Melotti Fausto

Fausto Melotti. Scultura n.11, 1934 (dettaglio). Tecnica: Gesso, 80 x 70 x 14 cm
Scultura n.11, 1934 (dettaglio). Tecnica: Gesso, 80 x 70 x 14 cm

Biografia

Fausto Melotti (Rovereto, 1901 – Milano, 1986) si forma nella sua città natale, fino a quando, nel 1918, non si trasferisce a Pisa per iscriversi alla Facoltà di Matematica e Fisica. In seguito continua gli studi al Politecnico di Milano, dove si laurea in ingegneria nella metà degli anni Venti.

Dall’ingegneria alla scultura

Dopo la laurea, si avvicina all’arte, passione che lo aveva sempre affascinato. Inizia a studiare scultura presso lo studio di Pietro Canonica (1869-1959) a Torino e poi si iscrive all’Accademia di Brera. Qui studia al seguito di Adolfo Wildt (1868-1931) e si lega profondamente a Lucio Fontana (1899-1968). Nel 1932 ottiene il primo incarico di insegnante di plastica moderna presso la Scuola Artigianale di Cantù.

Kn

Nel 1935, il cugino di Fausto Melotti, Carlo Belli, pubblica il testo cardine dell’astrattismo italiano, Kn. Ispirato al Gruppo K del pittore tedesco Friedrich Vordemberge-Gildewart (1899-1962), ma anche all’astrattismo del Bauhaus, Belli dà vita all’astrattismo “concreto” italiano. La sua particolarità sta nell’osservazione di leggi matematiche e geometriche, da ciò l’indicazione algebrica k.

L’astrattismo italiano, però, deve tenere presente necessariamente le sue origini mediterranee, o meglio greche. Quindi il riferimento costante è alle linee, alle proporzioni, agli spazi dell’architettura greca e rinascimentale. L’arte non deve avere emozioni, né sensazioni, deve essere solo combinazioni di forme e aspetti.

Fausto Melotti accoglie pienamente le istanze del cugino e si fa interprete di una scultura armonica e astratta, molto vicina al neoplasticismo di César Domela (1900-1992). Il manifesto di Kn, definito da Kandinskij «il Vangelo per l’astrattismo», ispira fortemente Fausto Melotti, che lo interpreta, però, più poeticamente.

La sua arte è modulazione e non modellazione perché deriva da un modulo geometrico e non da modello della natura. Ma ispirata alle linee classiche e armoniche dell’arte greca e rinascimentale.

L’attività espositiva

Dopo aver aderito anche al gruppo francese Astraction-Création nel 1935, Fausto Melotti espone insieme agli astrattisti Milanesi in diverse mostre. Poi tiene una personale alla Galleria del Milione che sin dall’inizio aveva appoggiato le istanze del Manifesto Kn. Inizialmente non ottiene molto successo in Italia, ma al contrario viene notato in Francia dal gallerista Léonce Rosenberg.

All’inizio degli anni Quaranta vive per tre anni a Roma, per partecipare al progetto di allestimento del Palazzo delle Forze Armate. Mentre nel dopoguerra comincia a dedicarsi anche alla ceramica, ottenendo anche importanti riconoscimenti. Sono gli anni in cui non solo si dedica alla scultura, ma anche ai disegni, ai bassorilievi, ai teatrini di carta.

Collabora poi con Giò Ponti per la decorazione di Villa Planchart a Caracas e di Villa Nemazee a Teheran. Nel 1979 al Palazzo Reale di Milano si tiene una sua antologica e nel 1981 una retrospettiva a Firenze introdotta da un testo critico di Italo Calvino, Gli effimeri.

Poco prima di morire a Milano nel 1986, Vengono dedicate a Fausto Melotti numerose retrospettive in tutto il mondo, da Parigi a New York, da Londra a Venezia. Proprio la Biennale, nello stesso anno della morte, gli assegna il Leone d’oro alla memoria.

Fausto Melotti: un plasticismo energico e pieno

I primi anni di Fausto Melotti sono caratterizzati da una scultura prima classica, perché ispirata ai modelli del maestro Canonica. In seguito, l’influenza del simbolismo di Adolfo Wildt prende il sopravvento in opere dalla forte sensibilità del modellato.

Figure esili e allungate compaiono alla fine degli anni Trenta, come Busto, Ritratto della sorella Renata Pollini o Ritratto di Neven du Mont, tutte caratterizzate da una certa linea decorativa.

Nel 1930 Fausto Melotti incontra Giò Ponti a Milano che lo introduce alla Manifattura di Ceramiche Richard-Ginori. Inizia poi la sua collaborazione con una serie di architetti milanesi come Pollini e Nizzoli che lo coinvolgono nella decorazione del bar Craja.

È l’epoca dunque della scultura razionalista, quella di un ritorno all’ordine ispirato sempre al primitivo, all’antico, ma anche al Quattrocento toscano. Sempre presente rimane però il sostrato wildtiano, nelle masse asciutte e pure.

Impossibile notare poi in Fausto Melotti un certo riferimento, in questa fase, alle figure di Arturo Martini (1899-1947), archetipiche, grezze, estremamente affascinanti. Tutto ciò è riconducibile ad opere quali Madonna col Bambino, Teatrino, Mattino, Amphione e Eco, tutte opere fortemente teatrali, quasi come quinte sceniche. “Orizzontali”, presenti nello spazio umano, nel nostro tempo sono quelle presentate nel 1933 alla mostra Sindacale fiorentina, La cena in Emmaus e La deposizione.

Il passaggio all’astrattismo

Nel 1934 compaiono le prime opere astratte di Fausto Melotti. Fortemente influenzato dalla ricerca del cugino Belli, crea opere in metallo dalle forme lineari, arabeschi nello spazio.

Le opere non hanno titolo, sono solo numeri, perché come si legge nel Manifesto Kn, le opere devono essere senza «titolo, senza firma degli autori, senza data e senza nessun riferimento umano, distinte l’una dall’altra da semplici indicazioni algebriche».

Così nascono linee armoniche che danzano nell’aria, chiare, geometriche, fresche e razionali. Le sculture astratte di Fausto Melotti appaiono così leggiadre e fini che Italo Calvino le ha descritte come “ideogrammi senza peso”.

Nel corso degli anni poi ritornano anche le figure, sempre richiamanti quel mondo primordiale alla Arturo Martini. Ma convivono con architetture effimere, come cubi aperti di ferro con sfere al centro: pieni e vuoti che coesistono con un raffinatissimo equilibrio.

Nel dopoguerra Fausto Melotti si dedica alla ceramica, raggiungendo risultati altissimi. Come l’amico Lucio Fontana, lavora questo materiale come se fosse vivo, creando sottili strati, come veli che circondano le figure. Così avviene nei Tatrini e in opere come Cariatide, Kore, Epilogo e Paradiso.

Per passare poi, negli anni Sessanta e Settanta ai Contrappunti, delicatissimi sistemi di fili e foglie di metallo che sembrano ricondurre il pensiero ad armoniosi strumenti musicali.

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