Man Ray. Wonderful visions

Man Ray. Wonderful Visions. Man Ray, Wonderful Visions. Violon d’Ingres (Kiki), 1924 | © Man Ray Trust by SIAE 2018
Violon d’Ingres (Kiki), 1924 (detail)

Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, San Gimignano

Fino al 7 ottobre 2018

Il celebre passo «bello come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello» tratto da I canti di Maldoror, poema del 1869 di Isidore Ducasse, ha ispirato un’intera generazione di artisti surrealisti. Trasformata quasi in una regola estetica, la frase del Conte di Lautréamont, racchiude in sé l’accezione primaria dell’oggetto surrealista.

Il cucchiaio-scarpetta trovato da André Breton in un mercato delle pulci parigino e fotografato da Man Ray nel 1934 dà avvio al suo romanzo Amour fou. È un oggetto “d’affezione”, legato ad un suo desiderio inconscio, come gran parte degli oggetti dada e surrealisti.

Così, anche quelli fotografati da Man Ray in bianco e nero, rivoluzionando il concetto di fotografia, sono objet trouvés carichi di valenza affettiva. La mostra presso i Musei Civici di San Gimignano, a cura di Elio Grazioli, con più di cento opere fotografiche, vuole proprio porre attenzione sulla meraviglia dell’oggetto fotografico come opera surrealista.

L’intensa sperimentazione artistica di Man Ray inizia proprio dal contatto con Marcel Duchamp e con Breton. Nato a Philadelphia nel 1890, nel 1921 segue Duchamp a Parigi e nello stesso anno ha luogo la sua prima personale presso la Librairie Six.

La cerimonia d’apertura, progettata da Duchamp, aveva in sé molti caratteri poi ripresi dallo happening negli anni Sessanta. Un gran numero di palloncini venivano fatti scoppiare con le sigarette, creando un frastuono che accompagnava il visitatore nel percorso espositivo.

Rayogrammi

Da quest’esperienza Man Ray capisce di voler intraprendere la carriera di fotografo e di sperimentatore. Fotografa Duchamp travestito da Rrose Sélavy e l’Allevamento di polvere, il Grande vetro duchampiano coperto di polvere e tempo.

Apre uno studio a Parigi e dà vita alle rayografie, in modo casuale, mentre sta sviluppando alcune foto per un sarto parigino. Il procedimento di Man Ray, utilizzato più o meno negli stessi anni anche da Moholy Nagy (1895-1946) in modo del tutto diverso, risale di fatto all’origine della fotografia. Fu infatti Henry Fox Talbot (1800-1877), nel 1834 a sperimentare per primo i suoi disegni fotogenici.

In un suo scritto del 1838 così descrive la nascita di questa tecnica:

«Un foglio di carta sensibile intatto, che era finito inavvertitamente tra quelli già esposti con il negativo era sottoposto al bagno di sviluppo. Mentre aspettavo invano che comparisse un’immagine, rimpiangendo lo spreco di materiale, con un gesto meccanico poggiai un piccolo imbuto di vetro, il bicchiere graduato e il termometro nella bacinella sopra la carta bagnata. Accesi la luce: sotto i miei occhi cominciò a formarsi un’immagine. […] Prendevo tutti gli oggetti che mi capitavano sotto mano: la chiave della camera d’albergo, un fazzoletto, delle matite, un pennello, una candela, un pezzo di spago. Bastava posarli sulla carta e poi esporli per pochi secondi alla luce, come con i negativi. Ero molto eccitato e mi divertivo enormemente. La mattina esaminai i risultati, e appesi alle pareti un paio di rayogrammi – come decisi di chiamarli. Avevano un aspetto sorprendentemente nuovo e misterioso».

È questa presenza del meraviglioso che riempie le opere di Man Ray di quella “bellezza convulsiva” di cui parla André Breton.

Man Ray: il mimetismo, il gioco e l’inganno

Sostanzialmente, l’obiettivo della macchina rimane fuori da questo esercizio. Man Ray punta tutto sulla luce e sull’oggetto. Non a caso, proprio André Breton osserva come il suo nome “Ray” abbia in sé la presenza di un raggio di luce.

Ma non solo i Rayogrammi hanno riempito la meravigliosa carriera dell’artista. Fotografie vere e proprie, in infinite varianti, hanno messo al centro il concetto di “bellezza convulsiva”.
 

Man Ray. Wonderful Visions | Rayografie, 1923. Museum Ludwig, Köln © Rheinisches Bildarchiv, Köln © MAN RAY TRUSTBildrecht, Wien, 2017
Rayografie, 1923. Museum Ludwig, Köln

 
Basti pensare all’Explosant Fixe del 1934, foto che tenta – e ci riesce – di spiegare l’attimo di poco precedente ad una caduta dopo un vertiginoso movimento centrifugo. L’azione in sospeso, ma anche l’erotismo, il basso materialismo alla Bataille, il mimetismo, il gioco e l’inganno e la messa in scena dell’inutilità dell’oggetto fanno parte della sua poetica.

Ecco che nascono foto come Space writing del 1937, in cui la luce di una lampadina si muove davanti all’obiettivo e il lunghissimo tempo di esposizione permette di catturarne la traiettoria.

E ancora, i ritratti di Lee Miller, Kiki de Montparnasse Meret Oppenheim nel loro significato di ambiguità e doppio. Le foto di cappelli rimandanti direttamente all’idea di informe e di un erotismo sempre presente. Tra Rayogrammi, sovrapposizioni, sovraesposizioni e immagini misteriose e perturbanti, si svolge il percorso della mostra di San Gimignano.
La fotografia si trasforma in un mistero insondabile, in un gioco che non ha soluzione, come ne L’enigma di Isidore Ducasse (1920).

 

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