Zamboni Angelo

Angelo Zamboni. Il Vecchio Baran, 1916 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela
Il Vecchio Baran, 1916 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela

Biografia

Angelo Zamboni (Verona, 1895 – 1939) si forma all’Accademia Cignaroli di Verona, al seguito di Alfredo Savini (1868-1924) e di Baldassarre Longoni (1876-1956). Inizialmente, la sua cifra caratteristica è una pennellata larga e sciolta, usata soprattutto nella definizione di paesaggi veneti.

Nel 1915, esordisce a Milano e già si nota in lui una spiccata propensione verso gli accenti secessionisti ed espressivi degli artisti di Ca’ Pesaro, in particolare di Gino Rossi (1884-1947). Negli stessi anni, Angelo Zamboni lavora come frescante, eseguendo un ciclo nella Villa La Paverana ad Azzago di Grezzana, in cui dimostra di aver pienamente coniugato in una felice soluzione il naturalismo di stampo ottocentesco, all’impronta decorativa e lineare secessionista, derivante anche dallo studio di Galileo Chini (1873-1956).

L’ambiente artistico veronese tra gli anni Dieci e Venti

Fondamentale è la frequentazione di Felice Casorati (1883-1963), trasferitosi a Verona tra il 1911 e il 1915, che contribuisce al rinnovamento della cultura veneta di inizio secolo, soprattutto nel solco del contatto con la Secessione di Ca’ Pesaro.

Il Casorati simbolista e klimtiano segna profondamente il linguaggio di Angelo Zamboni, che a questo punto, diventa uno dei principali animatori e innovatori della cultura veronese del tempo, insieme a Guido Trentini (1889-1975).

In questo periodo, la sua pittura affronta il passaggio della “sintesi plastica”, così chiamata dall’artista stesso, in cui poche e parsimoniose forme essenziali costruiscono paesaggi e figure denotate dalla stesura bidimensionale e sfaccettata di colori freddi. Molto vicino al poeta Lionello Fiumi, di cui realizza anche il ritratto, sembra tradurre in una pittura evocativa e simbolista, i suoi componimenti.

Insieme a Guido Farina (1896-1957) e a Albano Vitturi (1888-1968), pittori veronesi come lui, crea una sorta di sodalizio artistico che lo conduce anche a compiere un viaggio in diverse città italiane.

La pittura e la decorazione

Espone alla Secessione romana e, a partire dal 1920, alla Biennale di Venezia, cui parteciperà per altre quattro edizioni tra gli anni Venti e Trenta, per poi comparire anche alla Quadriennale romana del 1931.

Contemporaneamente, tra il 1919 e il 1934 Angelo Zamboni prende parte con regolarità alle mostre di Ca’ Pesaro, dove ottiene sempre un grande successo di critica. La sua pittura, negli anni Venti, acquisisce un sapore primitivista che lo avvicina alle modalità espressive di Tullio Garbari (1892-1931).

Un arcaismo poetico caratterizza la produzione degli anni Venti e Trenta, affiancata, peraltro, dalle numerose decorazioni ad affresco, come quella realizzata nella Cappella dei Caduti a Sommacampagna nel 1921.

Nel 1925, avvicinatosi a Ferdinando Forlati, Soprintendente dell’Arte Medievale e Moderna a Venezia, viene incaricato di seguire diverse imprese decorative e di restauro, tra cui quello del palazzo del Podestà a Verona.

A partire dal 1927, inizia a soggiornare assiduamente a Romagnano, in Valpantena, dove è stato incaricato di eseguire gli affreschi della parrocchiale. La Valle, a questo punto, diviene il principale luogo di ispirazione dell’artista, che si dedica a delicati paesaggi veristi in cui si nota l’abbandono del decorativismo secessionista e di quel cromatismo espressivo che aveva contraddistinto la prima fase.

Ora le pennellate sono più chiare e rade, e l’impianto compositivo più naturalistico. Angelo Zamboni muore a Verona molto giovane, nel 1939, a soli quarantaquattro anni.

Angelo Zamboni: la fase secessionista e la “sintesi plastica”

L’iniziale impronta pittorica di Angelo Zamboni è sicuramente legata alle esperienze della Secessione veneziana di Ca’ Pesaro. Tra tinte piatte ed accese e la predilezione di toni più freddi nel corso del 1916/1917, il pittore è uno dei maggiori rappresentanti della cultura figurativa veronese, in senso secessionista.

Aurora compare alla Secessione romana del 1916, mostrando il linguaggio innovativo dell’artista, molto vicino a Gino Rossi e a Felice Casorati. La sintesi plastica operata in questo periodo prevede l’uso di tonalità piuttosto fredde e l’accostamento di forme prismatiche e sfaccettate, come si nota dal Ritratto di Lionello Fiumi.

Animato da un certo primitivismo alla Garbari, nel 1920 presenta due Ritratti alla sua prima Biennale, mentre nel 1921, partecipa alla Mostra Regionale d’Arte Trevigiana con quattro dipinti: Mattino in Valdonega, Controluce nell’Alta Valpantena, Contrada al sole in montagna e Autunno in montagna, opere caratterizzate dall’accostamento di inflessioni stridenti, accese e violacee, che segnano un espressionismo personalissimo e visionario.

Dall’espressionismo ad un intimo naturalismo

Nel 1922 partecipa alla Fiorentina Primaverile con Paese d’inverno, Mattina di primavera e Controluce e alla Biennale di Venezia con Paesaggio – Mattino. Commemorazione dei morti viene esposto da Angelo Zamboni alla Biennale del 1924, mentre Dall’Altana a quella del 1928.

Già in questa fase cominciano a farsi notare i primi accenni ad un naturalismo più intimo e sentito, forse nato dalla frequentazione delle valli montante venete, che ispirano i dipinti degli anni Trenta come La carretta del mugnaio, Campagna circondaria, Autunno nel veronese e La chiesa di Romagnano, presentate alla Sindacale del Lazio del 1930.

L’anno successivo è alla Quadriennale romana con Banco sul Sebino e Figura in rosso, mentre Bimba e La Bruna, tra le ultime opere di Angelo Zamboni, vengono presentate alla Sindacale fiorentina del 1933.

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