FARPI VIGNOLI

Farpi Vignoli. Guidatore di Sulky. Scultura in bronzo
Guidatore di Sulky. Scultura in bronzo

Biografia

Farpi Vignoli (Bologna, 1907 – 1997) si forma prima al Collegio Artistico Venturoli di Bologna, poi frequenta l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove ha come insegnante di scultura Ercole Drei (1886-1973), che lo coinvolge subito nella realizzazione delle allegorie del Monumento ai Martiri del Fascismo per la Certosa di Bologna nel 1932.

Sin dagli anni accademici, il giovane artista si distingue per la predilezione di soggetti maschili intenti in attività fisiche che esprimono in dinamismo interessato alla resa naturalistica delle pose e dello sforzo umano, accompagnata da un sintetismo elegante e ponderato.

Lo “scultore olimpico”

Proprio con una di queste figure ottiene un enorme successo alla Quadriennale di Roma del 1935 e la presentazione della scultura alle Olimpiadi di Berlino del 1936, dove, dopo aver ricevuto una medaglia d’oro, viene soprannominato “scultore olimpionico”.

L’atleta in tutte le sue sfaccettature non solo fisiche, ma anche emotive e psicologiche, diviene il protagonista della produzione di Farpi Vignoli per tutti gli anni Trenta, appoggiando in parte, anche se non esplicitamente, l’idea dell’esaltazione corporea promossa diffusamente dal regime fascista.

Ma le sue sculture non hanno quell’indirizzo celebrativo e monumentale, perché risultano piuttosto curate nella resa naturalistica e introspettiva degli atleti, pur presentando un’esigenza di sintesi tutta particolare.

Una dimensione leggermente più encomiastica si ritrova nei, pur sempre stilizzati e compendiari, bassorilievi della facciata della Camera del Lavoro di Bologna, realizzati poco prima del conflitto.

Il secondo dopoguerra

Durante la guerra, Farpi Vignoli si distacca completamente dal regime per partecipare alla resistenza, entrando a far parte del Gruppo clandestino di intellettuali “Antonio Labriola”.

Nell’immediato dopoguerra, l’artista attraversa un periodo di crisi che lo porta ad interrompere per qualche anno l’attività scultorea, che riprende negli anni Cinquanta, ormai lontano dalla tematica atletica e sportiva.

Da questo momento in poi, Farpi Vignoli si occupa soprattutto di monumenti funerari in area bolognese, in particolare per la Certosa, e a piccoli gruppi sacri, come quello dedicato a San Francesco e il lupo a Gubbio.

Ma le opere più importanti dello scultore appartengono proprio agli anni che precedono la guerra, nel suo momento di più intensa creatività e ispirazione. Si dedica alla scultura fino agli anni Novanta, quando decide di vivere una vita appartata nella Villa al Poggio, vicino Bologna, dove muore nel 1997, a novant’anni.

Farpi Vignoli: le sintetiche ed agili sculture di atleti

L’esordio scultoreo di Farpi Vignoli risale alla Quadriennale di Roma del 1935, in cui presenta il famoso Guidatore si Sulky, una figura in terracotta poi tradotta in bronzo che gli garantisce un immediato successo di critica e di pubblico.

L’uomo si trova nella posizione distesa del guidatore seduto sul sulky, mentre con le braccia tiene le briglie di un cavallo invisibile. Le linee naturalistiche ed equilibrate definiscono la figura asciutta ed atletica e mettono in evidenza i muscoli tesi della schiena incurvata in avanti.

Il dinamismo di questa figura, così geniale sia nella scelta del soggetto, sia nella posa, si ritrova anche nella Pattinatrice, nel Tennista del 1936 e nel Tiratore di fune del 1938, altro atleta dalla fisicità perfetta, tesa nella fatica di tirare a sé la fune.

Al 1939 risale Il saltatore, poi presentato alla Quadriennale romana del 1943. Ma dello stesso anno è anche una scultura del tutto diversa rispetto alle precedenti: Preludio d’amore, un gruppo in terracotta di raffinata esecuzione e dalle pose intimiste.

Alla Biennale del 1940, Farpi Vignoli presenta un bassorilievo con La cordata, una scena ispirata alla vita degli alpinisti che presenta una decisa stilizzazione delle figure, rigide e spigolose, molto diverse da quelle degli atleti, attentamente rifinite ed armoniose.

Questa esigenza di sintesi e semplificazione delle masse si ritrova anche nella coeva decorazione della facciata della Camera del Lavoro a Bologna, in cui le figure, piccole composizioni geometriche e statiche, danno al rilievo un andamento ritmato e narrativo.

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