Segantini Giovanni

Giovanni Segantini. L’ora mesta, 1892 - Tecnica: Olio su tela
L’ora mesta, 1892. Tecnica: Olio su tela

Biografia

L’infanzia difficile

Giovanni Segantini (Arco, 1858 – Schafberg, 1899) ben presto rimane orfano di madre e viene abbandonato dal padre. Nella totale povertà, gira da solo per il suo paese: viene accusato di vagabondaggio, arrestato e mandato nel riformatorio milanese Marchiondi dal 1870 al 1873.

Dopo i tre anni in riformatorio viene affidato alle cure del fratellastro che vive a Borgo Valsugana dove possiede un piccolo negozio di fotografia. Lì Giovanni Segantini comincia a lavorare come apprendista imparando i primi elementi di fotografia. Nel frattempo si fa sempre più viva la sua passione per il disegno, dimostrata fin dalla tenera età.

L’Accademia di Brera

Intenzionato a non abbandonare questa attitudine, si trasferisce a Milano nella metà degli anni Settanta per frequentare i corsi serali dell’Accademia di Brera.

Intanto per mantenersi, Giovanni Segantini lavora nella bottega di un decoratore, affinando le sue capacità, tanto che dal 1877 riesce ad iscriversi ai corsi regolari dell’Accademia.

Qui segue le lezioni di Giuseppe Bertini (1825-1898) ed entra in contatto con il suo compagno di corso Emilio Longoni (1859-1932). Con lui crea subito un rapporto di fiducia perché entrambi sono accumunati da una vita difficile, sempre precaria e ai limiti della povertà.

L’importanza di Vittore Grubicy de Dragon

Quando Giovanni Segantini espone per la prima volta a Brera viene subito notato da Vittore Grubicy (1851-1920) che diventa per lui una sorta di mecenate. Lo aiuta economicamente e gli fornisce un contratto di lavoro presso la galleria che gestisce con il fratello.

Lavora lungamente insieme a Longoni in Brianza, sempre per conto dei Grubicy, ma ben presto il rapporto tra i due si incrina per divergenze lavorative.
Libero ormai dalle difficoltà economiche sposa Bice Bugatti, con cui di lì a poco formerà una famiglia che gli sarà sempre a fianco.
Condividerà con loro infatti tutte le decisioni artistiche ed economiche. Si afferma come divisionista partecipando alla Triennale di Brera del 1891 e a tutte le più importanti manifestazioni artistiche.

Gli ultimi anni

Negli anni Novanta interrompe i rapporti con Vittore e li mantiene con il fratello Alberto perché ha bisogno di una certezza economica. Nel 1894 si stabilisce in Engadina in Svizzera, suo luogo prediletto per la realizzazione di paesaggi dal vero. Muore nel 1899, a soli 41 anni sul monte Schafberg, proprio mentre sta elaborando una delle sue ultime visioni paesaggistico-simboliche.

Le prime prove realiste

Nel 1879 Giovanni Segantini partecipa per la prima volta all’Esposizione di Brera presentando Coro di Sant’Antonio, un dipinto ancora dichiaratamente verista con accenti legati all’aneddoto quotidiano. Anche quando l’artista si reca in Brianza, a Caglio, a dipingere per Grubicy insieme a Longoni, mantiene sempre il suo indirizzo realista.

Questo si manifesta in dipinti come La vigna, Paesaggio dei dintorni di Milano, La benedizione delle pecore, Zampognari in Brianza. Ma soprattutto in Alla stanga oggi alla Galleria Nazionale di Roma, Segantini ritrae un paesaggio agreste della Valsassina con le montagne innevate sullo sfondo.

È il massimo del realismo segantiniano. Sono evidenti i riferimenti alle malinconiche campagne popolate da umili contadini di Jean-François Millet, ma anche al naturalismo vibrante ed emozionante della Scuola di Barbizon.

Giovanni Segantini. Il Divisionismo

Nel 1886 Giovanni Segantini si trasferisce a Savognino nel Cantone dei Grigioni, dove, grazie alla spinta di Grubicy, si avvicina alla tecnica divisionista. Affianca questo passaggio all’abbandono dei temi veristi per inoltrarsi nel simbolismo.

Grubicy nel frattempo si era dedicato alla promozione dell’artista, quindi Giovanni Segantini aveva iniziato a vivere in una sicurezza economica mai provata prima.

Nella tranquillità del contratto lavorativo con Grubicy può finalmente dedicarsi senza pensieri alla ricerca e alla sperimentazione divisionista. Se ne vedono i primi risultati in dipinti come Ritorno all’ovile o Ave Maria a trasbordo.

Ma l’opera che maggiormente rappresenta il raggiungimento della maturità divisionista di Giovanni Segantini è Le due madri. Viene  esposta alla prima Triennale di Brera del 1891 accanto a Maternità di Gaetano Previati (1852-1920).

All’interno di una calorosa stalla una madre culla il bambino neonato e la seconda madre, una mucca, riscalda il vitellino appena nato.

Il dipinto evidenzia l’accezione simbolica della maternità, sentimento universale, non solo umano che avvicina il mondo animale al nostro, trattandoli con la medesima importanza. Da questo momento in poi la cifra caratteristica di Segantini è la campagna con i suoi abitanti, pervasi da una luce pura e simbolica.

Natura e simbolo

Dagli anni Novanta nei dipinti di Giovanni Segantini convivono due realtà: quella della natura, filo conduttore che lega indissolubilmente tutte le sue opere, e quella dell’idea.

Per l’artista la natura è il veicolo per creare nell’uomo il sentimento della contemplazione. In questo modo si riesce a cogliere il valore del simbolo, unendo reale e ideale in un circolo virtuoso e armonico.

L’artista impiega anni e profonde riflessioni per giungere a questa condizione che peraltro non viene assolutamente condivisa da Grubicy. Il critico ritiene stridente e pressoché assurda la coesistenza nell’arte divisionista di natura e simbolo, così avviene la rottura tra i due.

Questa fase simbolista si accentua ancora di più quando Giovanni Segantini si trasferisce da Savognino a Maloja in Engadina. Qui si isola quasi completamente, facendosi assorbire dalla bellezza e maestosità del paesaggio alpino. Si dedica solamente alla pittura, dando vita ad alcuni dei suoi lavori più belli.

L’amore alla fonte della vita, L’angelo della vita e soprattutto il Trittico della natura sono i dipinti di questa sua ultima e ricercata fase pittorica.
Il Trittico rimane incompiuto, ma presentato ugualmente a Parigi nel 1899. Il 1899 è esattamente l’anno della morte del pittore proprio su una di quelle montagne da lui tanto amate e ritratte.

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