Severini Gino

Gino Severini. Il Sogno del Pittore - Tecnica: Pittura a Cera su Tela
Il Sogno del Pittore. Tecnica: Pittura a Cera su Tela

Biografia

Gino Severini (Cortona, 1883 – Parigi, 1966) nel 1899 da Cortona si trasferisce a Roma, dove si interessa alle teorie socialiste, pratica la pittura e affronta diverse letture filosofiche.

Frequenta un ambiente artistico molto fertile: conosce Umberto Boccioni (1882-1916), insieme a cui frequenta lo studio di Giacomo Balla (1871-1958). I due giovani artisti si interessano dunque al Divisionismo a cui vengono introdotti dal maestro.

Un “Italien de Paris”

Nel 1906 Gino Severini si trasferisce a Parigi, entrando perfettamente in sintonia con il clima artistico della città. Stringe amicizia con Pablo Picasso (1881-1973), Juan Gris (1887-1927), Amedeo Modigliani (1884-1920) e Max Jacob (1876-1944). Sposa la figlia del poeta Paul Fort (1872-1960), di cui frequenta il salotto culturale presso il Closeries de Lilas.

Insieme a lui, si avvicina al Futurismo, fino a firmare il Manifesto della pittura futurista nel 1910. In realtà è molto più forte il legame con il Futurismo francese di ascendenza divisionista e non nasconde di apprezzare anche il Cubismo.

È proprio in questo momento cruciale di intense suggestioni artistiche che Gino Severini elabora la sua cifra fondamentale: la realtà va rappresentata tramite regole geometriche, le stesse che sorreggono la natura nella sua universalità.

Cubismo e Futurismo si uniscono durante gli anni della guerra, sempre saldamente impostati su una visione scientifica che gli proviene anche dalla frequentazione del matematico Raoul Bricard. In questo senso, riscopre l’antico, quello dell’arte rinascimentale e della filosofia pitagorica e platonica.

Nel 1919 Gino Severini firma un contratto con il gallerista Léonce Rosenberg, con cui espone alla Galleria l’Effort Moderne. Nel frattempo si lega agli artisti che in Italia gravitano attorno alla rivista “Valori Plastici”, condividendone il ritorno al classicismo.

Du Cubisme au Classicisme

Il 1921 è l’anno della pubblicazione del saggio Du Cubisme au Classicisme e del suo rientro in Italia. Si susseguono committenze private, in cui Gino Severini può sperimentare con successo anche la decorazione a fresco, per poi metterla in pratica anche in Francia.

Partecipa alle mostre di Novecento, entrando nelle grazie di Margherita Sarfatti e realizza alcune opere murali proprio in concomitanza con il Manifesto sironiano.

Negli anni Trenta e Quaranta, sempre nella riscoperta dell’antico, si avvicina all’arte sacra, forse anche per la prematura morte del figlio. Muore a Parigi nel 1966, dopo che gli era stata dedicata un’imponente antologica in Palazzo Venezia a Roma.

Gino Severini: gli esordi tra Futurismo e Cubismo

La frequentazione romana di Balla e Boccioni conduce Gino Severini verso un approfondito studio del Divisionismo che in un secondo momento lo porta a Parigi.
Qui, approfondisce il pointillisme francese di Georges Seurat e di Paul Signac, tanto che la sua personale interpretazione del Futurismo non sarà molto vicina a quella degli italiani.

Influenzato dai cubisti, crea una sorta di commistione tra le due avanguardie, generando un linguaggio tutto incentrato sulle leggi matematiche.
Le opere di questi anni sono Cannoni in azione e Zingaro che suona la fisarmonica. Nel 1912 partecipa alla mostra futurista alla Galleria Bernheim-Jeune e nel 1913 alla stessa mostra londinese.

Fino agli anni Venti, sulla scia di Picasso alterna cubismo a composizioni classiche, dettate dalla riscoperta di un ordine antico. Dipinge gitani, attori, maschere e musici, proprio come lo spagnolo, nella ricerca di un’essenzialità primitiva che ritroverà nell’arte italiana.

Il Classicismo: armoniche proporzioni geometriche

Al 1916 risale Maternità il dipinto di Gino Severini a cui molti studiosi fanno risalire il suo ritorno all’ordine classico. Un colore nitido, una forma semplice e plastica, un richiamo all’iconografia della Madonna col Bambino sono la messa in pratica del trattato del 1912.

In esso, dopo anni di studi matematici, si auspica un ritorno alle proporzioni, alle regole auree e matematiche dell’arte del passato. Vi è un chiaro riferimento tanto a Vitruvio quanto a Pitagora.

Gli esiti di queste teorie sono pienamente riversati nella decorazione del salotto del castello di Montegufoni in Toscana. Nel 1921, infatti, grazie all’intercessione di Rosenberg, Gino Severini viene incaricato dagli inglesi Sitwell e Osbert di affrescare il loro possedimento italiano.

La grande pulizia formale di queste decorazioni porta tanto al classicismo picassiano quanto alla riscoperta del Rinascimento toscano. È proprio con questo ciclo, infatti, che l’artista riscopre le sue origini cortonesi e in particolare il conterraneo Luca Signorelli.

Maschere, suonatori e danzatori della commedia dell’arte italiana in un paesaggio di matrice rinascimentale vanno a riempire le pareti del salotto, in una felicissima intuizione compositiva.

Dunque, in questi anni, una straordinaria purezza caratterizza la sua produzione che unisce rigore novecentesco a illusionismo e tematiche classiche. Una sorta di rarefazione naturale accompagna le opere degli anni Venti, come Natura morta presentata alla Biennale del 1928.

Una armoniosa geometria universale, governata dal mondo delle idee platonico investe anche le opere religiose cui si dedica dagli anni Trenta.

Il richiamo all’Umanesimo toscano nel muralismo

Nel 1931 Gino Severini partecipa alla I Quadriennale romana con Gruppo di cose vicine e lontane, una composizione che ancora include maschere e strumenti musicali. Un forte richiamo alle composizioni rinascimentali continua anche nella Biennale del 1932.

Vi espone Arlecchino al violino, Ritmo di oggetti, Natura morta – paradiso terrestre, tra le altre opere. Alla seconda Quadriennale gli viene dedicata un’intera sala in cui presenta trentasei opere tra ritratti, nature morte e maschere. Tra di esse vi sono Ritratto della signora Severini, Vagabonda, Lezione di musica, L’angelo rapitore.

Gino Severini si dedica poi alla pittura murale, in un costante riferimento ai pittori toscani del Quattrocento, sia nella stesura che nella scelta dei colori, come la terra verde o rossa.

Il richiamo a Piero della Francesca, Paolo Uccello o Cennino Cennini è evidente nelle decorazioni della chiesa di Semsales a Friburgo, in quella di Tavannes in Svizzera.
Ancora, affresca l’abside della Notre Dame di Losanna e negli anni Quaranta esegue i cartoni per i mosaici della Via Crucis della nativa Cortona.

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