Trentacoste Domenico

Domenico Trentacoste. La Figlia di Niobe, 1899. Tecnica: Scultura in Marmo
La Figlia di Niobe, 1899. Tecnica: Scultura in Marmo

Biografia

Domenico Trentacoste (Palermo, 1859 – Firenze, 1933) sin da piccolo studia nella bottega dello scultore palermitano Benedetto Delisi (1831-1875), per poi passare all’apprendistato presso Domenico Costantino (1840-1915).

Nel 1878, diciannovenne, si reca a Napoli e poi immediatamente si sposta a Firenze, città che lo cattura sin da subito per il suo fervente clima artistico e culturale.

Il soggiorno parigino

Dopo aver passato circa due anni in Toscana, Domenico Trentacoste ritorna brevemente a Palermo per occuparsi di un incarico pubblico. Il compenso ottenuto gli permette di compiere un soggiorno a Parigi nel 1880.

Qui, si lega a diversi scultori, come Antonio Giovanni Lanzirotti (1839-1921), con cui condivide lo studio per un certo periodo, e Cesare Costantino Ciribelli (1841-1918).

Partecipa al Salon in diverse edizioni, cominciando a farsi conoscere grazie al suo fine modellato e alla morbida grazia con cui tratta i soggetti, arricchiti da un sensibile afflato spirituale.

All’inizio degli anni Novanta, compie un viaggio a Londra per esporre alla Royal Academy, dove ottiene un notevole successo di pubblico e di critica, tanto che l’opera esposta viene acquistata dalla principessa del Galles. Ciò che colpisce delle sculture di questo periodo è l’unione delle forme classiche e ponderate ad una formulazione psicologica studiata ed emozionante.

Il rientro in Italia

Nel 1895, Domenico Trentacoste rientra in Italia ed espone alla I Biennale di Venezia, dove ottiene il primo premio per la scultura. Ben presto, anche nel suo paese natale, l’artista palermitano rivela la sua spinta creativa, non solo nei ritratti e nelle opere veriste, ma anche e soprattutto nelle sculture di ispirazione letteraria.

Una certa vena simbolista e melanconica traspare dalla maggior parte delle opere, caratterizzate da un attendo ed armonioso modellato che le rende anelanti di vita e spesso profondamente vere ed epidermiche.

Espone non solo a diverse edizioni della Biennale di Venezia fino al 1922, ma anche alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze del 1896, alle Promotrici di Torino e alla Fiorentina Primaverile del 1922, ottenendo sempre un grandioso successo. Nel 1920, tiene poi una personale alla Galleria Pesaro di Milano, introdotto da un testo di Vittorio Pica.

Stabilitosi a Firenze, Domenico Trentacoste inizia ad insegnare all’Accademia di Belle Arti all’inizio del Novecento, avendo come studenti molti futuri scultori, tra cui Marino Marini (1901-1980). Espone fino alla metà degli anni Venti, ma continua a lavorare fino ai suoi ultimi giorni a sculture sempre ricche di magia evocativa e vitale. Muore a Firenze nel 1933, a settantaquattro anni.

Domenico Trentacoste: modellato equilibrato ed efficacia espressiva

Come racconta Vittorio Pica nel testo introduttivo alla personale presso la Galleria Pesaro del 1920, Domenico Trentacoste dimostra sin da bambino una spiccata predilezione per la modellazione plastica. Già da adolescente possiede una rara predisposizione nella realizzazione di busti e ritratti, caratterizzati da una forte adesione al vero, ma anche da un’intensa resa espressiva.

Giunto a Parigi nel 1880, si dedica quindi prevalentemente all’esecuzione di busti, che suscitano subito l’approvazione della critica. La prima opera esposta al Salon è una Testa di vecchio, che mostra una spiccata efficacia nella resa del modellato dal vero e soprattutto una spontanea capacità di trasferire nel bronzo o nel marmo i moti dell’animo umano.

Busti e ritratti, piccoli soggetti mitologici e storici anche di carattere decorativo sono le sculture che gli permettono di vivere nei primi anni a Parigi. Ma nel 1887, con la realizzazione della Pia de’ Tolomei, soggetto dantesco e con la Cecilia di due anni dopo, Domenico Trentacoste dimostra un’energia compositiva senza precedenti, che comincia davvero a renderlo un elegantissimo interprete della psicologia umana e dell’armonia delle membra.

È classicista nella resa pura e semplice delle forme, ma è anche verista e simbolista allo stesso tempo nell’apprensione di esprimere al meglio i sentimenti dei personaggi rappresentati.

Eleganza e raffinatezza uniti ad un intenso afflato spirituale

Nel 1895, rientrato in Italia, espone alla Biennale di Venezia La diseredata, elegantissimo e finissimo nudo femminile, insieme alla Ofelia. Entrambe le sculture riscuotono un grande successo di critica che non fa altro che confermare anche il giudizio positivo del pubblico.

Alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze del 1896, espone invece Alla fonte, di nuovo insieme alla Pia de Tolomei che presenta scolpiti sulla base i versi danteschi, accompagnati da un volto malinconico e consumato dalla sofferenza.

Nel 1898 a Torino, Domenico Trentacoste presenta il busto di bambina intitolato Ave, che come di consueto si presenta affascinante e delicato. Il drammatico La figlia di Niobe, insieme al Ritratto di Madame Herbillon compaiono alla Biennale del 1899 e i veristi Bustino di bimba, Il ciccaiuolo, L’anfora infranta, Testa di vecchio alla Biennale del 1901.

Continua ad esporre a Venezia nel 1903, nel 1910 e nel 1912, anno in cui presenta un realistico e straziante Cristo morto, esaltato anche dalla penna di D’Annunzio. Dopo l’interruzione dovuta alla guerra, lo scultore riprende ad esporre nel 1920, in una personale alla Galleria Pesaro di Milano.

Tra le opere esposte vi sono bassorilievi come Hilde e Ugo Ojetti e sculture di grande impatto come Ondina, Allegoria, Mamma, Ragazzo che ride, Faunetta, Caino. Alcune opere pittoriche vengono presentate alla Fiorentina Primaverile del 1922, mentre alla Biennale di Venezia dello stesso anno, la sua ultima, espone il busto del Vescovo Geremia Bonomelli.

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