Toma Gioacchino

Gioacchino Toma. Colpo di Vento (dettaglio). Tecnica: olio su tela ,38 x 29 cm
Colpo di Vento (dettaglio). Tecnica: Olio su tela

Biografia

L’infanzia difficile

Gioacchino Toma (Galatina, 1836 – Napoli, 1891) rimane purtroppo orfano a sei anni e passa un’infanzia difficilissima tra orfanotrofi, conventi e carceri. Situazione questa che lo segna umanamente e di conseguenza artisticamente, per tutta la vita.

Sono gli anni in cui però scopre anche la sua attitudine per la pittura, avvicinandosi per la prima volta al disegno nell’ospizio di Giovinazzo. Nella metà degli anni Cinquanta riesce a raggiungere Napoli tra grandi difficoltà. Qui può affiancarsi al pittore-decoratore Alessandro Fergola (1812-1864), per cui crea prevalentemente bozzetti per la decorazione della Favorita.

L’erroneo arresto

Nel 1857 viene arrestato erroneamente con l’accusa di cospirazione antiborbonica e viene mandato in esilio a Piedimonte d’Alife. Questo errore in realtà è la prima vera opportunità della sua vita. Conosce alcuni nobili del posto che lo introducono alla carboneria e che di lì a breve saranno i suoi primi committenti di ritratti e nature morte. Seguirà in questo senso  la tradizione napoletana di Gennaro Guglielmi (1804-1877).

Grazie all’aiuto di un duca, al suo rientro a Napoli Gioacchino Toma riesce ad iscriversi al Reale Istituto di Belle Arti. Porta a termine finalmente la sua formazione alla fine degli anni Cinquanta. In questi anni è anche impegnato nelle campagne garibaldine contro i Borbone prima e contro il brigantaggio, militando nella Guardia Nazionale poi.

L’insegnamento

Dal 1867 al 1888 è socio della Promotrice di Belle Arti ma vi espone regolarmente fino al 1891. Pochi anni prima, nel 1864 ha una grave crisi emotiva che lo porta a decidere di dare una rotta diversa alla sua vita. Non smette di dipingere, ma accompagna questa attività all’insegnamento del disegno. Lavora nella Scuola operaia di Arti e Mestieri e nella Scuola di ricamo dell’ospizio di San Vincenzo Ferreri.

Sono luoghi questi che gli ricordano la sofferenza dell’infanzia, senza una casa e senza una famiglia, per cui si dedica con enorme cura alla nuova attività. Nel 1878 diventa anche professore all’Istituto di Belle Arti.
Quando è insegnante di disegno di gessi, prende così sul serio la sua missione che pubblica anche piccoli libri di testo con istruzioni di disegno elementare.

Nel corso degli anni dunque, Gioacchino Toma affianca la carriera pittorica alla causa dei disagiati e dei diseredati, proprio perché l’ha vissuta duramente sulla sua pelle.
Mantiene inoltre un carattere sempre riservato e poco incline alla notorietà pubblica. Ciononostante ottiene diversi riconoscimenti. È professore onorario dell’Accademia Linguistica e nel 1890 fa parte del giurì della Promotrice. Muore a Napoli l’anno successivo.

Gli esordi come pittore di storia

Durante gli anni della formazione Gioacchino Toma decide di prendere la strada della pittura di storia seguendo l’esempio di Domenico Morelli (1826-1901). Esordisce alla Biennale Borbonica del 1859 con un’Erminia. Soggetto letterario tratto dalla Gerusalemme liberata di Tasso. Il dipinto gli fa vincere la medaglia d’oro e ottenere l’acquisto da parte del re.

Affianca allo studio dei soggetti storici antichi o letterari quello degli eventi contemporanei. Dà vita così a dipinti che raccontano la storia non attraverso la lente accademica e romantica, ma attraverso uno sguardo intimo.

Gioacchino Toma è un grande studioso di Bernardo Celentano (1835-1863) che incentra tutto lo studio del dipinto di storia sulle espressioni del viso e del corpo dei personaggi. Di fatto però lo supera nella realizzazione di opere dal sapore intimo e quotidiano, raccontando la storia non attraverso gli eventi principali, ma attraverso le reazioni delle persone che aspettano a casa dietro le quinte.

Corrado Maltese definisce Gioacchino Toma «poeta degli interni e dell’intimità domestica». Ciò, proprio per evidenziare questa propensione a narrare la storia attraverso pochi personaggi posizionati in piccole stanze e circondati da un velo di malinconia.

I principali esempi di questo verismo storico nella sua fase giovanile sono: Il prete reazionario, I fanciulli italiani del 1860, I figli del popolo, Un esame rigoroso del Sant’Uffizio, tutti realizzati entro gli anni Sessanta e tutti caratterizzati da un impianto geometrico rigoroso.

Gioacchino Toma e il verismo storico

Negli anni Settanta Gioacchino Toma approfondisce ancora di più il suo indirizzo verso una pittura di storia che sia basata sulla verità della concezione spaziale e luministica. Attraverso delicati passaggi tonali sul grigio, sul nero e sul bianco realizza dipinti dal colorismo freddo in grado di trasmettere tutta la difficoltà e la mestizia dei personaggi rappresentati.

Ne sono grandi esempi le opere più importanti di Gioacchino Toma, come Le merlettaie cieche del 1872 e la famosa Luisa Sanfelice in carcere. La nobildonna, ai tempi della Repubblica Partenopea, svela ai repubblicani la congiura che i difensori della corona stavano programmando e viene condannata a morte.

L’interno della cella viene descritto nella sua nuda semplicità, mentre Luisa passa il tempo prima della sua condanna ricamando fazzoletti bianchi.
Un fatto storico viene quindi raccontato non nel suo momento culminante, ma nel momento di poco precedente o di poco successivo, nella solitaria attesa all’interno di una spoglia cella.

La causa sociale

Come già evidenziato, l’infanzia passata tra orfanotrofi e ospizi ha lasciato un profondo segno nell’animo dell’artista. Narra quindi le esistenze dei diseredati, degli orfani, degli abbandonati attraverso i dipinti dell’ultima fase. Quella che si allontana un po’ dagli eventi storici ufficiali per penetrare nelle vite private di coloro che fanno la storia umana, ma anche sconosciuta della città.

A questa produzione appartengono opere come Le orfane del 1890, La madre di latte del 1891, L’onomastico della maestra. Negli ultimi anni abbandona anche il caratteristico tonalismo che lo aveva fatto distinguere fino a quel momento. Aderisce invece ad una pittura nettamente realista, molto vicina a quella della Scuola di Resina, ma anche a quella dei Macchiaioli.

Pennellate ampie e veraci che conservano in se stesse tutta la luce e il colore necessario a creare contrasti con altre pennellate, senza intervenire con il graduale tonalismo della fase precedente. Tatuaggio dei camorristi, conservato al museo di Capodimonte è uno dei dipinti che rispetta quest’ultima fase di cambiamento.

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