de I XXV della Campagna Romana, che uniscono il paesaggio tratto dal vero attorno Roma, a elementi ideali.
Tra il 1906 e il 1907 partecipa all’Internazionale veneziana con quattro dipinti intensamente simbolici: La Luce, Le Tenebre, L’Amore e La Morte e dieci pannelli con Cariatidi.

Tutto questo gruppo di opere è stato poi acquistato da Vittorio Emanuele III per donarlo alla città di Venezia che ora lo conserva alla Galleria d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro.

La decorazione del Parlamento

Nel 1908 Giulio Aristide Sartorio riceve l’incarico di decorare la nuova aula del Parlamento a Roma e accetta con grande entusiasmo.
Realizza, con una tecnica ad encausto su tela, un fregio decorativo e celebrativo dell’Italia, aiutandosi anche con la proiezione di diapositive per il trasferimento dal bozzetto.

La decorazione rappresenta due sfilate di personaggi che raffigurano simbolicamente le virtù della civiltà italiana che procedono dai lati verso il centro occupato dall’allegoria della giovane Italia trionfante. I corpi michelangioleschi sono visti attraverso scorci complessi che richiamano la forza e il vigore dell’appena nato popolo italiano.

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