Sironi Mario

Mario Sironi. Famiglia. Tecnica: Olio su tela, 215 x 160 cm
Famiglia. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Mario Sironi (Sassari, 1885 – Milano, 1961) nasce in Sardegna, ma la sua famiglia si trasferisce a quando ha solo un anno, dato che il padre ingegnere viene spostato a Roma.

Compie tutti gli studi in città, fino ad iscriversi alla facoltà di ingegneria per seguire le orme paterne. Ben presto, però, sente la necessità di abbandonare gli studi per frequentare la Scuola Libera del Nudo all’Accademia di Belle Arti di Roma.

Proprio nei primi anni del Novecento, entra in contatto con Giacomo Balla (1871-1958) e nel suo studio conosce Umberto Boccioni (1882-1916) e Gino Severini (1883-1966).

In questo periodo di formazione, il giovane Mario Sironi si dedica a composizioni di carattere divisionista di cui ci rimangono pochissime testimonianze, a causa della distruzione della maggior parte di queste opere da parte dell’artista stesso.

I viaggi formativi

Tra il 1905 e il 1906, l’artista compie un soggiorno a Milano, mentre tra il 1908 e il 1911 viaggia tra la Francia e la Germania. Rientrato in Italia, realizza composizioni molto vicine alla poetica futurista, unendola, però, a suggestioni cubiste alla Fernand Léger (1881-1955).

Quando scoppia la Prima guerra mondiale, si arruola come volontario nel Battaglione Ciclisti e Automobilisti, insieme a molti altri artisti come Anselmo Bucci (1887-1955), Achille Funi (1890-1972) e Umberto Boccioni.

Alla fine del conflitto, nel 1919 tiene la sua prima personale a Roma, presso la Casa d’Arte Bragaglia, presentando le sue opere cubo futuriste che nascondono già una crisi in atto, dato che vengono accompagnate anche da dipinti di dimensione metafisica, mettendo in evidenza gli accenni di un cambiamento.

Il trasferimento a Milano

Sempre nel 1919, decide di trasferirsi a Milano, città a cui è molto legato, soprattutto perché durante i suoi congedi torna qui e non a Roma: è unito al gruppo futurista milanese, ma allo stesso tempo cerca di coniugare composizioni avanguardistiche ad un meditato ritorno all’ordine, perché ha bisogno di composizioni chiare e semplici, molto vicine alla “Nuova Oggettività” tedesca.

Nel 1920, però, forse non ancora convinto di questi cambiamenti in direzione di forme plastiche finite e solenni, firma il manifesto Contro tutti i ritorni in pittura, insieme Leonardo Dudreville (1885-1976), Funi e Luigi Russolo (1885-1947). Il Manifesto è soprattutto una chiara polemica contro gli intenti della rivista romana di Broglio “Valori Plastici” (che aveva stroncato del tutto la mostra di Sironi da Bragaglia).

Ovviamente, non si nega l’obiettivo della ricerca di una forma ben definita e di una costruzione spaziale altrettanto presente, ma si evita il ritorno all’antico così esplicito come nel gruppo romano, tenendo presente una visione plastica sicura ma sintetica e soprattutto moderna.

A questo punto, attorno al 1922, Mario Sironi approda pienamente al classicismo, un classicismo esistenziale e cupo, ma allo stesso tempo monumentale e contemporaneo.

I “Sette pittori di Novecento”

Nel 1922, nasce la risposta milanese a “Valori Plastici” con la creazione del gruppo dei “Sette pittori di Novecento”, coordinato da Margherita Sarfatti e sostenuto economicamente da Lino Pesaro. Mario Sironi è al centro del gruppo, con pochi, ma decisivi dipinti dal profondo valore classicista, imponente, geometrico e grave.

La prima mostra del gruppo si tiene alla Galleria Pesaro nel 1923. L’anno successivo, il pittore partecipa alla sua prima Biennale veneziana, per poi esporre a tutte le mostre di Novecento.
Negli anni Trenta, il suo plasticismo diviene ancora più solido e “arcaico” e la pennellata si fa meno levigata e più espressiva, graffiante.

La pittura murale

Alle mostre compaiono figure tormentate e solitarie, senza volto, incarnazione di un’epoca inquieta, quella fascista. Nel frattempo, Mario Sironi inizia a lavorare alle sue opere murali, espressioni della sua più alta resa pittorica. Al 1933 risale il Manifesto della pittura murale, firmato insieme a Achille Funi, Massimo Campigli (1895-1971) e Carlo Carrà (1881-1966).

A partire dalla Triennale di Milano del 1933, il pittore inizia la sua ascesa come muralista, occupandosi di grandi cicli celebrativi pubblici, in cui la figura possente e arcaica rappresenta il risorgimento dell’affresco, un’arte che riporta ai grandi maestri del Quattrocento, come Masaccio.

La monumentalità è la cifra che caratterizza il pittore fino alla fine della guerra, quando, con l’avvento della Repubblica, torna alla pittura da cavalletto, lavorando in maniera sempre più appartata a vedute urbane.

Negli anni Cinquanta approda ad un astrattismo che ricorda le composizioni futuriste degli inizi, le Moltiplicazioni, mentre sono del 1960 gli ultimi sforzi delle Apocalissi. Dopo aver ottenuto la medaglia d’oro per i “benemeriti della cultura”, Mario Sironi muore a Milano nel 1961, a ottantacinque anni.

Mario Sironi: dalle prime espressioni futuriste al Novecento

Nonostante la formazione romana, Mario Sironi instaura subito un profondo rapporto con Milano, dove, durante gli anni della guerra, si lega al gruppo dei futuristi e lavora come illustratore. Importanti, sono anche i viaggi che il giovane pittore compie in Francia, grazie ai quali gli stilemi del futurismo italiano si uniscono a quelli del cubismo.

Ne nascono rappresentazioni movimentate e ricche di angolazioni, tra cui Forze di una strada del 1911, Camion del 1914 e soprattutto Il laboratorio delle meraviglie del 1918, in cui miriadi di linee e forme si uniscono in una composizione folle e movimentata.

Il pittore rimane legato al futurismo fino all’inizio degli anni Venti, ma in quest’epoca già rimane imbrigliato nelle fascinazioni metafisiche, anzi, ancor prima, quando nel 1919 aveva esposto da Bragaglia a Roma dipinti futuristi e solenni allo stesso tempo.

Con il trasferimento a Milano, la sua pittura si fa più ponderata e misurata, come si nota dai numerosi Paesaggi urbani realizzati nel 1920 e contraddistinti da una costruzione plastica nuova, sicura e sintetica allo stesso tempo.

In fondo, anche se il contrasto con il classicismo di Valori Plastici è la bandiera di Mario Sironi, in queste città desolate e scure si ravvisano anche gli echi della Città ideale rinascimentale, soprattutto nella stesura prospettica e spaziale.

Le architetture sono tetre e melanconiche, come del resto la Pandora del 1921, espressione di un classicismo monumentale e muto, anticipazione delle opere realizzate con il gruppo Novecento. Vengono presentati alla Biennale del 1924 Venere, l’Architetto e L’allieva, espressioni emblematiche del ritorno all’ordine sironiano, con la monumentalità delle figure allo stesso tempo fragili ed enigmatiche.

È un classicismo monumentale fatto di mendicanti, solitari, allegorie, spazi drammatici e inquieti, così come le figure che intorno alla fine degli anni Venti sono descritte addirittura senza volto. Alla Biennale del 1928, Mario Sironi presenta undici opere tra cui Paesaggio urbano, Studio di nudo, Scultrice e Composizione.

Alla Quadriennale del 1931 il ritorno all’ordine si fa più espressivo, emotivo, tormentato, spirituale. Tra le ventitré opere esposte nella sala personale compaiono Nudo, Chiesa, Paesaggio di montagna, La famiglia, Pescatore, Contadino, Burrasca. Eremo, La pesca, Pastore, Meriggio sono invece presentate alla Biennale del 1932, prima dell’avventura murale.

Sironi muralista: tra monumentalità e solenne plasticismo

Pur continuando a dipingere su cavalletto per le esposizioni, dagli anni Trenta in poi, l’attività di Mario Sironi si svolge soprattutto a livello decorativo, nell’ambito della celebrazione delle politiche fasciste, fino ad arrivare al completo rifiuto dell’olio su tela.

Si profila, infatti, nel Manifesto, uno “stile fascista” che possa rappresentare i tempi contemporanei, nella massima espressione plastica e monumentale della vita fascista. Sironi unisce celebrazione latina alle figure bizantine al Quattrocento di Masaccio e Masolino, in una rievocazione personale e grandiosa.

Ogni figura si accorda con l’architettura, ogni singolo elemento esprime classica e ponderata monumentalità e forza primigenia. Così avviene, tra le altre opere, nelle decorazioni per la Triennale di Milano con Le opere e i giorni, con i grandiosi affreschi dell’Aula Magna della Sapienza di Roma, del Palazzo di Giustizia di Milano e delle Poste di Bergamo e con il grandioso mosaico milanese con L’Italia corporativa.

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