Cascella Tommaso

Tommaso Cascella. Guardianella di Tacchini. Tecnica: Pastello su carta
Guardianella di Tacchini. Tecnica: Pastello su carta

Biografia

Tommaso Cascella (Ortona, 1890 – Pescara 1968) viene introdotto all’arte da suo padre Basilio, incisore, pittore, decoratore, ceramista e direttore di un laboratorio cromolitografico a Pescara. In seguito, si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia di Belle Arti e completa la sua formazione compiendo diversi soggiorni a Parigi, ancora molto giovane, insieme al fratello pittore Michele (1892-1990).

A soli sedici anni, nel 1906, esordisce alla Mostra Nazionale di Milano per il Traforo del Sempione, in cui espone una cospicua serie di pastelli tutti dedicati alla sua terra, l’Abruzzo, che tornerà sempre nella sua produzione. Questa prima esposizione permette al pittore di ricevere una serie di lodi da parte della critica, soprattutto per la sua giovane età.

Un giovane prodigio

Nel 1909, espone alla Galleria Druet di Parigi, insieme al fratello minore, sfoggiando una tendenza nettamente impressionista, chiaramente innestata sulle esperienze veriste italiane, ed in particolare su quelle abruzzesi dell’Ottocento.

L’osservazione dal vero, così come la narrazione della tradizione locale, caratterizzano la poetica di Tommaso Cascella, sin dalle prime espressioni. In esse accompagna la rappresentazione naturalistica dei territori della costa abruzzese, da Roseto a Ortona, e della Maiella, alla frequente proposizione di scene popolari narrate senza retorica e ricche di partecipazione personale.

Quello del pittore abruzzese è un verismo tutto concentrato sull’intensità e sulla sapienza della gestione degli effetti di luce, con cui riesce a rendere la sensazione vibrante dei paesaggi e delle scene pastorali, che dopo la prima esperienza impressionista, attraversano una fase divisionista e poi un linguaggio del tutto personale, arricchito da un cromatismo acceso e da volumi pieni e solidi.

Durante la prima guerra mondiale, viene inviato al fronte francese per lavorare come illustratore. Osservatore attento e perspicace, invia i suoi resoconti grafici a “La Grande Illustrazione” ed esegue una serie di trentasei cartoline litografate.

Queste raccontano la sua esperienza al fronte, compresa l’accusa di spionaggio, l’arresto e la condanna a morte, poi evitate grazie all’intervento di D’Annunzio, che nel 1914, si trova a Parigi.

La maturità

Nel 1920, Tommaso Cascella riprende la sua attività artistica esponendo per la prima volta alla Biennale di Venezia, dove ritornerà regolarmente tra gli anni Venti e Trenta. Influenzato dalle istanze di ritorno all’ordine, arricchisce la sua consueta produzione dedicata all’Abruzzo con una visione solida e tradizionale, nella riscoperta dei valori plastici e cromatici del primo Rinascimento.

Le scene agresti e popolari e il racconto di eventi folklorici e tradizionali non si riscontrano solamente negli oli, ma anche nella grande produzione di ceramiche e maioliche che rappresentano una parte fondamentale della variegata attività dell’artista abruzzese, che per un certo periodo si trova a collaborare con la Manifattura Richard-Ginori.

Ha poi lavorato anche come decoratore nel Banco di Napoli a Pescara e nella Sala del Consiglio della Provincia dell’Aquila.

Nel 1929, il pittore è protagonista di una grande personale a Bari, dove compaiono tutte le sue opere più significative, alcune delle quali sono ancora oggi conservate nella Pinacoteca Civica di Bari, acquistate precedentemente dal comune.

L’attività di Tommaso Cascella si protrae fino agli anni Cinquanta, quando si occupa soprattutto di ceramica. Dal 1953 al 1961 è titolare della cattedra di disegno dal vero e di ceramica all’Istituto d’Arte di Chieti e contemporaneamente si occupa del restauro e della raccolta delle opere paterne, conservate nel Museo Cascella di Pescara, dove muore nel 1968, a settantotto anni.

Tommaso Cascella: il primo Novecento, tra paesaggi e scene popolari in Abruzzo

Come accennato, l’esordio di Tommaso Cascella avviene alla Mostra di Milano del 1906, dove si presenta con una serie di ventidue pastelli raccolti nel titolo L’Abruzzo e il Pescara, che racchiude tutta l’intenzione del giovane artista di offrire un omaggio alla propria terra, che sin da subito viene narrata con scioltezza e luminosità.

L’esperienza parigina permette all’autore di uscire fuori dal verismo locale, per addentrarsi in un impressionismo ricco di effetti d luce che ben si legge in alcune opere come Impressioni di Parigi e La montagna, presentati rispettivamente a Salon del 1909 e del 1910.

Immediato è il successo del pittore, chiamato in diversi articoli “bambino prodigio”, insieme al fratello Michele. Quest’ultimo avvierà una carriera decisamente più internazionale di Tommaso, che invece sceglierà, dopo Parigi, di rientrare definitivamente in Abruzzo, per dedicarsi esclusivamente alle impressioni naturalistiche e alla narrazione della tradizione locale, tra feste e usanze centenarie.

Nelle sue opere luminose e accese compaiono la Maiella e il Gran Sasso, la costa animata, ma anche il fiume Pescara, in una rappresentazione della vita popolare, dei mestieri, delle usanze locali che si ritrova soprattutto nella produzione postbellica, caratterizzata da una struttura disegnativa corsiva e veloce.

Alla Biennale del 1920 si presenta con Carnevale in Abruzzo e Pascolo in Abruzzo, a quella del 1926 con Boddo di Scarperia e nel 1928 con I giocatori. Ben cinque opere vengono presentate alla Biennale del 1930: Donna all’aratro, Festa e fiera, Famiglia d’Abruzzo, In cammino e Fascio di combattimento.

Rappresentazione del Fascismo

In quest’ultima opera, Tommaso Cascella esce fuori dalla consueta tematica pastorale o folklorica per addentrarsi nella rappresentazione dell’avvento del Fascismo, con una composizione ricca di presenze umane, trattate con rigore plastico e formale.

Sono proprio questi gli anni in cui la sua pittura si avvicina, infatti, al ritorno all’ordine, come si nota dal pastello Fine d’estate, presentato alla Quadriennale romana del 1931. Nonostante i contorni si facciano più vivi, anche le masse e le presenze umane diventano più serrate. Le volumetrie si riempiono, grazie ad un uso chiaroscurale della luce.

Ciò è evidente da alcune opere specifiche, come Il fabbro, esposto alla Sindacale fiorentina del 1933, insieme a Raccolta delle olive. De anni dopo, è di nuovo alla Quadriennale romana con l’olio Teatro dei Majellardi e poi a quella del 1943 con Festa abruzzese, Cieca del convento e con un Paesaggio a pastello.

Sono degli stessi anni gli oli e i pastelli Vecchia Pescara, Sera in Abruzzo, Greggi transeunti, La strada della montagna e Mietitori – dopo il pascolo. Mentre tra le maioliche spiccano Paese d’Abruzzo, Figure d’Abruzzo.

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