Zocchi Cesare

Cesare Zocchi. Dante e Sordello (Monumento a Dante - dettaglio). Scultura in bronzo
Dante e Sordello (Monumento a Dante - dettaglio). Scultura in bronzo

Biografia

Cesare Zocchi (Firenze, 1851 – Torino, 1922) si forma all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove ha come insegnante di scultura suo cugino Emilio Zocchi (1835-1913). Verso la fine degli anni Sessanta, ancora molto giovane, riesce a vincere il pensionato a Roma, con una statua dal sapore ancora accademico e di soggetto mitologico.

Dopo l’esperienza romana, Cesare Zocchi inizia a lavorare soprattutto come ritrattista e come scultore monumentale, unendo una tecnica impeccabile ad una visione sintetica delle superfici e delle masse. L’impostazione verista si fonde con un afflato spirituale, che si riscontra soprattutto nei numerosi monumenti funebri.

Dal 1881, insegna scultura all’Accademia fiorentina, dove rimane fino agli inizi del Novecento. Nel corso degli anni Ottanta, partecipa regolarmente alle Promotrici di Torino, città che diventerà fondamentale per la sua carriera futura.

A cominciare dagli anni Novanta, lavora all’incarico più importante della sua carriera artistica, il Monumento a Dante a Trento, che viene eretto nel 1896 e con cui ottiene un grande successo di critica, aprendogli la strada per numerose committenze.

Il trasferimento a Torino

A partire dal 1903, si trasferisce a Torino per occupare la cattedra di scultura all’Accademia Albertina, dove rimarrà fino alla morte. Nel frattempo, continua a dedicarsi alla scultura, lavorando soprattutto a monumenti funebri, a sculture di genere e a monumenti celebrativi, in tutta Italia.

Lo stile di Cesare Zocchi, ancora profondamente legato agli stilemi della scultura tardo ottocentesca, rimane sospeso tra la narrazione naturalistica di alcuni piccoli gruppi di genere, il linguaggio encomiastico dei monumenti commemorativi e il gusto simbolista che sfiora accenti liberty e che si legge in particolari rappresentazioni funebri o nei soggetti letterari e mitologici.

Nonostante questa varietà di stili, lo scultore fiorentino rimane inevitabilmente a metà tra la tradizione dell’Ottocento e i nuovi percorsi del Novecento, che non vengono del tutto acquisiti, data anche la brevità della sua carriera.

Dall’erezione del Monumento a Dante, considerata la sua opera più importante e decisiva, alla morte, passano pochi anni, interrotti, peraltro, dalla Prima guerra mondiale. Cesare Zocchi, muore a Torino nel 1922, a settantuno anni, quando ancora è insegnante di scultura in Accademia.

Cesare Zocchi: tra naturalismo e linguaggio celebrativo alle soglie del Novecento

Ancora studente all’Accademia fiorentina, Cesare Zocchi partecipa alla sua Promotrice d’esordio nel 1867, dove espone due piccole sculture di genere in bronzo, poi tramutate in marmo, Vanità e Il primo lavoro.

Nel 1871, sempre alla promotrice di Firenze, espone La tradita, opera ancora legata alla tradizione di genere ottocentesca. Negli anni Ottanta, inizia la vera e propria ascesa artistica di Cesare Zocchi, che, oltre a partecipare alle Promotrici, è pronto a ricevere le prime committenze pubbliche.

Alla Mostra Nazionale di Torino del 1880 espone Fiammiferaio, mentre a quella del 1884 la Frine, statua a soggetto mitologico che decreta il primo vero successo dell’autore. Nel 1886, dopo questa prima importante approvazione, viene scelto tra i partecipanti al concorso per la realizzazione di un Monumento a Garibaldi da collocare sul Lungarno fiorentino.

Oggi, la sua statua in bronzo di Garibaldi in posizione eretta, ancora si può ammirare sul suo alto basamento. Nello stesso anno, lavora anche al Monumento ai martiri di Ravenna, che suscita l’invidia dei fiorentini, che ne avrebbero voluto uno uguale per la loro città, della stessa valenza allegorica. Poco prima si era occupato del Monumento a Bufalini Cesena, mentre nel 1887 esegue un altro Garibaldi per Perugia.

L’opera più famosa di Cesare Zocchi, come accennato, si trova a Trento, ed è stata eretta nel 1896. Si tratta del famoso Monumento a Dante, dove ha espresso a pieno il suo intento celebrativo, attraverso un naturalismo che si coniuga alla perfezione con una lavorazione sintetica delle superfici.

Queste si fanno leggiadre e lineari nella rappresentazione simbolica di Beatrice e del Paradiso, mentre mantengono ancora una certa consistenza nelle sezioni dedicate all’Inferno, con Minosse, che sembra proprio raffigurare il verso “stavvi Minos orribilmente e ringhia” e al Purgatorio, con Sordello, Dante e Virgilio.

Verso l’inizio del Novecento, esegue una Vittoria alata per il Vittoriano a Roma, ma anche diversi monumenti funebri. Inoltre si occupa di alcuni esagoni con Angeli per la porta sud della facciata di Santa Maria del Fiore, lavorando insieme ad Emilio Gallori (1846-1924). Significative sono alcune opere come Michelangiolo fanciullo che scolpisce la testa di fauno, conservata a Palazzo Pitti.

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