Cagnaccio di San Pietro

Cagnaccio di San Pietro. Paesaggio con caseggiati - Olio su Tavola, 20 x 27 cm
Paesaggio con caseggiati. Tecnica: Olio su Tavola

Biografia

Cagnaccio di San Pietro (Natalino Bentivoglio Scarpa) (Desenzano del Garda, 1897 – Venezia, 1946) trascorre l’infanzia nella laguna veneta. Vive a casa dei nonni dove manifesta una precoce attitudine per la pittura.

Si iscrive all’Accademia di Venezia frequentando i corsi di Ettore Tito (1859-1941). Purtroppo può rimanervi solamente per un anno: i problemi economici della famiglia lo costringono a lasciare l’Accademia e a intraprendere diversi lavori. Trova impiego in un mobilificio e diviene decoratore e pittore di stoffe.

Nel frattempo, però, non abbandona mai lo studio dei pittori del Rinascimento italiano e soprattutto veneto. Sperimenta con curiosità le antiche ricette per la creazione di colori e si cimenta nella produzione di piccole Madonne di reminiscenza bizantina.

Aderisce ben presto al Divisionismo, poi al Futurismo cominciando a firmarsi prima “Scarpaccio” poi “Cagnaccio”. Aggiunge a questo soprannome la provenienza “di San Pietro” proprio come i maestri antichi e a testimonianza dell’attaccamento alla sua terra d’origine, il Veneto.
Dagli anni Venti abbandona il Futurismo e si addentra in un particolarissimo realismo. Partecipa a quasi tutte le edizioni della Biennale dal 1924 al 1942.

Cagnaccio, un artista indipendente

Nel 1925 Cagnaccio si sposa e ha due figli. Aumentano per lui e la sua famiglia le difficoltà economiche, così è costretto ad accettare un lavoro da restauratore di dipinti a Napoli.
Vi rimane per un anno, collaborando anche con Vittorio Zecchin nella decorazione di interni.

Piano piano negli anni si mostra il carattere schivo dell’artista: si fa interprete di una pittura originalissima che non intende entrare in nessuna corrente ufficiale.
I suoi dipinti fanno spesso riferimento alle sue posizioni politiche anarchiche, tanto che nel 1928 una sua opera viene rifiutata dalla Biennale.

Quando con la famiglia si trasferisce a Venezia nel 1933 e comincia ad ottenere i primi riconoscimenti pubblici, si ammala di una lunga e degenerativa malattia. In questi anni è molto vicino al gruppo degli antifascisti veneti.

Dagli anni Quaranta però, sentendo ormai di essere arrivato alla fine dei suoi giorni, si ritira in una vita semplice e più schiva di prima. Alla sua firma aggiunge la sigla “S.D.G.” (Soli Deo Gloria), quando viene ricoverato nell’Ospedale del Lido di Venezia durante la guerra.

Gli ultimi, difficili anni

In questi ultimi anni di vita in ospedale, continua a dipingere mettendo in evidenza la sua condizione di malato. Ancora estremamente legato alle sue convinzioni politiche, nel 1944 accetta di ospitare nella sua casa veneziana alcuni antifascisti ricercati dalle SS.  Tra loro c’è il pittore Luigi Tito (1907-1991) figlio di Ettore. Muore a soli quarantanove anni, nel 1946.

Gli esordi futuristi

Dopo la sua prima formazione nel solco dei maestri del Rinascimento veneto, si avvicina al Divisionismo per un breve periodo. Successivamente, aderisce ad un Futurismo di matrice boccioniana, grazie allo studio dei dipinti futuristi presentati all’Opera Bevilacqua La Masa a Ca’ Pesaro.

Dei suoi esordi futuristi rimangono alcuni oli inviati all’Esposizione di Ca’ Pesaro del 1919. Si tratta di Cromografia musicale: Miserere verdiano e Velocità di linee forza di un paesaggio.
Proprio sul finire degli anni Dieci però, Cagnaccio di San Pietro abbandona il linguaggio futurista e si fa interprete di un realismo legato alle espressioni europee.

Il Realismo magico

Dagli anni venti l’artista aderisce ad un realismo così concreto e vivido da richiamare la Nuova Oggettività tedesca (Neue Sachlichkeit). Con lucidità tragica e amara Cagnaccio interpreta la realtà, ma a differenza dei suoi colleghi tedeschi, essa non appare deformata, ma solo intensa, tagliente.

L’esattezza iperrealistica dà vita ad immagini  gravi, nette, lucide e rigorose. Quello che c’è al di là della realtà è un richiamo quasi metafisico, allegorico alla condizione interna di ognuno di noi. Questo suo particolare linguaggio emerge per la prima volta alla Biennale del 1924, quando espone il trittico La madre: Vita-Dolore-Gloria.

In esso emerge sicuramente la memoria dei pittori del Rinascimento, soprattutto nel pannello centrale del Dolore. La condizione è quella di una realtà spietata e viscerale che però nasconde un simbolo.
Cagnaccio di San Pietro è un artista indipendente, schivo, un outsider che non entrerà in nessuna definizione se non in quella di Realismo Magico.

Primo denaro Dopo l’orgia

Margherita Sarfatti non lo inserisce nel Gruppo del Novecento proprio perché è un ribelle. Tra il 1927 e il 1928 realizza una sorta di trittico che conferma questa sua caratteristica di artista anarchico e controcorrente. I dipinti Zoologia, Dopo l’orgia e Primo denaro scandalizzano il pubblico e la critica. Sono nudi resi nella loro più profonda verità.

Presenta Dopo l’orgia alla Biennale del 1928 e Margherita Sarfatti che è tra i giudici, fa sì che l’opera venga rifiutata.È un dipinto tanto nitido, netto, reale quanto provocatorio e allo stesso tempo straniante. Tre nudi distesi a terra, sfiniti da una notte di alcool e di gioco.

Una stanza asettica, impersonale, di cui si scorgono solo un tappeto stropicciato e una tenda austera. Il dipinto naturalmente è un rimprovero aggressivo e sentito alla moralità imposta dal regime. Con esso, Cagnaccio di San Pietro afferma il suo antifascismo. Solo poco tempo dopo rifiuterà la tessera del partito.

Venezia

Risale al 1929 la sua prima personale a Botteghe d’Arte di Venezia. I suoi soggetti continuano ad essere gli umili, i pescatori, le famiglie e le loro sofferenze. Il suo sguardo non risulta distante e caricaturale come quello dei tedeschi, ma addirittura compassionevole. Nel 1931 il suo dipinto Luce nelle tenebre viene premiato all’Esposizione d’Arte Sacra Cristiana Moderna di Padova.

Quattro anni dopo Cagnaccio di San Pietro partecipa alla Biennale con Attesa e presenta diverse opere in una serie di mostre nazionali ed internazionali. Nel 1935 partecipa infatti alla II Quadriennale di Roma e nel 1937 alla Ausstellung Italienischer Kunst di Berlino.

In questi anni la malattia si aggrava sempre di più. Alterna i soggiorni domestici a quelli in ospedale.
Nei dipinti di questo periodo emerge chiaramente la sua sofferenza: letti d’ospedale, infermiere, medicine e corpi malati. Realizza la sua ultima opera La Furia, poco prima di morire.

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