Selva Attilio

Attilio Selva. Bozzetto (Donna con bambino), 1922 ca. - Tecnica: Scultura in Gesso Patinato, 24 x 63 x 7 cm
Bozzetto (Donna con bambino), 1922 ca. - Tecnica: Scultura in Gesso Patinato

Biografia

Attilio Selva (Trieste, 1888 – Roma, 1970), nato da una famiglia della piccola borghesia triestina, dopo la prima formazione, si trasferisce a Torino.
Dopo aver ammirato alcune opere di Leonardo Bistolfi (1859-1933) alla Biennale di Venezia del 1905, decide di studiare nel suo atelier torinese. Il contatto diretto con il maestro dura circa tre anni, dal 1906 al 1909, fertile periodo in cui Selva impronta la sua formazione scultorea.

Nello studio di Bistolfi, infatti, circolano letterati e artisti tanto impegnati nella diffusione del gusto Liberty, quanto nella rivalutazione della classicità. È in questo fervente contesto culturale che Selva esegue le sue prime opere, poco prima del trasferimento a Roma.

Il trasferimento a Roma: lo studio in Villa Strohl-Fern

Il 1909 è un anno cruciale per Attilio Selva: si trasferisce a Roma, raggiungendo il suo amico pittore Felice Carena (1879-1966). Quest’ultimo lo introduce subito nel salotto culturale di Angelo Signorelli, frequentato anche da Armando Spadini (1883-1925), Efisio Oppo (1891-1962) e Ivan Meštrović (1883-1962).

Contemporaneamente, si interessa al clima di riscoperta del classico, al seguito dell’archeologo Giglioli. Vigore e vitalità si fanno strada nei lavori di questo periodo, permeato anche dall’incontro con le opere di Meštrović e Auguste Rodin all’Esposizione Internazionale di Belle Arti del 1911.

Nel frattempo, maturando sempre di più il suo linguaggio verso una elegante saldezza dei volumi, stabilisce il suo studio in Villa Strhol-Fern. Negli anni Dieci, le sue sculture, che cominciano ad essere presentate alle prime esposizioni, risentono della valenza simbolista del clima secessionista internazionale.

Dunque, la sensibilità allegorica dialoga costantemente con la saldezza formale di matrice classica e con il rispetto della verità umana, tipiche della sua poetica.
Tra ritratti e nudi femminili, trattati con rara sensibilità e originalità formale e compositiva, si avvia la sua maturazione, visibile pienamente alla Biennale del 1914.

Gli anni della guerra lo segnano, tanto da portare un ulteriore passo nella sua maturazione artistica. Apprezzato da critici e artisti quali Antonio Maraini (1886-1963) e Ugo Ojetti, a ridosso degli anni Venti, ottiene una lunga serie di successi e critiche positive.

Il viaggio in Egitto e i soggiorni ad Anticoli Corrado

Al marzo del 1920 risale l’importante viaggio in Egitto, incaricato dal re Faud I di eseguire per lui alcuni lavori. Suggestioni monumentali giungono ad influenzarlo, soprattutto nelle sculture pubbliche che realizzerà negli anni Trenta.

Si fanno poi frequenti i soggiorni ad Anticoli Corrado, paese frequentato da altri artisti come Pietro Gaudenzi (1880-1955), Ercole Drei (1886-1973) e Arturo Martini (1889-1947).

Il clima familiare e allo stesso tempo fertilissimo del paese laziale porta Attilio Selva a riempire le sue salde sculture di una forte dimensione affettiva. Contemporaneamente, ottiene un’approvazione sempre maggiore alle esposizioni, soprattutto da Ojetti.

Nel 1923 viene nominato Accademico d’Italia e comincia ad ottenere i primi incarichi pubblici. Fino ad arrivare, nel 1843, a ricevere la cattedra di scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, impegno che manterrà fino al 1958.

Tra ritratti di intimo e profondo valore e opere monumentali e pubbliche, continua a lavorare tra la sua casa-studio di Anticoli Corrado e quello in via Ripetta a Roma.

Gli ultimi anni di attività, caratterizzati dall’aiuto dei figli Bernardo e Sergio, sono costellati da una cospicua serie di committenze ecclesiastiche, per cui, già anziano, si impegna fino alla fine dei suoi giorni. Muore a Roma nel 1970.

La Secessione: tra plasticità classica e valore simbolico

Gli esordi di Attilio Selva sono profondamente legati all’influenza di Bistolfi, rappresentante del cambiamento della scultura italiana di inizio Novecento. Un forte equilibrio formale si accompagna ad una netta rivalutazione dei volumi antichi, velati però di una modernità e sensibilità nuove.

Suggestioni provenienti da Rodin e Michelangelo, volumi solidi e chiusi, ma anche una forza simbolica non indifferente. Questi sono gli elementi che caratterizzano le prime prove torinesi di Attilio Selva: una felice congiunzione di elementi liberty e classici.

Con Busto di donna esordisce alla Promotrice torinese del 1908, scultura che gli fa vincere il premio Rettmeyer. La partenza per Roma è dunque vicina. Di lì a poco l’artista verrà a contatto con i veri esempi di antichità romana degli scavi archeologici, ma anche con la Secessione romana.

Plasticità classica e valore simbolico

Unisce sapientemente i massicci volumi arcaici ad una sensibilità nei confronti del reale, tutta personale. La donna comincia a diventare uno dei suoi soggetti prediletti, che sia a figura intera e nuda, o che ne ritragga soltanto il volto.

La saldezza volumetrica si accorda ad una rara gestione espressiva dell’afflato vitale. Questo traspare dalle opere degli anni Dieci e ancora di più in quelle degli anni Venti. Ne sono esempio i busti Velia e Augusta, opere presentate nel 1914.

La Sfinge della Biennale del 1915 nasconde all’interno della forte presenza plastica, un velato significato esoterico e misterico, suggerito anche dagli occhi chiusi. Alla mostra della Secessione romana dello stesso anno, presenta il primo Ritmi e Idolo. Sculture entrambe potenti e forti, ma estremamente delicate nel loro significato simbolico e quasi legato a rituali arcaici.

Attilio Selva: gli anni Venti

Gli anni Venti sono quelli della massima espressione di Attilio Selva. Il dopoguerra lo conduce ad una ricerca formale nuova, ma sempre basata sulla sua particolare interpretazione salda e forte. Equilibrio formale, monumentalità e stretto legame con l’espressione umana portano l’artista a ragionare sul nudo femminile.

Vigoroso e pieno, teso e sinuoso, il corpo femminile raggiunge il suo culmine in Enigma di marmo e Ritmi della Biennale romana del 1921. Il profilo della donna è quasi reale nella sua intensità, nella prima scultura.

La vitalità dei muscoli sembra pulsare nella posizione accovacciata che ricorda alcune sculture ellenistiche. Il simbolo è ancora molto forte, come anche in Ritmi. Il recente viaggio in Egitto deve aver rafforzato il contenuto misterico dell’opera, in cui si uniscono monumentalità e afflato vitale.

Nudi e ritratti

È un ritmo elegante che parte dalla punta delle dita e porta lo sguardo ad indugiare sulla linea netta e contemporaneamente sinuosa del corpo nudo della donna.

Di questi anni, anche i ritratti intimi e familiari, quasi di valenza rinascimentale, asciutta e rigorosa di Sergio, Claudio, Francesca (La Sebasti) e Il dottor Pastega.

Anche le Cariatidi realizzate per la fontana di Piazza dei Quiriti appaiono particolarissime nel loro valore architettonico. Così come Primula, con le sue braccia alzate e con la persistenza di una linea definita ma allo stesso tempo delicata, modellata sul vero.

Monumenti e opere sacre, tra gli anni Trenta e Sessanta

Negli anni Trenta si fa mano a mano meno intensa la partecipazione di Attilio Selva alle esposizioni. Si fanno invece consistenti le committenze pubbliche, in seno all’urbanistica di regime.

Volumi solidi e dal forte significato politico sono nei monumenti di Trieste o Capodistria. Monumenti ai caduti ma anche gli Atleti dello Stadio dei Marmi al Foro Italico fanno parte di questa produzione ufficiale.

Nel frattempo, gli intimi ritratti anticolani continuano a comparire tra le sue opere, come se fossore gli unici autentici. Ne sono esempio Bambino malarico esposto alla Quadriennale del 1931 e Lucilla a Parigi nel 1935.

Gli ultimi lavori sono quelli sacri: la maestosa Pietà per il Verano, la Madonna della pace del 1946, Cristo in trono per i SS. Pietro e Paolo all’Eur, insieme ai mosaici del figlio Sergio, La morte di San Benedetto per l’abbazia di Montecassino. Alcuni più intensi, altri più sintetici, questi lavori rappresentano gli ultimi sforzi di Attilio Selva.

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