Leonardi Leoncillo

Leoncillo Leonardi. Cariatide. Materiale: Ceramica, 71 x 35 cm. Collezione Mazzacane
Cariatide (dettaglio). Materiale: Ceramica, 71 x 35 cm. Collezione Mazzacane

Biografia

Leoncillo Leonardi (Spoleto, 1915 – Roma, 1968) cresce in un clima familiare molto fertile dal punto di vista artistico. Due dei suoi nonni sono artigiani, liutaio uno ed ebanista l’altro. Condizione questa che lo rende avvezzo al lavoro artigianale, sin da bambino.

Nel 1926 si iscrive all’istituto tecnico, ma dopo una bocciatura, la delusione si trasforma in un occasione che gli fa conoscere la sua vera attitudine. Inizia infatti a modellare la creta, grazie al contatto con l’artista calabrese Domenico Umberto Diano (1887-1977).

Questo lo spinge ad iscriversi all’Istituto d’arte di Perugia, che frequenta dal 1931 al 1935, quando decide di raggiungere il fratello Lionello a Roma.

L’ambiente della Galleria La Cometa

Lavora alacremente nel suo studio, ma nonostante questo comincia a frequentare soprattutto gli artisti che non sono coinvolti con il regime. Così, nel 1936 entra nell’ambiente che gravita attorno alla Galleria La Cometa. Vi conosce Mario Mafai (1902-1965), Antonietta Raphaël (1895-1975), Corrado Cagli (1910-1976), Mirko (1910-1969) e Afro Basaldella (1912-1976).

Nel 1939 rientra in Umbria, precisamente ad Umbertide, dove sposa una sua compagna dell’Istituto d’arte, da cui avrà due figli. Comincia anche a frequentare la fabbrica di ceramiche Rometti, approfondendo la sua tecnica scultorea e usufruendo dei forni per cuocere le sue opere.

La militanza antifascista

Nel 1942 rientra definitivamente a Roma per insegnare ceramica all’Istituto d’arte. Contemporaneamente, gli eventi bellici e politici lo portano a schierarsi: da antifascista, milita in diverse organizzazioni partigiane e poi si iscrive al Pci.

In questi anni, passa dalle figure classiche come arpie ed ermafroditi in ceramica, caratterizzati da un cromatismo espressionista, all’incarnazione della sofferenza umana durante la guerra. Anche negli anni successivi alla Liberazione, il suo impegno di artista-militante non viene meno: collabora anche come illustratore con diverse riviste satiriche.

Nel 1946, a Venezia, firma il Manifesto della Nuova Secessione artistica italiana e poco dopo si unisce al Fronte Nuovo delle Arti. I temi legati alla guerra e all’annientamento della persona, anche nell’ambito dello sfruttamento sul lavoro, permangono fino a tutti gli anni Cinquanta.

Nel 1954 vince il primo premio al Concorso nazionale della ceramica di Faenza. Dopo i fatti seguiti alla rivoluzione ungherese, nel 1957 si allontana dal Partito. Nello stesso anno, tiene una personale presso la Galleria La Tartaruga a Roma.

In questa occasione, dichiara di aver portato a termine il proprio impegno artistico nel realismo di matrice socialista, per poi intraprendere la via dell’astrazione. Negli anni Sessanta partecipa a numerose mostre italiane ed estere. Muore prematuramente di infarto a 53 anni, nel 1968.

Gli esordi nell’ambito della Scuola romana

Quando si trasferisce a Roma nel 1935, Leoncillo Leonardi viene subito attratto dalle istanze formali della Scuola Romana. Conoscendo Scipione (1904-1933), Mario Mafai e Antonietta Raphaël, ma anche Pericle Fazzini (1913-1987) e Marino Mazzacurati (1907-1969) ne accoglie il linguaggio visionario e l’espressività della forma, ma anche il cromatismo esasperato.

Dunque, nel primo periodo romano, si fa interprete non solo di composizioni e nature morte, ma anche di una serie di opere “mitologiche”.

Nel 1937, a Perugia espone i bassorilievi favolistici Il cervo e i cani e Il nibbio e le colombe, ispirati a Fedro. Il soggiorno ad Umbertide gli permette di conoscere meglio la ceramica e la terracotta, collaborando con l’azienda Rometti.

Produce infatti una serie di opere di grandi dimensioni come Sirena, Ermafrodito, L’Arpia, ma anche una San Sebastiano e Quattro stagioni. Ispirate all’espressionismo di Scipione, tendono a vibrare sotto la luce, grazie al movimento offerto dagli smalti policromi.

Alla fine degli anni Trenta, attira l’attenzione di Giò Ponti, che, nel 1940 lo invita a partecipare alla VII Triennale di Milano, dove ottiene il premio per le arti applicate. Nel 1943, dopo il suo rientro a Roma, espone la serie dei Mostri in una collettiva presso la galleria La Cometa di Roma, ottenendo diverse lodi.

Leoncillo Leonardi: il realismo di ispirazione socialista

La situazione politica italiana e l’entrata in guerra lo spingono a riflettere il suo impegno antifascista anche nell’espressione artistica. Le sculture del periodo bellico rappresentano la drammaticità e l’urgenza storica di esprimere tutto l’orrore prodotto dal fascismo.

Risale al 1944 Madre romana uccisa dai tedeschi, opera che dà inizio ad un discorso morale e politico portato avanti fino agli anni Cinquanta. Nel dopoguerra partecipa a diverse mostre collettive che confermano il suo impegno nel realismo socialista.

Nell’ambito del Fronte nuovo delle arti, nel 1947 partecipa alla Triennale di Milano con Natura morta colla bottigliaNatura morta col domino, Il tavolino da lavoro. Partecipa poi alle Biennali veneziane del 1948 e del 1950.

Risale al 1954 un testo intitolato Sulla via del Realismo. Il terreno di mezzo, in cui Leoncillo Leonardi afferma di esprimere la realtà attraverso un nuovo linguaggio. Il reale, infatti, emerge dall’unità spezzata drammaticamente nelle opere di matrice picassiana come Bombardamento notturno, esposta proprio alla Biennale del 1954.

Nel 1957 esegue un pannello dedicato alla scottante tematica del lavoro per la sede dell’Istituto nazionale per la previdenza sociale a Ferrara.

La via dell’astrattismo

Non condividendo le posizioni filosovietiche di Togliatti in seguito ai fatti ungheresi del 1957, Leoncillo Leonardi, piano piano si allontana dal realismo.

Si avvicina all’informale, indirizzo testimoniato dalle opere esposte nel 1957 presso La Tartaruga di Plinio De Martiis. L’anno successivo, inizia una collaborazione con Fabio Sargentini, esponendo presso L’Attico.

Presenta non figurative come Ore d’insonnia e Cuore rosso. Sempre al 1957 risale La partigiana veneta, poi distrutta dall’esplosione di una mina, mentre del 1958 è il Monumento ai caduti di tutte le guerre di Albissola Marina.

Nel 1959 partecipa alla VIII Quadriennale di Roma, nella retrospettiva sulla scuola romana. Nello stesso anno vince il primo premio alla Mostra nazionale della ceramica e dei lavori in metallo di Gubbio, presentando Incontro nella miniera.

È questo il periodo in cui lavora ad opere di gres, lontane dal realismo degli anni precedenti, in cui esegue tagli e fratture, dando estrema importanza all’ “archeologia della materia”.

Nel 1968, gli viene dedicata una personale alla Biennale. La sala raccoglieva le opere dell’ultimo decennio, nascoste però al di sotto di teli di plastica, per aderire al clima di protesta artistica.

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