Arturo Nathan

Arturo Nathan al Mart. L’Esiliato, 1928 (dettaglio). Tecnica: olio su tela, Parma, Collezione Barilla
L’Esiliato, 1928 (dettaglio). Tecnica: olio su tela, Parma, Collezione Barilla

Rovereto, Mart

Fino al 1 maggio 2022

Nella settimana che precede il 27 gennaio, Giorno della memoria, il Mart ha inaugurato la mostra Il contemplatore solitario, dedicata all’artista triestino Arturo Nathan (Trieste, 1891 – Biberach, 1944).

Ebreo, dal 1940 al 1943, dopo l’emanazione delle leggi razziali del’ 38, viene condannato al confino nelle Marche, per poi essere deportato nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, in Sassonia. Nel ’44, viene portato a Biberach in fin di vita, dilaniato e denutrito. Morirà poco dopo l’arrivo degli alleati.

Arturo Nathan, un pittore tormentato, figlio delle due guerre

Arturo Nathan dopo gli studi liceali a Trieste, viene mandato dai genitori a Londra per studiare all’Accademia navale, ma non accetta il loro volere e si trasferisce a Genova per frequentare la facoltà di Filosofia.

Nel 1914, viene arruolato a Portsmouth per la guerra, da cui ritorna completamente devastato, in stato depressivo: entra così in cura dallo psicanalista freudiano Edoardo Weiss. Grazie alle sedute, cerca di esprimere il proprio stato d’animo attraverso la pittura e il disegno, tirando fuori una passione che già aveva mostrato negli anni del liceo, ma che era stata repressa dal padre.

Frequenta lo studio di Giovanni Zangrando (1867-1941) e poi la Scuola del nudo di Trieste. Nel primo dopoguerra conosce il pittore Carlo Sbisà (1899-1964) e diversi letterati e filosofi che lo introducono a Schopenhauer, Nietzsche e Wagner. Sviluppa una passione intensa per questi autori, per la tragedia, per la dimensione allegorica, che condivide con Giorgio De Chirico (1888-1978) che conosce a Roma nel 1925.

Simbolismo, allegoria, realismo magico

È in questa fase che Arturo Nathan sviluppa il seme della sua poetica, tra allegorie, simbolismi, dimensione metafisica, riferimenti alla cultura antica e alla filosofia tedesca dell’Ottocento. Il suo primo Autoritratto di matrice dechirichiana viene esposto alla Biennale di Venezia del 1926

Alla Biennale del 1928 invia Malinconia di naufragio, un dipinto paradigmatico, introspettivo e nostalgico, inteso proprio come il greco “dolore del ritorno”.

Opere di matrice metafisica

Partecipa ancora alla Biennale del 1930 e del 1932 e poi alla Quadriennale di Roma del 1935 con opere di matrice metafisica, in cui l’antico e il presente si uniscono in una dimensione mistica e onirica.

Nel decennio che anticipa la seconda guerra mondiale, come in un costante presentimento della fine, la sua pittura si fa sempre più tragica e trascendente: enigmatiche e solitarie marine di memoria böckliniana presentano enormi busti di uomini e di dei, in una sorta di rievocazione costante del mito greco.

L’essenza del pittore tormentato, del “contemplatore solitario” ritorna nella preziosa mostra del Mart, a cura di Alessandra Tiddia, in collaborazione con Alessandro Rosada e Galleria Torbandena di Trieste.

Orari

Martedì – Domenica 10.00 – 18.00; Venerdì 10.00 – 21.00; Lunedì chiuso

Biglietti

Intero 11 €; Ridotto 7 € (biglietto unico per tutte le mostre in corso)

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