Giacomo Trecourt

Giacomo Trecourt.Autoritratto. Autoritratto (dettaglio). Tecnica: Olio su tela
Autoritratto (dettaglio). Tecnica: Olio su tela

Biografia

Giacomo Trecourt (Bergamo, 1812 – Pavia, 1882), figlio di un responsabile dell’esercito di Napoleone,  dimostra sin da bambino una forte propensione per il disegno. Nel 1828 inizia a studiare presso l’Accademia Carrara di Bergamo, divenendo allievo di Giuseppe Diotti (1779-1846).

Ben presto le sue doti vengono alla luce, infatti ottiene una serie di riconoscimenti: lo stesso maestro Diotti, con il tempo, diventerà suo collezionista.

Sin da subito, dopo aver partecipato alle prime esposizioni accademiche, riceve una lunga serie di committenze pubbliche e private. Nel 1839 viene nominato Socio onorario dell’Accademia di Brera e soltanto tre anni dopo gli viene assegnata la direzione della Scuola di Pittura di Pavia. Continua comunque ad esporre assiduamente sia a Brera che a Bergamo.

Molto probabilmente, nel 1845 compie un viaggio a Roma insieme a Giovanni Carnovali detto il Piccio (1804-1874). Questo anno segna una sorta di spartiacque nella carriera del pittore: impegnatissimo nell’insegnamento a Pavia, dedica meno tempo alle grandi tele e si occupa soprattutto di ritratti.

Continua ad esporre e a dedicarsi con passione all’attività didattica. Purtroppo nel 1878 viene colpito da una paralisi che lo costringe a lasciare il suo incarico a Pavia, dove muore nel 1882.

Giacomo Trecourt, pittore romantico

Fino agli anni Trenta dell’Ottocento il modello romantico per eccellenza è Francesco Hayez (1791-1882). In seguito però, la chiarezza pittorica, la precisione filologica e il cromatismo rigoroso lasciano il posto ad un’interpretazione più sciolta e libera.

Giacomo Trecourt, insieme al Piccio e più tardi a Federico Faruffini (1833-1869), suo allievo, rappresentano il cambiamento della pittura romantica verso un’interpretazione più soggettiva e un formalismo meno rigido. Temi storici, letterari e sacri sono i protagonisti delle tele di Trecourt, che sin dalle prime prove accademiche dimostra la sua forte personalità artistica.

Le tele a soggetto biblico e letterario

Nel 1831 al concorso dell’Accademia espone una serie di ritratti e un Davide, seguiti poi l’anno successivo dal disegno Una figura panneggiata che gli fa vincere il primo premio. Daniele nella fossa dei leoni viene presentato alla Prima mostra dell’Accademia Carrara, seguito da Zenobia salvata da alcuni pastori dalle acque del fiume Arasse, comprata dal conte Secco-Suardo.

Esordisce all’Esposizione di Brera nel 1837 con una committenza dello stesso conte, San Nicola di Bari nell’atto di liberare tre innocenti condannati a morte, poi inserito nel coro della Parrocchia di Zanica.

In questi anni i dipinti risultano ancora permeati dalla cultura neoclassica e protoromantica, soprattutto nella scelta dei temi, ma il colore appare più sciolto. L’influenza ben visibile è quella del Piccio, con cui Giacomo Trecourt stringe una forte amicizia.

Intanto, nel 1838 l’imperatore d’Austria Ferdinando I, di passaggio a Milano, acquista Un vecchio con due fanciulle per il suo Belvedere di Vienna. I collezionisti di Trecourt aumentano sempre di più, soprattutto attirati dagli studi dal vero e dai ritratti commissionatigli da Diotti, suo mecenate.

Risale al 1839 un’altra tela sacra, L’invenzione delle reliquie dei santi Nazaro e Celso e un’Educazione della Vergine per la Parrocchiale di Sant’Anna a Villongo san Filastro.

Non solo tele di soggetto biblico, ma anche di argomento letterario: nel 1841 a Bergamo presenta Torquato Tasso a Sorrento. L’anno successivo a Brera espone Torquato Tasso che si scopre alla propria sorella, mentre nel 1846 Ossian canta a Malvina le gesta di Carthon.

I ritratti

Dagli anni Quaranta in poi, Giacomo Trecourt si dedica quasi completamente all’insegnamento. Non ha più tempo per le grandi tele storiche, ma decide di soddisfare le committenze di ritratti.  Molto famosi sono quelli di G. Brambilla, della Nobildonna Beccaria, di Giuditta Rancati e Alessandro Curti.

Soprattutto nei ritratti e in particolar modo negli autoritratti si possono notare la libertà e la scioltezza soggettiva. Nell’Autoritratto in costume orientale conservato alla Pinacoteca Malaspina di Pavia emerge una certa adesione al linguaggio ingresiano, volto a glorificare e mitizzare la figura dell’artista.

Al contrario nell’Autoritratto degli Uffizi, Trecourt, sguardo profondo e introspettivo, sembra ritrarsi non tanto per glorificare la sua azione, quanto per mostrare la sua interiorità.

La pennellata è meno precisa e levigata e il volto, sincero e riflessivo, appare circondato da una vana atmosfera sfumata, molto simile a quella del Piccio. Non dimentichiamo che il futuro scapigliato Tranquillo Cremona (1837-1878) è suo allievo a Pavia.

Nei ritratti dunque, in qualche modo Giacomo Trecourt guarda all’intimità del personaggio, allontanandosi esplicitamente dall’Accademia, passo che nei dipinti di storia non aveva effettuato. Un esempio su tutti di questo sviluppo in senso romantico è nel ritratto di Lord Byron sulle sponde del mare ellenico.

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