Spadini Armando

Armando Spadini. Ritratto della cognata, 1908 - Olio su tela, 95 x 73 cm
Ritratto della cognata, 1908 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela

Biografia

Armando Spadini (Firenze, 1883 – Roma, 1925) dopo aver frequentato a Firenze la Scuola di Decorazione Santa Croce, si iscrive alla Scuola Libera del Nudo dell’Accademia.

Attento studioso dei pittori del Cinquecento e del Seicento, nella sua prima fase pittorica, copia soprattutto dall’antico. Acquistando gradualmente sicurezza nel disegno e nel colore, si avvicina sin da giovanissimo ad Adolfo De Carolis (1874-1928), divenendo suo allievo.

In questi anni di formazione, viene fortemente influenzato da artisti simbolisti come Arnold Böcklin e Hans von Mareés, di passaggio a Firenze. Nonostante questa vicinanza, nelle opere iniziali di Armando Spadini non si nota soltanto un accento simbolista, ma anche un legame profondo con il realismo e con il cromatismo macchiaiolo.

Nel 1901, insieme ad artisti come De Carolis, Galileo Chini (1873-1956), Duilio Cambellotti (1876-1970), Alberto Zardo (1876-1959) e molti altri, partecipa al concorso Alinari per l’illustrazione della Divina Commedia. Poco dopo, inizia a farsi conoscere nei circoli artistici e letterari, collaborando anche con riviste come “Leonardo”.

Gli anni romani

All’inizio del Novecento, sposa Pasqualina Cervone, conosciuta all’Accademia e anch’essa pittrice, poi divenuta principale musa dell’artista.
Nel 1909, grazie al Pensionato artistico, Armando Spadini riesce a trasferirsi a Roma, città che inizialmente vive con diffidenza, ma che ben presto riesce ad apprezzare. I suoi dipinti di questa fase sono luminosissimi e il colore è la massima espressione dell’artista.

A Roma è molto vicino al critico Emilio Cecchi, che lo considera uno dei più valenti pittori del nuovo secolo. Armando Spadini non viene attratto dalle Avanguardie e della Metafisica, ma al contrario si inserisce nel contesto dell’Impressionismo novecentesco.

Non espone moltissimo, partecipa a poche mostre tra Roma e Firenze, ma nel 1918 gli viene dedicata una personale presso la Casina Valadier.

Il suo naturalismo classicista, tutto teso a rappresentare il meraviglioso spettacolo della natura, viene ampiamente apprezzato dalla rivista “La Ronda”. Nel 1924 un’intera sala della Biennale di Venezia viene dedicata all’artista, con ben trentasette sue opere.

Spadini muore nel 1925 a Roma. Sei anni dopo, alla prima Quadriennale romana del 1931, viene organizzata una sua retrospettiva.

Armando Spadini, gli esordi nel segno di De Carolis

I primi anni formativi di Armando Spadini si risolvono interamente nel segno della pittura del Cinquecento e del Seicento, ma anche del Simbolismo.
È allievo e collaboratore di Adolfo De Carolis, da cui trae soprattutto la persistenza di valori rinascimentali e classici.

Come disegnatore ed incisore, lavora per alcune riviste eseguendo vignette e opere di grafica strettamente legate allo stile floreale del maestro. Realizza poi ex libris dalla forte impronta düreriana.

È dunque evidente il trasporto dell’artista per la cultura classica e per i valori tradizionali della pittura italiana, anche in chiave simbolista alla Böcklin.

Sono anche gli anni in cui Armando Spadini ottiene il secondo premio, dietro Alberto Zardo, per l’illustrazione della Divina Commedia nel concorso Alinari.

Si dedica al canto XIII dell’Inferno, rappresentando la selva dei suicidi e degli scialacquatori in un’unica scena, tra arpie, intricati sterpi e cagne affamate. Naturalismo e simbolismo si intrecciano in una suggestiva scena aspra e verista.

Comincia poi a separarsi piano piano dal Simbolismo per sperimentare ancora meglio il disegno di matrice realista, sempre lanciando uno sguardo al Rinascimento. Nel 1906 espone a Firenze una serie di studi e un Ritratto di donna, opere che evidenziano la sua forte adesione al naturalismo.

L’impressionismo

La pittura di Armando Spadini non può essere meramente inserita nel verismo di fine Ottocento. Contiene qualcosa di più personale e particolare: è un naturalismo appassionato e legato costantemente ai modelli dei Seicento italiano.

Elabora ritratti della moglie Pasqualina con un tocco assolutamente moderno, sempre però ricercandovi il piglio e l’eleganza dei maestri antichi. Innamorato della natura umana in tutte le sue sfaccettature, ne interpreta gli atteggiamenti più nascosti, con evidente semplicità.

Ne sono esempio dipinti quali La Signora Spadini, Il mio bambino, Villa Borghese, Bambino con cavallo e Famiglia, tutti presentati alla mostra della Secessione romana del 1915.

Il ragazzo con l’aragosta, Bambini e pesci e il famoso Mosè salvato dalle acque rappresentano un costante riferimento all’impianto compositivo della pittura seicentesca, reinterpretata con un colore luminoso, vivace, vibrante.

Il suo naturalismo sincero e puro si riflette nell’importanza attribuita al colore e alla luce, ma anche nella sapienza della composizione e del disegno.

Questa posizione di sentito verismo si contrappone naturalmente alle avanguardie nascenti e soprattutto ai “Valori Plastici”.
Roberto Melli (1885-1958) definisce la sua pittura “insulsa” e priva di significato. Verrà invece ampiamente apprezzata da Ugo Ojetti.

Alla Fiorentina Primaverile del 1922 presenta Ritratto, Bovinella stalla e Paese. Mentre tra le opere esposte alla Biennale del 1924 vi sono: Bambini con ventaglio, Due ragazzi e natura morta, Ritratto del pittore e della moglie, Donna addormentata, Viale di Villa Borghese, La signora Spadini in giardino, Madre che bacia il bambino.

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