" /> Enrico Paulucci, Pittore | Acquisto Opere, Biografia, Valutazione Gratuita

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Enrico Paulucci. La Valle di S. Maria. Tecnica: Olio su tela
La Valle di S. Maria. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Enrico Paulucci (Genova, 1901 – Torino, 1999) nato da una famiglia di nobili origini emiliane, appena undicenne, si trasferisce a Torino, dove compie gli studi classici, per poi laurearsi in economia e in giurisprudenza.

Mentre studia all’università, sviluppa un particolare interesse per la pittura, che comincia a praticare da autodidatta. Esordisce alla Quadriennale di Torino del 1923, per poi esporre a diverse Promotrici sia genovesi che torinesi.

Piano piano, si avvicina al gruppo dei futuristi piemontesi, esponendo con loro nel 1926 presso l’Associazione della Stampa. La parentesi futurista, in realtà, si rivela molto breve, dato che Enrico Paulucci dimostra ben presto di essere molto più attratto dal paesaggio e soprattutto dalla natura morta, inizialmente trattata sotto l’influenza di Felice Casorati (1883-1963), che conosce proprio negli anni Venti.

La svolta filofrancese e i “Sei di Torino”

Le compagnie che permetteranno al pittore genovese di compiere una svolta pittorica vera e propria, sono quelle di Carlo Levi (1902-1975), di Gigi Chessa (1898-1935) e di Francesco Menzio (1899-1979).

Insieme a quest’ultimo, compie un soggiorno a Parigi nel 1927, in cui prende uno studio in rue Falguière, dipingendo e avvicinandosi ai pittori francesi. Verso la fine degli anni Venti, in Italia si stava verificando quel graduale sfaldamento del ritorno all’ordine novecentista, in favore di un linguaggio più aperto ai condizionamenti europei.

Così, alcuni pittori italiani come appunto Enrico Paulucci, ma anche Carlo Levi, in Francia si addentrano nello studio di un Espressionismo intimista e tenue, che prende spunto dal Henri Matisse (1869-1954) degli anni Venti, ma anche dai leggeri segni di Raoul Dufy (1877-1953).

A questo punto, tornato in Italia nel 1929, Paulucci entra a far parte del gruppo del “Sei di Torino”, partecipando alla mostra presso la Galleria Guglielmi, insieme a Francesco Menzio, Jessie Boswell (1881-1956), Gigi Chessa, Nicola Galante (1883-1969) e Carlo Levi.

In realtà, ogni membro del gruppo ha con l’altro pochissimi tratti in comune, come un diffuso uso di una tavolozza leggerissima, alla stregua dei Chiaristi lombardi, ma anche un costante riferimento alla pittura francese contemporanea.

La fiorente attività espositiva

L’esperienza dei “Sei di Torino”, dopo una serie di mostre tenutesi tra Torino, Roma, Londra e Genova, termina molto presto, nel 1931. Ma Enrico Paulucci, al di là del gruppo, continua ad esporre regolarmente per tutti gli anni Trenta e Quaranta, partecipando alle Biennali di Venezia, alle Quadriennali di Roma, alle Sindacali torinesi e al Premio Bergamo.

La sua, è una pittura che rimane tenue e leggera, con una sostanziale bidimensionalità e una linea di contorno quasi assente. Il colore, con i suoi incastri tonali, a tratti più carico, a tratti più fine, chiaro e diffusamente luminoso, è al centro della sua poetica.

La linea espressionista di un linguaggio libero e sciolto lo caratterizza fino alle opere più tarde degli anni Trenta, quando contemporaneamente è chiamato ad insegnare pittura all’Accademia Albertina di Torino, nel 1939.

Durante la guerra, il suo studio viene bombardato e decide di trasferirsi a Rapallo, dove compone soprattutto paesaggi, iniziando una ricerca che lo riporta alla natura cézanniana. Piano piano, verso il dopoguerra, il suo stile cambia, e dalla rielaborazione di Cézanne giunge a quella del cubismo, avvicinandosi al movimento degli astratti-concreti.

Espone alla Galleria La Spiga di Milano con presentazione di Argan nel 1947, seguendo ancora questa linea astratta, fino alla metà degli anni Cinquanta, quando ritorna definitivamente ai canoni figurativi della sua prima fase.

Nel 1955 è nominato direttore dell’Albertina e nel 1973 ne diventa Presidente. Negli ultimi anni, si dedica anche alla litografia e alla scenografia teatrale, occupandosi di alcune opere di Pirandello. Muore molto anziano a Torino, nel 1999.

Enrico Paulucci: la linea intimista ed espressiva con i “Sei di Torino”

Dopo la formazione da autodidatta, Enrico Paulucci esordisce alla Quadriennale torinese del 1923, per poi partecipare, nello stesso anno, alla Promotrice di Genova con Primavera. Dopo una brevissima parentesi futurista, il pittore genovese si rivolge subito al paesaggio e alla natura morta, austeri, solenni e classici, come nel linguaggio di Casorati.

Il viaggio a Parigi del 1927 rappresenta un’importante svolta nella poetica di Enrico Paulucci: si avvicina all’Espressionismo francese, adottandone la linea sinuosa e il cromatismo piatto, in una dimensione intimista e luminosa.

Enrico Paulucci alla Biennale

Partecipa alla Biennale del 1928 con Paesaggio suburbano, per poi entrare nei “Sei di Torino” partecipando a diverse mostre insieme a loro, fino al 1931. Nel 1929 prende parte alla sua prima Sindacale torinese con ben nove opere, tra cui Barche a secco, Rapallo, Mattino, Casa rossa e Portofino.

Tiene una personale alla Biennale del 1930, con diciotto opere che gli fanno ottenere un vasto consenso di critica. Tra di esse compaiono La vela di Chiaravalle, Marina, Speranza, Lungomare, Passeggiata a mare, Nudo rosa e Villa Pace. L’anno successivo è alla Quadriennale di Roma con Viale a Torino, San Pietro di Novella e Natura morta.

Con altre dieci opere, partecipa alla Biennale di Venezia del 1932, presentando Giardini pubblici, Case di Montegrosso d’Asti, Natura morta, Gelo e Paesaggio. Tre anni dopo, tiene una personale alla Quadriennale romana, in cui espone ventitré opere, tra cui La bella del molo, Vele, mantello azzurro, Vendemmia, Il golfo, Ragazza con frutta, Natura morta nel cesto, Bagni Sirena e Figura sul mare.

Di nuovo, alla Quadriennale del 1939, espone altre tredici opere, tra paesaggi, ritratti e nature morte: Strada di Zoagli, San Michele, Roma dal Campidoglio, Pomodori e limoni, Lettrice, Superga e il Po, Marina, Ragazza ligure. Enrico Paulucci partecipa al Premio Bergamo del 1939 con Il Po a Torino e onte dei Cappuccini a Torino, a quello del 1940 con Il terrazzo e a quello del 1942 con Natura morta, Ritratto e Caffè al Valentino.

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