Dario Viterbo

Dario Viterbo. Sogno. Scultura in marmo
Sogno. Scultura in marmo

Biografia

Dario Viterbo (Firenze, 1890 – New York, 1961) viene indirizzato sin da piccolo alla pratica del disegno da sua madre, pittrice e copista e, contemporaneamente, inizia a studiare musica e a suonare il pianoforte. Dopo il liceo classico, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove sceglie di seguire prima i corsi di pittura e poi quelli di scultura con il maestro Augusto Rivalta (1837-1925), fino all’ottenimento del diploma nel 1912.

Le prime prove di Dario Viterbo, strettamente legate alla cultura simbolista e bistolfiana, compaiono alla Secessione romana del 1914. Interrotta la sua attività scultorea a causa della Prima guerra mondiale, cui partecipa combattendo in trincea come tenente mitragliere, riprende a dedicarsi alla scultura solamente all’inizio degli anni Venti.

Nel 1922 ricomincia ad esporre partendo dalla Fiorentina Primaverile, dove ottiene una grande risonanza da parte della critica dai pareri profondamente discordanti, con le sue sculture dal sapore personalissimo, caratterizzate da un’aggraziata lavorazione della materia.

Essa si presenta nella sua veste impressionista, sfuggevole, morbida e non finita, nascondendo sicuramente lo studio approfondito del sintetismo presente nelle opere di Medardo Rosso (1858-1928).

Da Parigi a New York

Dopo la Biennale di Arti Decorative di Monza del 1923, partecipa alla Mostra Art déco di Parigi del 1925, ricevendo una vasta approvazione.

Questo lo spinge a trasferirsi nella città francese, dove comincia ad esporre ai Salon e a diverse mostre italiane organizzate all’estero nel corso degli anni Venti e Trenta. Nel frattempo, sposa Ada Vera Bernstein che lo raggiunge a Parigi, dove si occupa di moda e di una produzione pregiata e artigianale di bottoni.

Rimangono lì fino al 1940, quando sono costretti a fuggire a causa dell’invasione tedesca, perché ebrei e antifascisti. Così, dopo alcune tappe tra Marsiglia e il Portogallo, si imbarcano per l’America: giungono a New York nel 1941 e dopo un primo periodo di iniziale difficoltà, acquistano una sala dove allestiscono l’atelier di scultura di Dario Viterbo e la parte dedicata alla moda di Ada Bernstein.

Il successo ottenuto dallo scultore a Parigi si accresce ancor di più in America, anche grazie alla prima personale che tiene alla Galleria Wildenstein e alla partecipazione, a partire dal 1946, alle mostre dello Sculptors Guild.

Il classicismo delle forme si fonde con la particolarità stilistica propria dello scultore, una lavorazione levigata e longilinea del marmo e del bronzo, che conduce alla creazione di opere uniche, allo stesso tempo impressioniste ed espressioniste, cariche di una spiritualità che forse è stato il segreto del successo di Dario Viterbo.

Dopo alcuni problemi cardiaci iniziati negli anni Cinquanta, la sua attività si attenua gradualmente, fino alla morte, che lo coglie a New York nel 1961, all’età di settantuno anni.

Dario Viterbo: una scultura impressionista e “spirituale”

Dopo il primo periodo secessionista, Dario Viterbo approda subito alla sua cifra caratteristica: una materia che racchiude in sé le figure, che sembrano lottare animatamente per uscire all’esterno, rimanendo nel sostrato superficiale levigato e morbido.

Espressione delle figure ed impressione dell’autore si fondono in un gioco di volumi delicati e di passaggi quasi tonali, in cui il marmo risulta leggerissimo, come un velo che copre sfuggevolmente le membra, in cui è impossibile non ravvisare anche l’influenza di Rodin.

Tutto ciò è ben visibile sin dalle prime sculture presentate alla Fiorentina Primaverile del 1922: Gioielli, Finale di danza greca, Ritratto di signora, Sorriso, L’anima fra le dita e Riposo tragico, tutte opere che portano sé lo studio di Medardo Rosso e una totale indipendenza dalle correnti di ritorno all’ordine coeve.

Nel 1923, espone alla Mostra d’Arti decorative di Monza un bassorilievo con il Ritratto di Margherita Sarfatti.

Sogno compare alla Biennale di Venezia del 1924, rassegna dove espone di nuovo nel 1932, questa volta con una personale che conta più di venti opere, tra cui Pagliaccio, Testa di fanciulla, Il cieco, L’anelante, L’uomo che sta con sé, Danza moderna, L’ineffabile, L’enigmatica, Nudo a terra, Il sorriso interno e Ritratto melanconico.

Questo importante nucleo di opere rappresenta la parte più intima e sincera della produzione di Dario Viterbo negli anni parigini, prima di partire per l’America. Al periodo newyorkese risalgono alcune sculture dall’effetto di delicata impalpabilità e dalle superfici morbide e sintetiche, come L’incantamento.

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