Giapponismo. Venti d’Oriente nell’arte europea

Giapponismo. Emil Orlik. Paesaggio con il Monte Fuji, 1908. Daxer & Marschall Gallery, Monaco
Emil Orlik. Paesaggio con il Monte Fuji, 1908. Daxer & Marschall Gallery, Monaco

Rovigo, Palazzo Roverella

Fino al 26 gennaio 2020

London World’s Fair, 1862. Ecco il momento preciso in cui l’Occidente è rientrato finalmente in contatto con l’Oriente. Il Giappone era praticamente sconosciuto all’Europa, eccezion fatta per qualche esotica storia narrata da chi vi era stato e ne aveva portato affascinanti e preziosi oggetti e per chi, come gli olandesi, con questo magnifico paese orientale intratteneva rapporti commerciali.

Ma nel 1854, con la Convenzione di Kanagawa, gli Stati Uniti del Commodoro Perry aprono il Giappone al resto del mondo, prima isolato nella sua cultura a partire dal 1639, quando lo shogun decise di dare vita al cosiddetto sakoku, “paese chiuso”. Da quel momento in poi e appunto fino al 1854, il Giappone del periodo Edo vive un forte distacco dall’Occidente.

L’apertura degli anni Cinquanta e Sessanta dell’Ottocento procura immensa curiosità tra gli europei, affascinati da quella terra lontana e così diversa dalla loro. L’immaginario collettivo si rifà all’idea di un Oriente inebriante e magico.

Questo è dovuto soprattutto alla straordinaria qualità dei manufatti che provengono dal Giappone, come antiche porcellane, mobili laccati, vasi decorati minuziosamente. Tali oggetti cominciano ad essere apprezzati da grande pubblico in particolare all’Esposizione Universale di Parigi del 1867, dopo quella di Londra.

Ciò che più suscita meraviglia in occasione di questo evento di portata mondiale è l’invio, da parte del governo giapponese, di una serie di stampe ad opera dei più importanti artisti giapponesi, tra cui Hokusai (1760-1849). Ma già il presidente inglese della Royal Geographic Society, ambasciatore in Giappone, collezionava da alcuni anni queste delicatissime opere.

È dalla seconda metà dell’Ottocento, quindi, che inizia un fertilissimo scambio non solo commerciale, ma anche culturale con il Giappone. Stoffe pregiate entrano negli atelier degli stilisti e le case dei collezionisti e dei borghesi si riempiono di oggetti orientali.

Giapponismo. Venti d’Oriente nell’arte europea

Naturalmente, questa ventata di giapponismo investe soprattutto le arti maggiori, imponendosi quasi come un modello estetico, per diversi anni. La mostra di palazzo Roverella a Rovigo, a cura di Francesco Parisi, intende sottolineare l’importanza che l’apertura del Giappone all’Occidente ha avuto tra il 1860 e il 1915.

Inizialmente ha colpito soprattutto gli artisti impressionisti, basta ricordare che nel Ritratto di Émile Zola ad opera di Edouard Manet (1832-1883), compare una stampa giapponese appesa nello studio del pittore in Rue Guyot.

Ed è proprio Manet uno dei primi artisti a studiare con passione ed attenzione le stampe e i modelli iconografici giapponesi, attratto da quella finezza calligrafica di grande purezza ed eleganza. Ciò che attrae di più gli impressionisti è quella straordinaria assenza di prospettiva, sostituita dalla piattezza e della bidimensionalità dello spazio.

Nell’arte occidentale, dal Rinascimento in poi, lo spazio del dipinto aveva sempre aperto quella famosa “finestra sul mondo” di cui parlava Leon Battista Alberti. L’arte giapponese, invece, ci mostra quello che vedono i nostri occhi in maniera impermanente e subitanea, proprio secondo l’idea impressionista della visione.

E non dimentichiamo, poi, che Claude Monet (1840-1962), nel suo giardino di Giverny, si fa costruire un ponte di ispirazione chiaramente giapponese.

Il percorso espositivo analizza anche l’influenza del Giapponismo sui Nabis e poi soprattutto sui Simbolisti e sui Preraffaelliti. Non è un caso che James Abbott McNeill Whistler (1834-1903) abbia progettato per Frederick Leyland una stanza di ispirazione giapponese nel suo palazzo londinese.

Siamo nel 1876, in pieno clima di “febbre orientalista”: Whistler, per la stanza destinata alla conservazione di porcellane giapponesi, sceglie una serie di riferimenti come abiti da geisha, paraventi, ventagli e tutta una serie di japonaiseries di gran moda al tempo.

Costanti, poi, sono i riferimenti al Giappone in artisti presenti in mostra quali Vincent Van Gogh (1853-1890), Paul Gauguin (1848-1903) e gli italiani Giuseppe De Nittis (1846-1884), Galileo Chini (1873-1956), Plinio Nomellini (1866-1943) e, ancor prima, Antonio Fontanesi (1818-1882) che, addirittura, tra il 1876 e il 1878 insegna alla Scuola di Belle Arti di Tokyo.

La mostra è divisa in quattro sezioni e ogni parte riesce a creare un formidabile confronto tra i manufatti giapponesi e le reazioni occidentali alla scoperta delle cosiddette giapponeserie. Tra fiori di ciliegio e di melo, tramonti sul monte Fuji e geishe si snoda l’affascinante percorso di questa mostra veneta.

ORARI:

da lunedì a venerdì dalle 9.00 alle 19.00; sabato, domenica e festivi dalle 9.00 alle 20.00

BIGLIETTI:

intero: 12 euro; ridotto: 8 euro

gratuito: bambini fino a 5 anni; portatori di handicap e 1 accompagnatore; giornalisti con tesserino; guide turistiche con patentino

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