Giorgio De Chirico

De Chirico. Cavallo bianco e Zebra, 1930 ca. Tecnica: Olio su tela
Cavallo bianco e Zebra, 1930 ca. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Giorgio De Chirico (Volos, 1888 – Roma, 1978) nato e cresciuto in Grecia da genitori italiani, intraprende gli studi al Politecnico di Atene e, nel frattempo, frequenta un scorso di pittura con il ritrattista Jacobidis.

All’inizio del Novecento risalgono le sue prime sperimentazioni pittoriche, alcune nature morte su cui continuerà a lavorare dopo il suo trasferimento in Italia. Infatti, alla morte del padre, si sposta con il fratello Alberto Savinio (1891-1952) e con la madre a Firenze.

Nel 1906, si muovono di nuovo in direzione di Monaco, dove Giorgio De Chirico inizia a frequentare l’Accademia di Belle Arti. È un periodo veramente cruciale per la sua formazione artistica e letteraria: inizia ad interessarsi alla cultura simbolista di Arnold Böcklin (1827-1901), ma si avvicina anche alla filosofia di Nietzsche e di Schopenahuer.

Da Monaco a Parigi

Nel 1910, prima di raggiungere suo fratello a Parigi, soggiorna a Firenze e Torino, cominciando a registrare il fascino delle piazze deserte e silenziose che compariranno poi nella sua prima produzione parigina.

Infatti, nel 1912 espone al Salon d’Automne i primi due dipinti che presentano nel titolo la parola “enigma”. Questo segna l’inizio della sua ricerca sulla Metafisica, sull’enigma appunto, ma anche sulla rielaborazione della tragedia greca, del pathos e della struttura dell’immagine densa di significati filosofici.

Questa modalità artistica di Giorgio De Chirico interessa subito la critica italiana, nella figura di Papini e quella francese, nella figura di Apollinaire e di tutto l’ambiente cubista. Apollinaire mette in contatto i fratelli De Chirico con il gallerista e collezionista Paul Guillaume, che presenta i loro primi dipinti negli Stati Uniti, a partire da 1914.

Ferrara e la nascita della Metafisica

Costretto a rientrare in Italia per la Prima guerra mondiale, il pittore viene inviato a Ferrara, dove conosce Carlo Carrà (1881-1966) e Filippo De Pisis (1896-1956). Il primo si stava già allontanato dal retaggio futurista approdando ad una rilettura della pittura primitivista italiana, con la fondamentale pubblicazione, nel 1916, della Parlata su Giotto e Paolo Uccello costruttore su “La Voce”.

Tramite il fertile scambio tra i due artisti nasce la pittura Metafisica, che unisce l’elemento della figurazione tradizionale ad un’indagine profonda dell’enigma e del mistero dell’esistenza umana, svelando il carattere più insolito della realtà, al di là delle cose tangibili.

Nel 1918, Giorgio De Chirico si trasferisce a Roma ed inizia a collaborare con la rivista “Valori Plastici” di Mario Broglio (1891-1948) ed espone con il gruppo in Italia e in Germania.

Nel 1922, è presente alla Fiorentina Primaverile e nel 1924 prende parte per la prima volta alla Biennale di Venezia. L’antico, la Metafisica, il simbolismo böckliniano si uniscono ora in composizioni enigmatiche di grande successo, che lo spingono a trasferirsi a Parigi dal 1924 al 1931, figurando tra i rappresentati degli “Italiens de Paris”.

Il successo mondiale

I temi più ricorrenti della poetica dechirichiana compaiono proprio in questo periodo; manichini, archeologi, stanze con oggetti ed accostamenti assurdi, cavalli, edifici antichi, dioscuri e spiagge. Nel frattempo, partecipa alle mostre di Novecento di Sarfatti e tiene numerose personali all’estero. Musei europei ed americani cominciano a inserire le sue opere nelle proprie collezioni, consegnando all’artista un’immediata fama.

Nel 1928, Jean Cocteau pubblica la monografia di Giorgio De Chirico, dal titolo Le mystère laïc, mentre l’anno successivo l’artista stesso dà alle stampe il suo romanzo autobiografico Hebdomeros. All’attività pittorica, unisce quella grafica, illustrando i Calligrammes di Apollinaire e realizzando le scene e i costumi per I balletti russi di Diaghilev, nel 1930.

Negli anni Trenta, si distacca gradualmente da quella pittura pulita e laccata degli anni precedenti, per adottare un segno più mosso, derivato da Renoir, che usa nelle nature morte e nei nudi, sicuramente meno visionari delle opere passate, ma con un rinnovato senso del mistero.

Rientrato in Italia nel 1932, si stabilisce a Firenze e poi a Roma e lavora soprattutto come illustratore e scenografo. Si susseguono comunque le partecipazioni alle più importanti rassegne nazionali, tra cui la Biennale di Venezia, la Quadriennale di Roma e le Sindacali toscane. Diverse sono le mostre che lo vedono protagonista alla Galleria del Milione di Milano.

Un soggiorno newyorkese tra il 1936 e il 1938 gli permette di presenziare alle numerose personali che gli vengono dedicate negli Stati Uniti. Gli anni Quaranta segnano l’approdo alla fase “barocca” di Giorgio De Chirico: autoritratti in costume e temi già esplorati appaiono sotto la luce di una pittura che ricalca i maestri antichi del Seicento.

Nei decenni successivi iniziano le polemiche sull’autenticità di alcuni sui dipinti metafisici presenti sul mercato. Ma allo stesso tempo si susseguono retrospettive in Italia e all’estero e numerosi riconoscimenti. Attivo fino agli anni Sessanta, muore a Roma nel 1978, a novant’anni.

Giorgio De Chirico: la pittura Metafisica

I primi risultati delle ricerche giovanili di Giorgio De Chirico si rivelano in alcune opere, come Tritone e sirena, che rivelano il legame con la Tessaglia, dove è cresciuto, ma anche reminiscenze böckliniane e klingeriane.

Del 1911 è l’autoritratto densissimo di significati Et quid amabo nisi quod aenigma est?, mentre al Salon d’Automne di Parigi del 1912, espone Enigma dell’oracolo ed Enigma di un pomeriggio d’autunno. Si tratta di una pittura generata dalla commistione di sogni, nostalgie, visioni e ricordi dell’antico. Vaticini, esplorazioni interiori, tragedie si consumano nei dipinti silenziosi ed enigmatici del pittore, che unisce paganesimo greco a tragedia wagneriana.

“L’occhio della mente”, come lo chiama in Hebdomero è lo strumento che rivela e mostra immagini e visioni, così come avviene per L’enigma di un pomeriggio d’autunno, nato dall’osservazione di piazza Santa Croce a Firenze e unito alla presenza di un’architettura e di una statua, ma anche di un veliero sullo sfondo, seguito alla lettura di Così parlò Zarathustra di Nietzsche.

Conseguente è L’enigma dell’ora, metafisico ed immobile nella sua trattazione ordinata e classica, che ricorda lo Spedale degli Innocenti di Brunelleschi. Attimi bloccati, malinconie, silenzi e spaesamenti emergono dalle piazze degli anni Dieci, ispirate alle piazze italiane e ai loro monumenti: La nostalgia dell’infinito del 1912, La melanconia di una bella giornata, Arianna, La torre rossa del 1913, L’enigma di una giornata del 1914.

I manichini

L’apparizione dei manichini inizia poco dopo, con Il vaticinatore e con il Canto d’amore del 1914. Sono gli anni in cui a Ferrara nasce la Metafisica, con Carrà e De Pisis. I manichini sono gli abitanti delle tele di Giorgio De Chirico, sono come vati ciechi, ma ricchi di vista interiore.

Dopo la guerra, ed in concomitanza con l’adesione alle istanze di “Valori Plastici”, partecipa alla Fiorentina Primaverile del 1922 con una personale in cui espone ventidue opere, tra cui Niobe, Il grande metafisico, Interno metafisico, Ettore e Andromaca, La partenza degli Argonauti.

Con L’ottobrata e Duelli a morte Giorgio De Chirico partecipa alla Biennale di Venezia del 1924, mentre due anni dopo tiene la sua personale alla Galleria Pesaro di Milano, in cui compaiono alcuni dei suoi dipinti più significativi, tra cui La partenza del cavaliere errante e una serie di Nature morte che li avviano verso quella pittura corsiva e meno definita degli anni Trenta.

Altra personale importantissima è quella alla Quadriennale romana del 1935, in cui espone quarantacinque opere, che rivisitano sensazioni arcaiche e tragiche, lontane ormai dalla Metafisica e inoltrate già nella rivisitazione della pittura del Cinque e Seicento, tra cui Il riposo di Oreste, Cavalli in riva al mare, Dioscuri con i compagni in riva al mare, Combattimento di gladiatori, Bagnante coricata.

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