Mario Schifano

Mario Schifano. Monocromo, 1960. Tecnica: Smalto su tela
Monocromo, 1960. Tecnica: Smalto su tela

Biografia

Mario Schifano (Homs, 1934 – Roma, 1998) figlio di un archeologo, nasce in Libia, mentre il padre è impegnato negli scavi a Leptis Magna. Rientrato a Roma, data la sua personalità irrequieta ed estremamente contraria ad ogni costrizione, lascia la scuola.

Per qualche tempo, vive di lavori saltuari, fino a quando non decide di compiere un apprendistato al Museo Etrusco di Villa Giulia, per cercare di seguire le orme paterne. A cominciare dagli anni Sessanta, iniziano le prime sperimentazioni artistiche di Mario Schifano, che sin da subito viene considerato dalla critica uno dei maggiori esponenti della Pop Art italiana, insieme a Tano Festa (1938-1988) e Franco Angeli (1935-1988).

Un successo immediato tra Roma e New York

La sua ricerca si concentra, inizialmente, sulla realizzazione di monocromi che sembrano azzerare qualsiasi presenza iconografica. Ma in seguito, da queste superfici emergeranno numeri, parole, marchi come quello della Esso e della Coca Cola, segnali stradali, immagini della sfera urbana.

Il suo esordio avviene 1960 presso la Galleria La Salita di Roma, con una presentazione in catalogo di Pierre Restany. Le opere in mostra colpiscono una serie di critici e galleristi, tra cui Ileana Sonnabend, che gli offre un contratto di esclusiva per la sua Galleria parigina.

Dopo aver ricevuto il premio Lissone nel 1961, anno in cui tiene un’importante personale presso la Galleria La Tartaruga a Roma, Mario Schifano compie il suo primo viaggio a New York, dove ha modo di frequentare i rappresentanti della Pop Art. Si lega in particolare a Jasper Johns (1930) e ad Andy Warhol (1928-1987) e frequenta l’ambiente della Factory.

Interrotto il contratto con Sonnabend, espone presso la Galleria Sidney Janis di New York, confermando il suo precoce successo anche oltreoceano. Nel 1964 espone alla sua prima Biennale di Venezia.

L’utilizzo di nuovi media

I suoi supporti ora non sono più soltanto tele monocrome, ma anche la carta e il cartone, presi in prestito dalla cartellonistica pubblicitaria. La spinta verso l’utilizzo di nuovi media si riscontra anche nei primi esperimenti di Mario Schifano con i cortometraggi 16 mm, che segnano anche l’inizio della collaborazione, fino al 1970, con il gallerista milanese Giorgio Marconi.

Verso la fine degli anni Sessanta, l’artista lavora soprattutto con la pellicola, in un momento in cui vive una crisi profonda nei confronti della pittura, dettata anche dagli stravolgimenti politici e sociali del ’68.

Solo un anno prima, al Piper di Roma, aveva proiettato un live multimediale, di fatto il primo in Italia, per il gruppo rock con cui collabora. In seguito, nella collettiva Pop alla Galleria La Salita espone solo proiezioni di fotogrammi della guerra in Vietnam e nessuna tela o opera di stampo “tradizionale”.

Ritorna alla pittura solo dopo il 1970: ora utilizza soprattutto smalti industriali che danno brillantezza ed una grande vena comunicativa alle sue opere, che sono trasposizioni di insegne o di immagini tratte dal cinema e dalla tv.

Mario Schifano è un artista pop decisamente raffinato ed intelligente. I suoi smalti non hanno il carattere industriale ed asettico di quelli di Warhol, ma presentano un andamento più artigianale e pittorico. La velocità d’esecuzione si ritrova in questi frammenti della quotidianità moderna che si presentano come visioni fugaci di uno sguardo immerso nella frenesia della pubblicità e della cultura visuale.

Dagli anni Settanta agli anni Novanta

Nel 1971 partecipa alla mostra Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-70, a cura di Achille Bonito Oliva, ma si susseguono anche sue personali in tutta Italia. A tre anni dopo risale la sua prima retrospettiva al Palazzo della Pilotta di Parma, curata da Arturo Carlo Quintavalle.

Verso la fine degli anni Settanta, Mario Schifano attraversa un’altra crisi legata alla pittura che lo vede immerso nello studio di alcune opere Dada, ma anche nella rielaborazione di alcuni suoi cicli degli anni Sessanta. La sperimentazione di nuovi media continua nel decennio successivo, con l’utilizzo della sabbia e di altri materiali.

Nel 1989 è presente all’importante rassegna Arte italiana del XX secolo, alla Royal Academy di Londra. Le tecnologie digitali, compreso il web e l’immagine virtuale entrano nella produzione dell’artista a partire dagli anni Novanta, come si nota dalla collaborazione con la Telecom.

Alla Biennale di Venezia del 1993, curata da Achille Bonito Oliva, gli viene dedicata una sala personale nella sezione Slittamenti.       
L’anno successivo viene invitato ad esporre alla rassegna The Italian Metamorphosis, 1943-1968, al Guggenheim Museum di New York. Ancora nel pieno del successo, muore di infarto nel suo studio di via delle Mantellate, a sessantatré anni.

Mario Schifano: la Pop Art e l’utilizzo di nuovi media

Le prime ricerche di Mario Schifano sono a metà tra la sfera pop e quella concettuale. Le immagini scelte per animare i monocromi sono tratte dalla quotidianità moderna e sono sviluppate con materiali altrettanto popolari: carta da pacchi, smalti, colle viniliche, cartone, stralci di pubblicità su carta.

Simboli pop come marchi ed insegne compaiono per tutta la prima metà degli anni Sessanta. Poi, si dedica ai Paesaggi anemici che presenta alla Biennale di Venezia nel 1964, mentre tra il 1966 e il 1967 inizia le serie Ossigeno ossigeno e Compagni, compagni e le prime sperimentazioni cinematografiche, come Anna Carini vista in agosto dalle farfalle presentata alla Galleria Marconi di Milano.

Ai primi anni Settanta, risale la serie dei Paesaggi TV: utilizza il supporto della tela per riprodurvi le immagini televisive attraverso la tecnica dell’emulsione fotografica. Poco prima, aveva fatto un viaggio negli Sati Uniti, dove aveva realizzato una sorta di reportage fotografico nelle sale di trapianto a Houston e nei laboratori della Nasa: queste immagini danno vita alle prime trasposizioni su tela, nelle opere Pentagono, Medal of Honor, Era Nucleare.

In seguito sono i fotogrammi della RAI ad essere trasferiti su tela, con l’impiego di smalti industriali, che riportano anche all’idea di residuo della realtà urbana e tecnologica. In questi anni, il segno di Mario Schifano è veloce anche proprio mediante l’uso di questi colori a presa rapida: il ritmo deve essere accelerato per catturare più velocemente le immagini dei media e della contemporaneità.

La RAI

Nel 1978 espone di nuovo alla Biennale di Venezia Al mare e Quadri equestri, mentre nel 1981 compare tra i protagonisti della mostra Identité italienne al Centre Pompidou di Parigi, dove espone i cicli Architetture, Biplani e Orti botanici.        

L’interesse nei confronti della natura si rivela nei cicli degli anni Ottanta dal titolo Naturale sconosciuto, ma anche nei Gigli d’acqua, i Campi di grano, le Onde che sembrano rianimare la sua passione per il medium pittorico, così come avviene per la Chimera, opera di grandi dimensioni, dipinta davanti ad un pubblico di seimila persone in una piazza di Firenze, nel 1985.

Nel 1990, Mario Schifano tiene al Palazzo delle Esposizioni di Roma la mostra Divulgare. Opere di grandi dimensioni sono state realizzate con le prime tecnologie digitali, nel proposito di proporre immagini della tv, dei satelliti, dei reportage di guerra.

Negli ultimi anni, utilizza soprattutto la fotografia, il film, le immagini digitali assecondando la velocità comunicativa dei nuovi media.

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