Wildt Adolfo

Adolfo Wildt. Madre, 1929 - Marmo, 48x49x24 cm. Iscritto"A. Wildt"
Madre, 1929. Marmo, 48x49x24 cm

Biografia

Adolfo Wildt (Milano, 1868 – 1931) nasce da una modesta famiglia milanese. Ancora molto piccolo, all’età di nove anni, inizia a lavorare. Prima fa l’aiutante presso un barbiere, poi trova impiego come apprendista da un orafo ed infine da un marmista.

Nel 1879, ad undici anni, entra nella bottega dello scultore Giuseppe Grandi (1843-1894), per poi frequentare tra il 1885 e il 1886 la Scuola Superiore d’Arte applicata di Brera.

Alla fine degli anni Ottanta, Adolfo Wildt entra nello studio di Federico Villa (1837-1907), dove si affina nella lavorazione del marmo. Entra anche in contatto con i maggiori scultori lombardi del tempo, lavorando per loro come finitore.

Il contratto con il mercante prussiano Franz Rose

Nel 1891 sposa Dina Borga, donna che farà da modella per diverse sue sculture. Contemporaneamente, firma un contratto con il mercante Franz Rose che gli permette di avere un sussidio annuale. L’accordo prevede che Adolfo Wildt debba consegnare al mercante il primo esemplare di ogni scultura realizzata.

Questo contratto, in ogni caso, gli permette di vivere tranquillamente e di condurre una regolare attività espositiva, non solo in Italia, ma anche all’estero. Partecipa a mostre tedesche ed austriache. 

A Monaco entra in contatto con la Secessione, ammirando soprattutto le opere di Adolf von Hildebrand (1847-1921). Partecipa così alle esposizioni della Secessione di Monaco e comincia ad ottenere una serie di incarichi da collezionisti tedeschi.

Le esposizioni in Italia

Tra il 1906 e il 1909 attraversa un brutto periodo di crisi artistica ed emotiva e riversa il suo dolore in sculture potentemente espressioniste. Nel 1912, la morte del mercante Rose, lo costringe a rimettersi sul mercato, prediligendo questa volta quello italiano.

È proprio negli anni Dieci, infatti, che entra in contatto con Vittore Grubicy de Dragon (1851-1920) e con Gaetano Previati (1852-1920) e partecipa alle prime esposizioni italiane.

Purtroppo, durante la prima guerra mondiale, le vendite sono pochissime, per cui Adolfo Wildt è costretto a ritornare all’attività di finitore per altri scultori. A questo periodo risalgono anche raffinate e preziose opere grafiche realizzate nell’ambito della sua attività di illustratore.

La personale presso la Galleria Pesaro

Il 1919 è l’anno della svolta: espone in una personale alla Galleria Pesaro di Milano e viene ampiamente apprezzato da Vittorio Pica e Margherita Sarfatti. Da questo momento in poi, raggiunge velocemente il successo: partecipa alle principali mostre italiane, ed arriva ad esporre a New York e Parigi.

Apre la Scuola del Marmo a Milano, che poi verrà integrata nell’Accademia di Brera. Proprio qui, nel 1826, otterrà la cattedra di scultura, avendo come studente, tra gli altri, Lucio Fontana (1899-1968). Dopo essere stato insignito della Corona d’Italia all’inizio degli anni Venti, Adolfo Wildt nel 1929 viene nominato Accademico d’Italia.

Le committenze e gli incarichi ufficiali si susseguono vivacemente fino al 1931, quando muore improvvisamente a Milano. Nello stesso anno, la I Quadriennale di Roma gli dedica una retrospettiva.

Adolfo Wildt: la scultura secessionista

Partendo da un sostrato artistico tardo romantico, Adolfo Wildt si avvicina ben presto ad espressioni più moderne. Lavorando dagli anni Novanta per il mercante Rose, si avvicina alla Secessione di Monaco.

Linea decorativa e simbolismo permeano le sue sculture, a cominciare da Vedova, esposta alla Società per le Belle Arti di Milano nel 1893. La modella è la moglie Dina e il busto racchiude in nuce tutta la sua espressione successiva.

I lineamenti sono essenziali, il sentimento dell’inconscio prevale e la composizione anticipa quei volti scarnificati e tormentati delle sculture della maturità.

Nel 1900 Adolfo Wildt partecipa all’Esposizione di Verona riproponendo Vedova, ma nel frattempo prende parte a diverse mostre a Monaco, Dresda, Berlino e Zurigo. Alla Mostra Nazionale di Belle Arti di Milano del 1906 presenta Piccolo operaio in marmo, e un gruppetto in gesso intitolato I beventi.

Le opere cominciano ad essere intrise di una evidente perizia tecnica, eredità della sua attività di finitore. Le figure risultano drammatiche nella loro rappresentazione quasi teatrale: maschere che ricordano il manierismo del Cinquecento anche nel suo significato di tormentata ricerca.

Dramma e simbolo, in un marmo “porcellanoso”

La materia è rifinita a tal punto da risultare porcellanosa, lucida, quasi uno specchio della luce. Il contratto con Rose dura fino al 1912, ma negli anni di crisi che vanno dal 1906 al 1909, compie un’ulteriore maturazione.

Proprio nel 1909, infatti, Adolfo Wildt realizza Maschera del dolore, un guscio vuoto di marmo levigatissimo ed estremamente drammatico. Il sapore ellenico traspare dal tipo di rappresentazione, ma la modernità della Secessione tedesca emerge dal volto scheletrico, dagli occhi ricurvi, dal lamento che sembra affiorare dalla bocca aperta.

Nello stesso anno, si rimette a lavoro per la fontana Trilogia, ultimata nel 1912 e destinata al parco del Castello di Rose a Dölhau, ma poi rimasta a Milano. Proveniente dal gesso I beventi, dai corpi michelangioleschi passati per il filtro di Rodin, emergono le drammatiche espressioni del Santo, del Giovane e della Saggezza.

Tra scultura e grafica

Dopo gli anni della guerra, Adolfo Wildt riprende intensamente ad esporre in Italia, a partire dalla Personale del 1919 alla Galleria Pesaro. Nel 1921, alla Mostra Arte Italiana Contemporanea, sempre presso la Galleria Pesaro espone Fontanella santa, Il crociato, La concezione, Il ritratto di Paolucci del Calboli.

Alla Fiorentina Primaverile del 1922 si presenta con otto opere: Umanitas, L’idiota, Maria, Un rosario, In prigione, Cave Canem, Uomo antico e una serie di Dieci disegni su pergamena. Nello stesso anno, alla Biennale di Venezia gli viene dedicata una personale.

Vengono esposte cinquantasei opere tra sculture e opere grafiche. Tra di esse vi sono: Mia figlia, Fede e Religione, La famiglia, Maria dà luce ai pargoli cristiani, L’anima e la sua veste, Orecchio, Mi dolgon, fanciullo, le pene che più non mi dai.

In particolare, Orecchio è un’opera simbolo di Wildt. Già nel 1919, alla Personale della Galleria Pesaro, aveva presentato un orecchio, poi rivisto e ripresentato in diverse esposizioni.

Una delle versioni viene utilizzata come citofono del Palazzo Liberty Sola-Busca in Via Sorbelloni a Milano. Il tratto asciutto e scarno, tipico della scultura di Wildt, è qui presente in tutta la sua meraviglia.

Le committenze ufficiali

Con tutti gli incarichi che riceve Adolfo Wildt nel corso degli anni Venti, raggiunge il massimo della fama. Continua ad esporre nelle mostre italiane e straniere, presentando anche opere commissionate da importanti personalità politiche e culturali del tempo. Alla Biennale del 1922 presenta tre busti che identificano l’ultimo operato dell’artista.

Si tratta di Ritratto di Mussolini, Ritratto di Arturo Toscanini e Di Vittore Grubicy de Dragon. Il tratto è sempre quello secco e porcellanoso del passato, ma una linea più dura, legata anche al tipo di committenza, pervade l’opera dedicata al Duce.

Pochi piani, quasi assente il chiaroscuro, il volto trattato quasi come un ritratto romano, ma ricco di modernità. Di lì a poco realizzerà anche il Ritratto di Vittorio Emanuele III.

Nel 1831 alla Quadriennale romana, poco prima di morire, espone una serie di disegni, intitolata Ciclo delle grandi giornate di Dio e dell’Umanità. Questa è accompagnata da sette sculture tra cui Margherita Sarfatti, Madre, Autoritratto e Filo d’oro.

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