Marussig Piero

Piero Marussig. Due Cugini, 1927 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela -
Due Cugini, 1927 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela

Biografia

Piero Marussig (Trieste, 1879 – Pavia, 1937) appartenente ad una famiglia della borghesia triestina, dimostra ben presto spiccate doti artistiche. Inizialmente si forma proprio alla Scuola Industriale di Trieste, al seguito del decoratore Eugenio Scomparini (1845-1913), insegnante di disegno.

Alla soglia del Novecento, Marussig si lancia in una lunga esplorazione delle principali capitali europee, per ampliare la sua formazione e aggiornarla alle principali novità internazionali.

La cultura secessionista europea

Il soggiorno a Vienna e a Monaco in particolare, fa avvicinare Piero Marussig alla cultura secessionista. Il suo linguaggio pittorico e disegnativo, dunque, comincia a seguire le istanze propugnate in ambito secessionista, unite alla pratica fauve, una volta visitata anche Parigi. Nel 1903 soggiorna a Roma, nel 1906 a Milano, dove partecipa all’Esposizione per il traforo del Sempione.

Non manca di prendere parte alle esposizioni della secessione di Monaco e di Vienna, e dal 1913 a quella di Roma. Mentre dal 1912 al 1936 partecipa con regolarità alla Biennale di Venezia, sempre apprezzato ed elogiato dalla critica, nel suo percorso di maturazione.

In questi anni, il segno è forte, duro come quello dei rappresentanti dello Jugendstil, ma il colore è sicuramente turbolento e nervoso come quello dei fauves. Piero Marussig, infatti, usa colori espressionisti, tutti incentrati su tonalità violacee e rosse, intense, melanconiche.

Il ritorno all’ordine dopo la prima guerra mondiale

Come vale per molti altri artisti dell’epoca, la prima guerra mondiale segna uno spartiacque nel percorso pittorico di Piero Marussig. Nel 1919, alla sua personale presso la Galleria Vinciana di Milano conosce Carlo Carrà (1881-1966), Achille Funi (1890-1972) e Mario Sironi (1885-1961). Questo incontro sarà uno dei primi passi verso la costituzione del gruppo Novecento, sotto la guida di Margherita Sarfatti.

In effetti, Piero Marussig sarà tra i fondatori, insieme Funi, Sironi e a Ubaldo Oppi (1889-1942), Anselmo Bucci (1887-1955), Leonardo Dudreville (1885-1976) e Gian Emilio Malerba (1880-1926) a fondare Novecento nel 1922, dopo il suo trasferimento a Milano. Piero Marussig sarà uno dei più fedeli e longevi rappresentati della corrente e parteciperà regolarmente a tutte le sue esposizioni.

La sua pittura passa dal segno secessionista e dalla tavolozza violenta ad un disegno che richiama il Quattrocento italiano. Masaccio è il punto di riferimento fondamentale di Marussig, con le sue figure volumetriche e plastiche e i toni scuri, adombrati. Ma le tematiche e i soggetti sono modernissimi, pur se dotati di un’aura di assoluta immobilità e ricercatezza.

Gli anni Trenta

Donne, nature morte e paesaggi di reminiscenza quattrocentesca popolano la produzione di Piero Marussig dagli anni Venti agli anni Trenta, con una tavolozza che piano piano di schiarisce acquisendo sfumature splendenti. Questo è dovuto al suo soggiorno genovese della fine degli anni Venti, invitato nella casa dello scultore Francesco Messina (1900-1995).

Nel 1930, insieme ad Achille Funi, apre a Milano una scuola d’arte, ma gradualmente comincia a manifestarsi quella cirrosi epatica che lo condurrà alla morte molto giovane, nel 1937, a Pavia dove si era ritirato qualche anno prima.

Piero Marussig: la fase secessionista

I viaggi di Piero Marussig a Vienna e a Monaco lo avvicinano inevitabilmente all’esperienza secessionista. Si trova in queste città proprio nel più stimolante momento di rivoluzione artistica nei confronti dell’accademia, quando a Vienna, nel 1897 e a Berlino pochi anni prima, nascono le Secessioni. Inevitabile è il confronto con artisti come Franz Von Stuck (1863-1928) in alcuni dipinti realizzati in questa fase.

Sono di questi anni dipinti caratterizzati da una possente linea di contorno, nervosa e netta, quasi come un intaglio nel legno. Di contro il colore è steso à plat, proprio per dare risalto alla linea di impronta grafica, come avviene nella secessione viennese e monacense.

Appartengono a questo periodo dipinti che lo avvicinano ad artisti come Egon Schiele (1890-1918), in cui i corpi appaiono magri ed emaciati e i dipinti velati di un simbolismo misterioso e perturbante. Ne sono esempio L’uomo che ride (autoritratto) e Verso la terra, presentati alla Mostra di Milano del 1906 per il traforo del Sempione.

Nel 1912, espone per la prima volta alla Biennale di Venezia con Sull’erba, mentre a Roma, nel 1913 partecipa alla I edizione della Secessione con In giardino e La raccolta delle patate. Si tratta di dipinti chiaramente permeati dalla cultura post impressionista, non solo di area tedesca, ma anche francese.

Il colore e il tratto richiamano tanto Ludwig Kirchner (1880-1938) quanto Henri Matisse (1869-1954). Basti pensare alle affinità che intercorrono tra Ragazza sul divano del 1910 di Kirchner e Ragazzo seduto che legge di Piero Marussig di appena tre anni dopo. La linea di contorno è ugualmente preponderante, come le righe dei vestiti, lo sguardo pensieroso, la tavolozza espressionista.

Lo stesso si può dire della bellissima Dormiente, del 1916, in cui il segno ininterrotto e vibrante sovrasta il colore steso a tinte piatte, bidimensionale. Cézanne con le sue spigolosità, Van Gogh con il suo tormento e la tavolozza accesa ritornano come motivi frequenti nei dipinti realizzati fino alla fine della prima guerra mondiale, soprattutto nelle vedute triestine.

Piero Marussig e Novecento: da Masaccio alla contemporaneità

Dal dopoguerra cominciano a farsi più frequenti nella produzione i paesaggi e le nature morte. Ma anche la figura non perde la sua importanza, anzi, ne acquisisce ancor di più. Ma la ricerca estetica cambia e cede il passo alla tradizione. Nelle prime opere del 1919, ancora si notano reminiscenze cézanniane nel rapporto linea-colore e nella trattazione dello spazio.

Ma già nel 1920, dopo il contatto con i futuri rappresentanti del ritorno all’ordine milanese, Piero Marussig giunge alla riscoperta dei maestri antichi. Alla Biennale del 1920 espone Sul divano e Ritratto che già esprimono questo cambiamento.

Ma la vera svolta è del 1924, quando alla Biennale presenta Autunno, un’allegoria dal sapore classico che riscopre il chiaro equilibrio del Quattrocento toscano. Così come nel capolavoro dello stesso anno, Venere addormentata.

Bambino con palla, Strumenti musicali e Donna con garofano compaiono alla Biennale del 1926, Igea, Bambino che legge, Ponticello, Paesaggio e Due cugini a quella del 1928. Sono opere sospese in atmosfere rarefatte, tipiche della poetica di Novecento, in cui l’antico viene rivisitato con le sue volumetrie masaccesche, trasportate nella modernità delle tematiche e delle ambientazioni.

Gli anni Trenta sono quelli dei paesaggi e di un linguaggio personalissimo, che in parte riscopre la linea netta della Secessione e il colore cézanniano steso a piccole virgole.

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