Sciltian Gregorio

Gregorio Sciltian. Ritratto di Peppino De Filippo - Tecnica: Olio su Tela
Ritratto di Peppino De Filippo. Tecnica: Olio su Tela

Biografia

Gregorio Sciltian (Nakicivan, 1900 – Roma, 1985) effettua gli studi classici tra l’Armenia e la Russia, ma dimostra sin da subito un forte interesse per l’arte. Si iscrive così all’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo, avvicinandosi soprattutto all’illustrazione Art Nouveau di Aubrey Beardsley (1872-1898).

Esordisce nel 1915 a Rostov, con opere molto sensibili alle avanguardie del momento, in particolare al cubofuturismo. In realtà supererà ben presto questa fase, per farsi interprete di una pittura classica, profondamente ispirata all’antico.

Lo studio dell’antico

Gregorio Sciltian si trasferisce da Mosca a Vienna nel 1919 per studiare presso la locale Accademia di Belle Arti, ma sfrutta soprattutto la possibilità di visitare i musei e di conoscere l’arte del Rinascimento.

Il desiderio di visitare l’Italia diviene dunque inevitabile: vi si trasferisce nel 1923, stabilendo il suo studio a Campo de’ Fiori. Inizialmente il suo inserimento nel contesto artistico della Capitale non risulta affatto facile.

È un pittore che riporta in vigore tutti gli stilemi della pittura del Cinquecento e del Seicento: la precisione disegnativa e chiaroscurale e il realismo di ascendenza fiamminga con tutta la visione lenticolare che esso comporta. Natura morta e trompe l’œil resi con una tecnica impeccabile, diventano la sua cifra caratteristica.

Dopo aver esposto alla Biennale di Venezia del 1926, Gregorio Sciltian si stabilisce per qualche anno a Parigi, per fare ritorno in Italia nel 1934. Ormai il successo lo spinge a esporre alla più importanti rassegne italiane ed europee e a organizzare diverse personali.

Ne sono esempio quelle a Milano presso la Galleria Stopinich del 1933 e presso la Galleria del Milione del 1942. Altrettanto importante è la sala a lui interamente dedicata alla Biennale di Venezia dello stesso anno.

I Pittori Moderni della Realtà

Nel 1947 firma, insieme ai fratelli Xavier (1915-1979) e Antonio Bueno (1918-1984) e a Pietro Annigoni (1910-1988) il Manifesto dei Pittori Moderni della Realtà. Con esso, si oppone alle tendenze astratte e aniconiche che sia andavano profilando in Italia e in Europa in quel momento.
Dunque, Gregorio Sciltian rimane fedelissimo al reale e all’esempio degli antichi maestri, sia dal punto di vista tematico che tecnico.

Alla fine degli anni Quaranta si trasferisce periodicamente a Gardone Riviera, dove approfondisce lo studio di Gerolamo Savoldo e del Manierismo lombardo. Intervalla questi soggiorni a lunghe sessioni di lavoro nel suo studio milanese di Palazzo Trivulzio.

Qui si dedica prevalentemente a ritratti dalla spiccata precisione calligrafica e da una forte nitidezza ottica. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta si dedica alla produzione di scenografie teatrali e di opere sacre per diverse chiese. Muore a Roma nel 1985.

Gregorio Sciltian: un realismo di ispirazione fiamminga e caravaggesca

Il pittore armeno, dopo la prima fase di interessamento all’Art Nouveau, si getta a capofitto nello studio dell’arte Rinascimentale e del Seicento. L’interesse per la pittura antica emerge sin dai suoi anni di studio in Russia, anche se l’esordio con Donna alla finestra del 1916 è di matrice futurista.

Dopo questa breve fase di incertezza, Gregorio Sciltian aderisce in tutto e per tutto ad una riscoperta del colore, del disegno e delle tematiche della pittura antica.

Si dedica a nature morte ricche di illusioni e trompe l’œil, a ritratti e scene sacre. Armadi e Wunderkammern popolano i suoi dipinti caratterizzati da forte nitidezza e chiarezza della pennellata.

È per questo che sceglie come patria adottiva l’Italia: è il posto in cui può studiare dal vero i dipinti antichi, può toccare con mano il Cinquecento e il Seicento.

In Campo de’ Fiori, dove vive e dipinge, Gregorio Sciltian passa una fase di studio intensissimo. Ha a pochi passi Galleria Spada, San Luigi dei Francesi, Sant’Agostino e Palazzo Farnese, tutti luoghi in cui può ammirare la pittura del Seicento.

Nature morte e trompe l’œil

Gregorio Sciltian non solo si ispira all’antico nella scelta tematica e tecnica, ma come un moderno Caravaggio dà grandissima importanza a elementi come lo studio, le tele, lo specchio. L’illusione è una delle sue cifre caratteristiche, proprio perché il pittore deve essere in grado di ingannare, imitando la realtà.

Ecco che entra in gioco il trompe l’œil, l’inganno ottico che prevede dipinti nei dipinti, finzione nella realtà. Gregorio Sciltian espone per la prima volta presso la Galleria Bragaglia, presentanto da Roberto Longhi. Alla Biennale romana del 1922 espone la natura morta Strumenti musicali, con i tipici elementi allegorici dell’arte antica.

Al 1936 risale l’originale Bacco all’osteria, presentato alla Biennale veneziana. Un moderno Bacco caravaggesco entra in un’osteria che unisce elementi antichi al Novecento, realismo e dimensione alchemica.

L’accostamento quasi magico tra oggetti disparati lo accosta anche al linguaggio misterioso di Annigoni, che con le sue Solitudini inseriva manichini in ambientazioni desolate.

Corpi e oggetti descritti con attenzione lenticolare e delicata pulizia cromatica sono inseriti in atmosfere rarefatte, come avviene per Drappo appeso. Trompe l’œil, con un telo rosso appeso ad un pannello di legno e affiancato da una piccola riproduzione de La ragazza con l’orecchino di perla e una pipa, è l’emblema di questo linguaggio.

Nature morte di fiori ne accompagnano altre con frutta o alambicchi e bottiglie poste su mensole aggettanti verso lo spettatore. Nel 1940 alla Triennale di Milano presenta, in collaborazione con Fabrizio Clerici (1913-1993), un Mobile dipinto che gli garantisce la medaglia d’oro.  
Alla Biennale di Venezia del 1950 presenta Pagine di storia, un trittico con libri, teche, fiori, pagine di giornale e una clessidra.

I ritratti

Negli anni Cinquanta Gregorio Sciltian si dedica soprattutto a ritratti di uomini illustri della Milano del tempo. Le caratteristiche sono costanti: riferimento all’antico, elementi allegorici e simbolici, nitidezza e atmosfera rarefatta. Ne sono esempio diversi suoi Autoritratti, il Ritratto di Vito Magliocco, Duca Luigi Grazzano Visconti, Ritratto di Peppino De Filippo.

Inganni, ritratti e opere sacre come La Madonna dell’Armenia del 1960, per una chiesa Russa, lo tengono impegnato fino alla fine della sua vita. Anzi, ancora come un maestro antico, pubblica nel 1968 La realtà di Sciltian. Trattato sulla pittura. Nel 1986, un anno dopo la sua morte, a Palazzo dei Diamanti a Ferrara gli viene dedicata un’ampia retrospettiva.

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