Il modello nero da Géricault a Matisse

Il modello nero. Marie-Guillemine Benoist. Ritratto di Madeleine, 1800 (dettaglio).
Ritratto di Madeleine, 1800 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela, 81 x 65 cm. Parigi, Louvre

Museo D’Orsay, Parigi

Fino al 21 luglio 2019

Dalla scoperta dell’America, hanno cominciato a fare la loro comparsa nei dipinti personaggi di carnagione scura. Non dimentichiamo come i pittori del Rinascimento avessero spesso l’abitudine di inserire schiave o schiavi neri per alludere alla fase alchemica nella nigredo. Tale momento del processo alchemico indicava il ritorno del composto allo stato informe originario.

In effetti, i modelli neri, all’interno delle iconografie artistiche non hanno mai avuto una fortuna semantica positiva, ma sono stati sempre associati all’idea di schiavitù o sottomissione. Naturalmente ciò risulta connesso con il ruolo che le persone di colore avevano nella società.

Non è un caso, dunque, che la mostra attualissima al Museo D’Orsay si concentri proprio sulle diverse accezioni che ha acquisito, nel corso dei secoli, il modello nero nell’arte occidentale. La mostra Il modello nero da Géricault a Matisse è concentrata su tre fasi storiche diverse: quella dell’abolizione della schiavitù (1794-1848), quella dell’Impressionismo ed infine il periodo delle avanguardie storiche.

Il modello nero. Dall’abolizione della schiavitù al Novecento

Ci troviamo dopo la Rivoluzione Francese: nel 1794 viene emanato il primo decreto di abolizione della schiavitù, poi ristabilita, prontamente, da Napoleone nel 1802. Ma in quello spiraglio di speranza della fine del Settecento, in alcuni dipinti i personaggi di colore assumono un ruolo del tutto nuovo, mai avuto sino a quel momento, quello di persone libere.

Basta pensare al Ritratto di Madeleine di Marie-Guillemine Benoist (1768-1826), in cui la donna nera, in tutta la sua bellezza appare come una moderna Fornarina raffaellesca, dove risalta agli occhi l’ardito contrasto tra la pelle nera e levigata e il panno bianco che le copre il capo e il busto, dal seno in giù.

Quando Napoleone ristabilisce la schiavitù nei Caraibi, il giovane Théodore Géricault (1791-1824) si schiera tra gli abolizionisti e non tarda a rendere protagonista di un suo ritratto il modello haitiano Joseph nell’omonimo Studio maschile.

Il modello nero. Marie-Guillemine Benoist. Ritratto di Madeleine, 1800.

È lo stesso uomo che, nella Zattera della Medusa del 1819, in cima a tutti gli altri, con i muscoli tesi e di spalle, sventola il fazzoletto, vertice della piramide e ultimo barlume della speranza di salvezza. A questo punto, è chiaro che Géricault voglia dare al personaggio di colore un ruolo fondamentale, di integrazione e fiducia.

Nel 1848, la seconda repubblica abolisce definitivamente la tratta degli schiavi. Ormai gli artisti hanno fatto propria questa protesta contro i soprusi dei coloni, attraverso opere come Perché nascere schiavi?, scultura emblematica di Jean-Baptiste Carpeaux (1827-1875).

La Parigi moderna, da Baudelaire a Matisse

Giunti alla seconda metà dell’Ottocento, all’interno del percorso della mostra, compare la figura di Jeanne Duval, la donna nera di origini haitiane, amante di Charles Baudelaire e più volte da lui ritratta, ammirata per la sua “grazia selvaggia”. A questo punto della storia, gli uomini e le donne di carnagione scura cominciano a figurare come modelli negli studi degli artisti, per le loro particolarità del viso, del corpo, dei vestiti.

Ma purtroppo, per molto tempo ancora dovranno sottostare a quella legge che li vuole parte della servitù, come dimostra forse l’emblema della mostra, l’Olympia di Edouard Manet (1832-1883). La bellissima serva nera, con quegli occhi profondi, si confonde quasi con il tendaggio alle sue spalle.

E porge con reverenza i fiori alla prostituta, confermando l’immaginario tipico di un’ambientazione borghese o aristocratica e infondendo al dipinto un senso forte di polemica. Il fascino dell’esotico, tipico dell’Ottocento viene quindi in parte confermati, in parte criticato dagli artisti, fino alle soglie del Novecento.

A questo punto, la Parigi dei primi anni del nuovo Secolo diventa un rifugio per tutti gli afroamericani che sono costretti a sfuggire alla segregazione razziale. Il jazz e il blues si diffondono così in Europa, dando vita, finalmente, all’epoca moderna.

Félix Vallotton (1865-1925) ritrae Aïcha, una delle donne simbolo di questa rivoluzione jazz parigina degli anni Venti, in tutta la sua iconicità. Ecco dunque che si giunge alla fine del percorso con le bellissime Odalische di Henri Matisse (1869-1954). L’artista, negli anni Trenta soggiorna a New York, in particolare da Harlem, dove entra pienamente in contatto con la comunità nera, per poi giungere a Tahiti.

L’arte di Matisse, a questo punto, diventa veloce e rapida come le melodie del jazz, ed è affine con il primitivismo africano. Finalmente, le modelle di colore sembrano ricevere quella emancipazione che aspettavano da più di un secolo.

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