Soffici Ardengo

Ardengo Soffici. Tipografia, 1914. Tecnica: Olio su tela
Tipografia, 1914. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Ardengo Soffici (Rignano sull’Arno, 1879 – Poggio a Caiano, 1964) nasce da una modesta famiglia della campagna fiorentina. Sin da bambino, i luoghi idilliaci e tranquilli in cui vive gli forniscono l’ispirazione per piccoli disegni e componimenti poetici.

Nel 1893, segue la famiglia a Firenze, dove frequenta il collegio degli Scolopi e poi un istituto tecnico, data la sua crescente passione per il disegno.
Talvolta, il giovane Ardengo Soffici passa lunghi periodi dalle zie a Poggio a Caiano, fino a quando, nel 1896, rientra definitivamente a Firenze per frequentare l’Accademia di Belle Arti e la Scuola Libera del Nudo.

Ha come maestro l’ormai anziano Giovanni Fattori (1825-1908) e come compagni di corso Giovanni (1874-1949) e Romeo Costetti (1871-1957), Giuseppe Graziosi (1879-1942), Umberto Brunelleschi (1879-1949) e Armando Spadini (1883-1925).

Sempre nel 1896 visita la Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze, manifestazione artistica che gli permette di conoscere artisti italiani ed internazionali, dai simbolisti ai divisionisti. I suoi interessi non riguardano soltanto la pittura, ma sfociano anche nella letteratura e la critica.

I soggiorni parigini e l’attività critica

Nel 1900, Ardengo Soffici parte alla volta di Parigi per visitare l’Esposizione Universale, insieme a Brunelleschi e Costetti.
Vi rimane per un lungo periodo, partecipando, nel 1901, al Salon des Indépendants e soprattutto collaborando come critico a diverse riviste francesi, come “L’oeuvre d’art international” o la “Revue Blanche”.

Mentre l’amico Costetti si inoltra nel Simbolismo, Soffici si appassiona allo studio dell’Impressionismo e del post Impressionismo e inizia a dipingere proprio seguendo questa direzione.

Rientrato a Firenze nel 1903, inizia a collaborare con diverse xilografie alla rivista “Leonardo”, grazie alla conoscenza di Giovanni Papini (1881-1956). Rientrato a Parigi nel novembre del 1906, ospita Papini e lo introduce all’ambiente culturale della città, presentandogli, tra gli altri, Max Jacob (1876-1944) e Pablo Picasso (1881-1973).

L’anno successivo, torna definitivamente in Italia e scegli di stabilirsi nella sua casa di Poggio a Caiano. Continua a mandare i suoi contributi critici e letterari alla rivista “Leonardo”, ma contemporaneamente comincia a dedicarsi con più impegno alla pittura.

Inoltre, diventa uno dei grandi protagonisti de “La Voce” periodico fiorentino che nel 1910 organizza la grande mostra sugli Impressionisti nel Lyceum di Firenze. Proprio in occasione dell’organizzazione dell’esposizione, si reca di nuovo a Parigi per contattare gli artisti e vi ritorna anche nel 1912, dove si lega ancora di più a Picasso e approfondisce il rapporto con Guillaume Apollinaire (1880-1918).

Ardengo Soffici e la rivista “Lacerba”

Nel 1913, fonda insieme a Papini la rivista “Lacerba”, organo del Futurismo fiorentino. In effetti, dopo la prima stroncatura da parte di Ardengo Soffici al Futurismo milanese, ne diventa uno dei principali protagonisti a Firenze, avvalendosi della collaborazione degli amici francesi.

Fervido interventista, inizia ad organizzare, nell’ambito di “Lacerba”, una serie di iniziative futuriste, come la mostra da Gonnelli tra il 1913 e il 1914. Dipinge anche lui, facendosi interprete di un Cubo futurismo sapiente ed intriso di elementi internazionali.

Il primo dopoguerra

Arruolatosi come volontario, Ardengo Soffici parte per il fronte e torna nel 1918 profondamente cambiato. Ormai lontano dalle velleità futuriste, è pienamente coinvolto nello studio del Rinascimento e del Seicento propugnato dalle istanze di ritorno all’ordine.

Partecipa con diversi articoli a “Valori Plastici”, coinvolto dal suo amico Carlo Carrà (1881-1966), sottolineando l’immenso valore della “plasticità espressiva” dell’arte italiana dal Quattrocento all’Ottocento, includendo anche il grande contributo del francese Cézanne.

Ciononostante, aderisce al Fascismo e si chiude nell’esaltazione dell’italianità, attraverso l’adesione ai valori di “Strapaese” e del “Selvaggio”. Nel corso degli anni Venti, espone con Novecento e a diverse Biennali veneziane, per poi partecipare anche alla I Quadriennale romana del 1931.

Dagli anni Trenta alla vecchiaia

Negli anni Trenta, Ardengo Soffici continua ad esporre alle Biennali di Venezia ed in diverse personali in tutta Italia. Convinto fascista fino alla fine, nel 1944 viene rinchiuso in un campo di concentramento a Terni e poi accusato di collaborazionismo.

Negli anni Cinquanta continua la sua attività espositiva con una serie di antologiche e non tralascia il suo impegno critico e di riordinamento delle sue opere. Ancora nel pieno dell’energia, muore nella sua villa in Versilia nel 1964, a ottantacinque anni.

Ardengo Soffici: dall’Impressionismo al Futurismo

La formazione di Ardengo Soffici, grazie alla sua costante frequentazione di Parigi, è indissolubilmente legata alla riscoperta dell’Impressionismo e contemporaneamente all’italiana pittura macchiaiola.

Le primissime opere dell’artista e critico, dunque, vanno proprio in questa direzione, fino a quando, verso gli anni Dieci del Novecento non assorbono le grandi istanze avanguardistiche con cui viene a contatto sempre a Parigi.

Amico di Apollinaire e di Picasso, non può far altro che acquisire i modi cubisti e coniugarli poi al linguaggio futurista di cui diviene promotore a Firenze con “Lacerba”, pur scontrandosi profondamente, invece, con il Futurismo milanese.

Diverse sono le opere cubo futuriste di Ardengo Soffici, esposte nel corso degli anni Dieci, tra cui Popone e liquori, Scomposizione di piani di un lume, Tipografia, Cocomero e liquori e una lunga serie di nature morte, chiamate “Trofeini”. Poi, nel 1914, il pittore decora in senso futurista la “Stanza dei manichini” della villa di Papini a Bulciano.

Il ritorno all’ordine

Nel 1918, si esaurisce l’esperienza futurista di Ardengo Soffici. La forte vicinanza al fascismo lo porta addirittura a firmare il Manifesto della razza.
Quel potente sentimento di identità italiana ed autarchica lo porta ad aderire alle istanze del “Selvaggio” e poi di “Strapaese”, che difende il carattere agreste e rustico della popolazione italiana.

Perciò, anche in pittura, Ardengo Soffici sostiene un ritorno all’ordine tutto italiano, anche se i colleghi fiorentini e di Novecento non si lasciano sfuggire il suo debole per la pittura di Cézanne, che mantiene per tutti gli anni Venti e Trenta.

In ogni caso, la sua è una pittura che rielabora l’atmosfera pura di Giotto e la coniuga al cromatismo dei Macchiaioli, passando per lo studio della luce seicentesca. Realizza nature morte, scene e paesaggi di grande austerità ed equilibrio compositivo, come si nota dalle opere esposte nella sala personale allestita alla Biennale di Venezia del 1926.

Tra di esse vi sono Vista del Poggio a Caiano, Crepuscolo primaverile, Boccale e limone, Dalla mia finestra, Dopo la pioggia, Campi e colline, Donne toscane che conversano davanti all’uscio.

Nel 1928, invece, partecipa alla I Mostra d’Arte regionale Toscana con Sera Apuana, Spiaggia al Forte dei Marmi, Il ruscello e Tramonto apuano, che rivelano un’estrema compostezza e plasticità.

Nello stesso anno, porta alla Biennale sette opere, tra cui Cabine, Vento sul mare, Padrona e domestica addormentate. Partecipa alla I Quadriennale romana con una personale in cui espone ben trentuno opere. Sono da citare Febbraio, Casa colonica, Vista del Poggio, Bibite, Messidoro, Autoritratto, Vasetto di fiori e Campagna estiva.

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