Funi Achille

Achille Funi. Publio Orazio Uccide la Sorella - Tecnica: Olio su Tela
Publio Orazio Uccide la Sorella. Tecnica: Olio su Tela

Biografia

Achille Funi (Ferrara, 1890 – Appiano Gentile, 1972) inizia i suoi studi pittorici presso la Scuola Municipale d’Arte Dosso Dossi di Ferrara. A soli sedici anni, si trasferisce a Milano per frequentare l’Accademia di Brera, dove segue le lezioni di Cesare Tallone (1853-1919).

Nell’ambiente artistico braidense, stringe amicizia con Carlo Carrà (1881-1966), Mario Chiattone (1891-1957), Leonardo Dudreville (1885-1976) e Antonio Sant’Elia (1888-1916).
Entra nel gruppo futurista, pur mantenendo sin dall’inizio un’insolita e peculiare solidità della figura, attentissimo al suo valore plastico. Coniuga dunque visioni dinamiche e simultanee ad una sincerità presenza della forma, esaltata anche da Umberto Boccioni (1882-1916).

Insieme agli artisti prima nominati, con l’aggiunta di Giulio Ulisse Arata (1881-1962), Ugo Nebbia (80-1965) e altri, entra a far parte del gruppo Nuove Tendenze. Partecipa alla mostra del gruppo nelle sedi della Famiglia Artistica milanese, confermando la sua adesione al Futurismo.
Poco dopo, Achille Funi si arruola tra i Volontari Ciclisti, insieme ad altri artisti come Boccioni, Tommaso Marinetti, Sant’Elia.

Contro tutti i ritorni in pittura

Dopo la guerra, nel 1920 firma il manifesto Contro tutti i ritorni in pittura che esaltava, ancora in seno al Futurismo, la celebrazione delle città moderne. Il contesto però si fa diverso rispetto a quello del dinamismo futurista: la rappresentazione diventa più “platonica” e ferma, più plastica nella sua classicità.

Ecco che dal Futurismo, piano piano Achille Funi si allontana per avvicinarsi al ritorno all’ordine. Finalmente, mette in luce la sua essenza rinascimentale che si rifà soprattutto a Raffaello, sia nell’iconografia che nella descrizione cromatica e disegnativa.

I “Sette pittori del Novecento”

Si lega a Margherita Sarfatti e nel 1922 aderisce al gruppo dei “Sette pittori del Novecento”. Ne fanno parte Dudreville, Mario Sironi (1885-1961), Ubaldo Oppi (1889-1942), Pietro Marussig (1879-1937), Gian Emilio Malerba (1880-1926) e Anselmo Bucci (1887-1955).

Con l’appoggio indispensabile della Galleria di Lino Pesaro, Achille Funi inizia così l’avventura del ritorno all’ordine di Novecento, alternativa al versante di “Valori Plastici”. Espone alla loro prima mostra presso la Galleria Pesaro nel marzo del 1923 e poi a quella di “Novecento italiano” nel 1926 e nel ’29.

Negli anni Trenta inizia la sua intensa attività di pittore murale, pur non smettendo di partecipare alle Biennali veneziane e alle Quadriennali di Roma. Nel 1933 firma il Manifesto della pittura murale scritto da Sironi e nel 1939 ottiene la neonata cattedra di affresco a Brera.

Dopo la seconda guerra mondiale Achille Funi si trasferisce a Bergamo: ottiene nel 1945 la cattedra di pittura all’Accademia Carrara di cui poi diventa direttore.

Continua ad alternare pittura murale a quella da cavalletto, sempre con i suoi riferimenti al Quattrocento e al Cinquecento, ma anche alla pittura romana. Non manca, negli ultimi anni, di sperimentare il paesaggio. Muore vicino Como nel 1972.

Achille Funi: gli esordi futuristi

Prima di entrare a fare parte del gruppo “Novecento” Funi proviene dall’esperienza futurista. Durante questa fase però, mantiene sempre una visione personale che mette in risalto la plasticità della figura e un equilibrio formale estraneo agli altri componenti.

Di questi anni sono i dipinti quali Uomo che scende dal tram, Motociclista, Ritratto futurista, dinamici ma allo stesso tempo solidi e di memoria cézanniana. Dopo Nuove Tendenze e il manifesto Contro tutti i ritorni in pittura, Achille Funi però, si allontana dall’esperienza futurista e si trasforma inevitabilmente in novecentista.

Il Gruppo Novecento

Umberto Boccioni, nel 1916 aveva dedicato un articolo ad Achille Funi in cui esaltava l’“emozione plastica”. Questa matrice classica e volumetrica, in parte contraria alla poetica veloce e innovativa del Futurismo, caratterizza Funi sin dalla sua prima formazione.

Non è un caso dunque che sia tra i più importanti rappresentati dei “Sette pittori del Novecento” prima e del “Novecento italiano poi”.
Negli anni immediatamente successivi al conflitto, unisce ancora elementi futuristi ad ambientazioni metafisiche, per poi approdare ad un definitivo ritorno all’ordine.

Più degli altri artisti, recupera le linee, le forme, il colore del Rinascimento italiano. Ma studia e reinterpreta anche Giotto, Masaccio, e il primo Raffaello, per riagganciarsi alla poetica dei puristi e dei nazareni.

È un classicista fino in fondo e lo vediamo dai ritratti che richiamano Antonello da Messina, dal ritorno alle tematiche antiche, dai un disegno chiaro e quattrocentesco.

Primi esempi di queste novità sono Terra e Maternità presentate alla Biennale del 1922. A quella del 1924, nella sala interamente dedicata ai pittori di Novecento, invia L’abbandonata, Giovinetta, Una persona e due età.

Gli sfondi allegorici di stampo classico accompagnano una pittura moderna e monumentale, proprio come da programma di Sarfatti, nel clima del “classicismo moderno”. Alla Biennale del 1928 presenta nove opere tra cui Venere innamorata, Fanciulla velata, Studio di nudo e Giovane sposa.

Achille Funi muralista

Insieme a Mario Sironi, Achille Funi è uno dei più importanti rappresentati della pittura murale italiana del Ventennio e degli anni successivi. Non abbandona definitivamente il cavalletto e nemmeno quel classicismo rinascimentale che lo aveva caratterizzato fino a quel momento.

Anzi, è proprio attraverso l’affresco che tenta di riportare in vita l’enorme tradizione italiana della pittura murale, da Pompei al Rinascimento al Purismo.
Nel 1930 affresca l’ambiente superiore della Triennale di Monza, nel 1931 la chiesa di San Giorgio al Palazzo di Milano e la Triennale di Milano nel 1933. Nello stesso anno firma il Manifesto di Sironi.  

Nello stesso anno firma il Manifesto della pittura murale di Mario Sironi. Decora poi la chiesa del Cristo Re a Roma e l’anno successivo affresca la Sala della Consulta del palazzo comunale di Ferrara.

Quest’opera, portata a termine nel 1937, è il suo più grande ciclo decorativo ed ha come tema la tradizione ariostesca del Mito di Ferrara. Qui, riesce, più che nelle altre opere decorative, a tirare fuori la grandezza artistica quattrocentesca della sua città natale.

Cosmè Tura, Dosso Dossi, Ercole De Roberti e Francesco Del Cossa rivivono tra le immagini di Funi, naturalmente più possenti e plastiche di quelle dei maestri. Ma con la stessa vivacità cromatica e equilibrio, resa dei panneggi e accurata costruzione prospettica del passato.

Continua comunque ad esporre alle Biennali e alle Quadriennali romane opere come Publio Orazio uccide la sorella, Donna romana, Adone morente, Bagnante e i cartoni per gli affreschi di San Francesco a Tripoli. Tra i paesaggi degli ultimi anni compaiono Lago d’Albano, Castel Gandolfo

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