Bianchi Mosè

Mosè Bianchi. Gli Amanti. Tecnica: Olio su tavola
Gli Amanti. Tecnica: Olio su tavola

Biografia

Mosè Bianchi (Monza, 1840 – 1904) figlio del ritrattista Giosuè Bianchi (1803-1875), si forma prima a Monza sotto la guida del padre, poi passa a Milano, all’Accademia di Brera. Qui studia al seguito di Giuseppe Bisi (1787-1869), di Giuseppe Bertini (1825-1898) e di Giuseppe Sogni (1795-1874).

Nel 1859 si arruola come volontario nelle guerre di indipendenza, tra i Cacciatori delle Alpi e, pur non combattendo mai, interrompe per un paio di anni la sua attività pittorica. Alla sua ripresa, comincia a dedicarsi a soggetti di storia, che gli procurano i primi successi di critica e di pubblico. Esordisce all’Esposizione di Brera del 1862, anno in cui prende uno studio a Milano insieme ad Ernesto Fontana (1830-1910).

I viaggi di studio e il perfezionamento

Gli inizi di Mosè Bianchi, tutti giocati tra dipinti di storia e soggetti sacri, gli permettono di farsi conoscere al grande pubblico, fino a quando, nella metà degli anni Sessanta decide di perfezionarsi. Prima soggiorna a Roma e a Firenze, poi, nel 1866, vinto il Premio Oggioni di 1400 lire con un dipinto biblico, si reca a Venezia e soprattutto a Parigi.

Queste due città gli permettono di ampliare i suoi orizzonti e di guardare all’arte internazionale. Entra in contatto con la pittura luminosa, vivace, fresca e rivoluzionaria di Mariano Fortuny (1838-1874).

Quindi comincia a spostare la sua attenzione verso composizioni di genere dalle dinamiche soluzioni cromatiche e luministiche. Anche lo studio degli affreschi di Giambattista Tiepolo (1696-1770) a Venezia lo sposta verso un colorismo chiaro ed etereo, perfetto per il suo nuovo indirizzo aneddotico.

Jean-Louis-Ernest Meissonier (1815-1891) a Parigi gioca un ruolo fondamentale per il passaggio definitivo di Mosè Bianchi dalla pittura di storia a quella di genere. Le sue ambientazioni settecentesche lo attraggono e lo portano nella stessa direzione. Quella di Mosè Bianchi diventa una pittura cromaticamente e tematicamente piacevole, apprezzata anche dal mercante Adolphe Goupil.

Tra Venezia, Milano, Monza e Gignese

Mosè Bianchi, negli anni milanesi ha il suo più fiorente periodo di attività. Non espone soltanto in Italia, ma anche a Parigi e a Monaco. Non è soltanto attivo sul versante della pittura di genere, ma è anche un ritrattista molto richiesto in area monzese e soprattutto un abile paesaggista. Si avvicina alla tradizione del colorismo veneto quando nel 1877 decora la Villa di Lonigo a Vicenza con affreschi di allegorie in stile neotiepolesco.

Negli anni Ottanta uno spiccato verismo caratterizza le opere di paesaggio, dedicate a Chioggia e alla Laguna veneta, ma anche a Milano e Monza. Atmosfere suggestive si sprigionano da piccoli dipinti notturni o di neve, di una Milano segreta o di una Monza ritratta con affetto. Tra vedute e opere decorative pubbliche si svolgono gli anni Ottanta e Novanta.

Meno propenso a trattare il genere aneddotico e a dedicarsi con maggiore cura al paesaggio, peraltro studiato con l’ausilio della fotografia, Mosè Bianchi comincia ad ottenere sempre meno consensi del pubblico. All’inizio degli anni Novanta si trasferisce a Gignese sul Lago Maggiore, cui dedica moltissime vedute di matrice agreste, denotate da un sincero verismo.

Negli ultimi anni, dal 1898, dirige l’Accademia Cignaroli di Verona, ma colpito da una paralisi, potrà occuparsi dell’insegnamento ben poco. Rientra a Monza per morirvi nel 1904.

Gli esordi di Mosè Bianchi: la pittura di storia

L’esordio di Mosè Bianchi risale all’Esposizione di Brera del 1862, dove espone il soggetto storico L’arciprete Stefano Guandeca che accusa l’Arcivescovo di Milano Anselmo Pusterla. L’anno successivo presenta invece un classico Giuramento di Pontida, giocato sulla tradizione della pittura di storia medievale lombarda.

A questo punto, Mosè Bianchi è già un pittore apprezzato, tanto che nel 1864 viene incaricato di dipingere La comunione di San Luigi Gonzaga per Sant’Albino a Monza.

Cleopatra compare a Brera nel 1865, mentre nel 1866 con La visione di Saulle ottiene il premio Oggioni che gli permette di compiere una serie di viaggi a Venezia e a Parigi. Risale dunque alla metà degli anni Sessanta il primo cambio di rotta di Mosè Bianchi: l’avvicinamento alla pittura di genere.

La pittura alla moda

Una vivacità cromatica e compositiva comincia a comparire nella produzione di Mosè Bianchi, dopo il suo contatto con i dipinti di Fortuny e di Meissonier. Ma anche il colore del Settecento veneto è una spinta fondamentale verso una pittura piacevole, lontana dalle tematiche storiche e vicina alla quotidianità semplice e frivola.

Dopo il soggiorno romano presenta a Torino nel 1868 Bagno romano, Ciociara, Un peccato veniale e Il rosario. Dipinti che gli garantiscono un immediato successo di pubblico e di critica. Ormai l’accesso al mercato internazionale è garantito da questo favoleggiare sensibilissimo alla luce e all’equilibro tonale.

Alla Mostra di Parma del 1870 invia La benedizione delle case e Un giorno di parata. Il primo dipinto gli fa ottenere la medaglia d’argento e lo porta ad un ulteriore successo. Ormai la pittura alla moda è la sua cifra caratteristica, ma è anche richiestissimo che ritrattista.

Interni di chiese, ambienti neosettecenteschi, ritratti di chierichetti piacciono moltissimo ai collezionisti milanesi. Opere come Convenevoli e Processione compaiono alla Promotrice torinese del 1876, proprio quando Mosè Bianchi comincia a frequentare sempre più spesso la laguna veneta.

Il paesaggio: tra Milano, la Laguna veneta e Gignese

Quando nel 1877 Mosè Bianchi decora gli ambienti della Villa Lonigo di Vicenza, utilizza un leggiadro stile tiepolesco. Ma allo stesso tempo, studia il cromatismo del paesaggio lagunare e si avvicina sempre di più al genere della veduta.

Si fa interprete delle suggestive atmosfere lagunari, come il bellissimo Laguna in burrasca comparso a Torino e poi a Milano nel 1879, insieme a Una passeggiata nel parco.

Quest’ultimo, ispirato invece dalla sua Milano, dà avvio anche ad una serie di paesaggi e vedute di una Milano o di una Monza intime e sentite, anche viste attraverso il filtro della macchina fotografica.

Nel 1884 a Torino presenta ben tredici dipinti, tra cui Chioggiotta, Pescatori veneziani da Chioggia, 25 dicembre (Chioggia), Un mattino sulla laguna, Calma e L’Adriatico dei Murazzi. Nello stesso anno affresca la Stazione Ferroviaria di Monza con Il genio dei Savoia.

Per tutti gli anni Novanta, invece, si dedica anche a veduta montane raccolte nei suoi sempre più frequenti soggiorni a Gignese. Ne sono esempio Alpigiana, presentato alla I Biennale di Venezia del 1895, ma anche Ritorno al pascolo e Vita semplice comparsi alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze del 1896.

Altri paesaggi come Cari ricordi – Gignese o Libellule compaiono alle Biennali di fine Ottocento. Partecipa alla sua ultima nel 1903, ripresentando Laguna in burrasca e A Chioggia.

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