Oppi Ubaldo

Ubaldo Oppi. Giovani Donne al Mare, 1926 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela , 120 x 101 cm
Giovani Donne al Mare, 1926 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela

Biografia

Ubaldo Oppi (Bologna, 1889 – Vicenza, 1942) a tre anni si trasferisce con la famiglia da Bologna a Vicenza. I genitori, che hanno un negozio di calzature, notano sin da subito l’attitudine artistica del figlio, ma per avviarlo al loro stesso lavoro, lo mandano in Austria e in Germania, per seguire alcuni corsi di economia.

La cultura secessionista in Austria

Il giovane, in Austria, più che studiare finanza, viene letteralmente catturato dal clima artistico secessionista. Nel 1907, inizia a frequentare la scuola del nudo all’Accademia di Vienna, diretta in quel momento da Gustav Klimt (1862-1918). Nel biennio successivo compie un lungo e fruttuoso viaggio in Europa orientale, dove riceve intense suggestioni culturali.

I suoi primissimi lavori di questa fase sono sicuramente da vedere nell’ottica del tardo Impressionismo, unito già al segno allungato e spigoloso della Secessione nordica. Rientrato in Italia, infatti, si stabilisce a Venezia, dove il critico Nino Barbantini lo invita ad esporre a Ca’ Pesaro, nucleo della Secessione veneziana.

Il soggiorno parigino

Nel 1911, Ubaldo Oppi, desideroso di ampliare ancora la sua cultura artistica, si reca a Parigi. Farà parte di quel nucleo di pittori chiamati “Italiens de Paris”. Inizialmente si avvicina agli artisti delle avanguardie come Amedeo Modigliani (1884-1920) e Gino Severini (1883-1966), continuando comunque ad esporre a Ca’ Pesaro.

Sono gli anni in cui piano piano il segno secessionista prende il sopravvento sull’influenza impressionista. Anzi, il Picasso (1881-1973) del periodo blu è molto presente nelle figure maudit di questo periodo parigino. Oltre che alle mostre di Ca’ Pesaro, espone alla Secessione romana del 1914 e presso la Galleria Paul Guillaume a Parigi.

Il rientro in Italia e il ritorno all’ordine

Con lo scoppio della guerra, Oppi rientra in Italia e si arruola come ufficiale degli Alpini. Riprenderà l’attività pittorica solamente alla fine del conflitto, nel 1919. Come molti altri artisti della sua generazione, alla soglia degli anni Venti vive il passaggio dalla pittura secessionista al ritorno all’ordine.

La riscoperta della tradizione plastica dei maestri del Rinascimento italiano porta Ubaldo Oppi a comparire tra i primi “Sette pittori di Novecento” voluti da Margherita Sarfatti, come interpreti del “classicismo moderno”.

Quindi, nel 1923, espone alla prima mostra di Novecento presso la Galleria Pesaro di Milano, insieme ad Achille Funi (1890-1972), Mario Sironi (1885-1961), Arturo Martini (1889-1947), Leonardo Dudreville (1885-1976), Anselmo Bucci (1887-1955), Emilio Malerba (1880-1926) e Pietro Marussig (1879-1937).

La personale alla Biennale del ‘24

L’anno successivo, Ubaldo Oppi tiene una personale alla Biennale di Venezia, in cui espone paesaggi e figure che rivelano il suo chiaro intento di rilettura del Rinascimento italiano.

La sua pittura appare classica e pura, levigata e plastica, rievocatrice di valori antichi e perfetti. Ma la sua partecipazione alla Biennale con un’importante personale provoca dissapori con gli altri esponenti di Novecento.

Sarfatti, aveva infatti ottenuto una sala per loro solo grazie all’appoggio di Mussolini e andando contro lo statuto della rassegna stessa. Ugo Ojetti, infastidito dall’azione prevaricatrice di Sarfatti, propone ad Oppi una personale, che accetta immediatamente, senza consultare gli amici. Questo provocherà la sua rottura con il Gruppo e soprattutto un fallimento di Novecento a quest’edizione della Biennale, praticamente ignorato dalla critica.

Ubaldo Oppi invece, ottiene un tale successo critico che lo porta ad esporre all’Internazionale di Pittsburgh del 1925, dove ottiene il secondo premio. Nonostante la rottura con Novecento, continua a partecipare alle mostre del Gruppo e soprattutto espone a Bruxelles, Parigi, Zurigo e Vienna, ottenendo un ampio consenso.

Gli anni Trenta

Nel corso degli anni Trenta, il pittore continua a partecipare alle Biennali, ma comincia ad essere accusato di un eccessivo realismo dovuto alluso del mezzo fotografico, soprattutto nella resa dei nudi. Contemporaneamente inizia a dedicarsi alla pittura sacra, lavorando agli affreschi nella Basilica del Santo a Padova.

Si trasferisce, così, a Vicenza, dedicandosi a questa attività quasi esclusivamente. Il suo successo comincia ad affievolirsi all’inizio degli anni Quaranta. Si arruola in guerra, ma a causa di una grave malattia, muore a Vicenza nel 1942, a soli cinquantatré anni.

Ubaldo Oppi: gli esordi secessionisti e il Realismo Magico

La prima fase è sicuramente segnata dalla sua esperienza di studio in Austria e in Germania. Prima viene influenzato da un Impressionismo tenue e delicato, poi dalle espressioni secessioniste. Il segno si fa, negli anni Dieci, intenso e graffiante, mentre le figure sono emaciate ed allungate, come si nota da dipinti come Famiglia povera, del 1915.

Sin da questo periodo, i dipinti dell’artista bolognese si inseriscono in atmosfere rarefatte e spigolose, ma allo stesso tempo atemporali e surreali. Si fa promotore, così, di un Realismo Magico che lo fa avvicinare alla Nuova Oggettività tedesca. A Ca’ Pesaro, nel 1913 espone circa trenta opere, tra le quali Due nudi (gli amanti) viene scelta per la copertina del catalogo.

Ancora a Parigi, Ubaldo Oppi partecipa comunque alla Secessione romana del 1914 con ben sette dipinti: Vecchio e ragazza, Figure di femmine al caffè, Ritratto di donna seduta, Figure in un bar, Donna con lo scialle, Figura d’uomo in piedi e Donna al caffè.

Le opere che realizza a cavallo della guerra sono ancora afferenti al linguaggio severo e simbolico della Secessione. Le sorelle del 1914 o I fidanzati del 1915 presentano personaggi dai visi allungati, la linea è spezzata e le dita allungate, come quelle di figure fantasmatiche, macabre, angosciate.

Ubaldo Oppi tra i “Sette pittori di Novecento”

Alla fine della guerra, si allontana dalla poetica degli anni secessionisti. Riscopre il valore plastico del Rinascimento, le sue figure si trasformano: da scheletriche e sofferenti diventano piene e tornite, come si nota soprattutto dai nudi. Nel pittore rimane sempre quella sensazione di irrisolto, di enigmatico, che proviene dal Realismo Magico.

I dipinti di Ubaldo Oppi risultano perfettamente oggettivi, chiari, algidi. Ancora a metà tra la Secessione e il ritorno all’ordine sono dipinti come Pomeriggio e Il sabato sera, del 1920, ma il suo avvicinamento a Margherita Sarfatti lo conduce a scegliere definitivamente la seconda via.

Del 1924 è la sua personale tanto discussa alla Biennale di Venezia. Qui presenta i suoi fondamentali capolavori novecentisti. In tutto sono ventisei opere, tra cui La giovane sposa, Le amiche, Il cieco e le altre figure, Plenilunio settembrino, Il padrone di casa e La conca fiorita, dipinto memore delle composizioni di Piero di Cosimo, con i piccoli corpi nudi immersi nel paesaggio.

Alla Biennale successiva presenta Giovani donne al mare, mentre nel 1927 tiene una personale alla Galleria Pesaro, in cui espone più di trenta opere. Tra di esse compaiono Donne sotto gli ulivi, Ritratto di mia moglie, Montanari, Adamo ed Eva, Nudo, Giovani donne al mare, L’ingegnere meccanico, I chirurghi.

Il classico e il moderno si fondono, in questi dipinti di Ubaldo Oppi che rilegge il Rinascimento inserendolo in ambientazioni pure e rarefatte, con figure statuarie, così come lo sono i santi degli ultimi anni. Ne è un esempio il San Venanzio, a metà tra Mantegna e Novecento.

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