Take Me (I’m Yours)

Mostra Take me (I’m yours) - Accademia di Francia a Roma – Villa Medici

Dal 31 maggio 2018 fino a esaurimento delle opere

Accademia di Francia, Roma – Villa Medici

Un totale di 89 partecipanti, tra borsisti di Villa Medici e artisti affermati, compongono la mostra Take Me (I’m yours) a cura di Christian BoltanskiHans Ulrich ObristChiara Parisi. Il comunicato stampa recita: «dal 31 maggio fino a esaurimento delle opere», perché si tratta di una mostra in fieri.

Un’esposizione partecipata in cui gli spettatori saranno chiamati a interagire con i lavori, a toccarli, completarli, giocarli. Uno scambio esemplare tra artista e visitatore, qualcosa che nasce dall’avanguardia e ancora tiene in vita l’arte dei nostri giorni.

Fu Marcel Duchamp (1887-1968) a pensare la sua opera Tu m’ del 1918, ultima tela dell’artista prima del definitivo abbandono della pittura in favore del ready-made, come un dispositivo interattivo.

L’apostrofo alla fine del titolo era lì per essere completato; l’artista dichiarò infatti: «chiunque ci può aggiungere il verbo che vuole, a condizione che inizi con una vocale».

La manina con l’indice puntato, al centro della lunga tela rettangolare, sanciva un vero e proprio passaggio di consegne allo spettatore.

E ancora, nel 1957, l’artista mise in evidenza il suo fondamentale ruolo, ché interpretando e decifrando l’opera offre necessariamente «un proprio contributo al processo creativo».

Una mostra partecipativa

Nel poetico titolo Take me (I’m yours) è l’opera che parla allo spettatore, donandosi completamente, rendendosi disponibile. Tutto ciò che ci insegnano fin da piccoli riguardo i musei comprende anche una serie di divieti come “non toccare”, “non fotografare”. In Take me (I’m yours) tutto è permesso, purché l’opera venga vissuta, ricreata, manipolata, partecipata.

Ma questa è anche una mostra sul tempo e sulla sua capacità di modificare e di intervenire sulla realtà. Le opere, infatti, hanno vita breve: durano dalla mattina alla sera nella Villa, il tempo di subire il processo del tempo o di essere disperse, di essere modificate, usate, rinarrate dagli spettatori. 

Il visitatore dovrà essere in grado di costruire le opere nella sua mente, allestendo un personale spazio espositivo nelle sale vuote. Ecco il significato dell’ “esaurimento delle opere”: un naturale dissolvimento toglie alla mostra la dittatura di una data precisa e la rende poetica, maestosa, partecipativa. Tra opere viste e famose e opere inedite, noi viaggeremo in un tempo e in uno spazio sempre nuovo, ridefinito, obliterato, vissuto.

Obrist e Boltanski. Dal 1995 a oggi

Il rivoluzionario concept dell’esposizione, ora arricchito e mutato, pone le sue radici nel passato. Precisamente nel 1995, ben 23 anni fa, Obrist e Boltanski presentavano il progetto alla Serpentine Gallery di Londra. Riproposto poi in modalità diverse nel 2015 a Parigi e nel 2017 all’Hangar Bicocca di Milano, oggi approda a Roma.

Con una dedica d’eccezione, all’artista scomparso a febbraio, Jef Geys (1934-2018).  Grande interprete di progetti collaborativi che hanno sempre giocato sul coinvolgimento diretto dello spettatore, partecipò alla prima edizione della mostra del 1995.

Ancora oggi, nel sito delle Serpentine Galleries si legge

“Visitors to this exhibition had a rare opportunity to touch, use, test, buy or take away the objects in the show”.

Chissà se riusciremo a portarci a casa una caramella di Félix González-Torres. 

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